Il Ritratto E Lo Specchio


La cena era stata soddisfacente. Horace Slughorn, quindicenne Serpeverde dall’aria paffuta, stava stiracchiandosi pigramente al tavolo della sua Casa lieto d’aver mangiato così bene dopo una lunga giornata di studio, quando si sentì posare una mano sulla spalla. Girò la testa all’indietro (manovra che gli costò un certo sforzo) per vedere chi desiderasse parlare con lui. Si sentiva particolarmente di buonumore ed avrebbe scambiato volentieri quattro chiacchiere con qualcuno mentre si gustava il tè di fine pasto. Quando vide che l’interlocutore misterioso era Albus Dumbledore, prefetto Grifondoro del suo anno, la cosa gli fece molto piacere. I due erano entrati in confidenza da poche settimane, ma si trovavano piuttosto bene insieme.
I suoi compagni di Casa tendevano a non vedere di buon occhio questo suo fraternizzare con quel ragazzo strambo, ma i più intelligenti di loro, gli amici di Horace, riconoscevano la genialità di Dumbledore anche se non apprezzavano la sua compagnia, per cui il giovane Slughorn, che pure tendeva a considerare molto ciò che i compagni Serpeverde pensavano di lui (in fondo erano tra quelli con i parenti più altolocati), aveva accettato di buon grado qualche occhiata storta pur di contare tra le sue amicizie il talentuoso Grifondoro. Inoltre, lui e Albus andavano sinceramente d’accordo, cosa che lo aveva aiutato molto nella sua scelta di proseguire con quella strana amicizia.
Horace sapeva inoltre che Albus era continuamente dissuaso dal frequentarlo: anche se alcuni Grifondoro erano in rapporti abbastanza buoni con lui restavano comunque una minoranza e la maggior parte di loro non amava vedere il prefetto gironzolare con un Serpeverde grassoccio. Horace cominciava a pensare che Albus dopotutto apprezzasse la sua compagnia, o avrebbe dato ascolto ai suoi compagni. La cosa gli faceva piacere.
“Dumbledore, ciao! Vuoi sederti a bere un tè?”
Una ragazza, seduta poco lontano, sollevò un sopracciglio rivolgendo ad Horace un sorrisino ironico. Albus accettò e si accomodò senza vergogna alcuna al tavolo dei Serpeverde, lasciando la ragazzina spiazzata. Ella si alzò, raccolse i libri e se ne andò a passo svelto.
”Devi studiare dopo?” sussurrò il giovane Grifondoro. Prima di pensare alle implicazioni. Horace scosse la testa. Aveva già fatto i compiti per il giorno dopo, con largo anticipo. Solo dopo aver ammesso d’esser libero per la serata si rese conto di quale grave errore avesse fatto.
Sembrava infatti che Albus avesse trovato in lui un qualche ideale di compagno d’esplorazioni e se lo portava per ore in giro per il castello. Horace apprezzava la conoscenza dei luoghi di Hogwarts che Albus gli stava fornendo, ma più di una volta in due settimane si erano trovati perduti, l’amico aveva perso l’orientamento ed era toccato a lui riportarli entrambi sani e salvi in un luogo conosciuto.
Horace stava cominciando a pensare che fosse quello il principale motivo per cui Dumbledore lo voleva con sé: il suo senso pratico bilanciava grandemente l’altrui sbadataggine.
”Perfetto! Posso chiederti allora se hai una qualche festa in programma?” Horace ridacchiò.
”Mio caro Dumbledore, sai benissimo che ci riuniamo tutti i mercoledì e che quindi questa sera sarei libero, per qualsiasi idea balzana tu abbia in mente.” Albus finì la sua tazza di tè, celandosi il volto con la tazza e dandosi il maggior contegno possibile. Era lievemente arrossito, ma i suoi occhi brillavano d’aspettativa. Horace era convinto che anche se si fosse coperto completamente la faccia e avesse smesso di parlare gli sarebbe bastato comunque lo sguardo per comunicare.
“Bene allora, ho trovato per caso una nuova scala”.
Horace cominciava a chiedersi quanto di ciò che Albus faceva fosse effettivamente casuale: quel ragazzo era troppo sfacciatamente fortunato per trovare un nuovo passaggio segreto ogni sera. La settimana prima lo aveva portato per un lungo tratto sotterraneo che partiva dal parco del castello ed erano finiti poco fuori Hogsmeade. Dumbledore sosteneva di essere inciampato nel passaggio segreto mentre passeggiava, Horace era invece convinto che andasse a cercarseli apposta. Dopotutto era un Grifondoro e come tutti i Grifondoro amava cercarsi i guai in modo viscerale. Solo che lo faceva in modo causale e pacato. Per questo Horace lo ammirava: erano pochi i Serpeverde che sapevano dissimulare così bene.
“Sì, certo. Sei inciampato, ti sei perso durante un attacco di sonnambulismo, cercavi un bagno o cos’altro?” scherzò dando una robusta pacca sulla spalla all’allampanato amico.
Albus scoppiò a ridere di gusto.
”Accidenti, vorrei essere sonnambulo, chissà quante cose troverei!”
Horace si unì alla risata mentre si domandava se esistesse una pozione che potesse indurre il sonnambulismo a chi la beveva. Magari dopo aver provato l’esperienza Albus avrebbe lasciato perdere. Poi fissò l’amico di sottecchi, finendo di sorseggiare il tè, e pensò che era meglio non incoraggiarlo.
“Bene allora” disse il giovane Horace, il cui umore era abbastanza buono da indurlo a sopportare una serata intera a girovagare per il castello. “Vediamo questa scala”. S’alzò in piedi ed attese che l’amico lo guidasse dove voleva arrivare.
I due camminarono parecchio, salirono al sesto piano, si arrampicarono su una rampa completamente liscia che diede dei problemi ai muscoli poco allenati di Horace, si avventurarono su una torretta ed al quarto pianerottolo Albus si fermò improvvisamente.
“Non c’è più!”esclamò. Horace notò che più che amareggiato sembrava curioso. “Era qui! Al posto del ritratto!”
Horace pensò che fosse strano. Nessun altro pianerottolo era adornato, quello invece aveva appeso alla parete di pietra un grosso quadro dall’aspetto piuttosto interessante.
Ritraeva una bella fanciulla dai capelli corvini, che dava le spalle all’osservatore e guardava uno specchio. Da esso l’immagine riflessa della ragazza fissava con un sorriso misterioso i due studenti. La cornice che conteneva l’immagine era identica a quella dello specchio raffigurato al suo interno.
”L’artista deve essere stato davvero abile, guarda le pennellate del vestito” disse Horace ammirato. Era bravo nel distinguere un’opera d’arte da una cianfrusaglia. Del resto sua madre era un critico affermato in tutta la comunità magica, che con una sua parola poteva far nascere una stella come eclissarla. La aveva sempre ammirata ed aveva cercato d’imparare da lei tutto il possibile. Albus s’avvicinò alla bella fanciulla con gli occhi verdi e sfiorò il suo abito di velluto rosso, reso perfettamente dal pittore. La ragazza si voltò con aria scocciata mentre le dita del giovane Grifondoro sfioravano la tela.
”Lasciatemi stare!” si lamentò la fanciulla con voce scocciata. E riprese a fissare nello specchio. Horace si spostò lateralmente per meglio apprezzare la perfetta simmetria delle figure. Lo specchio del ritratto era posizionato proprio in modo da far notare all’osservatore l’immagine della fanciulla. S’avvicinò dunque all’angolo inferiore destro del quadro, per vedere il nome dell’artista.
Invece della firma c’erano tre lettere dalla strana forma: sembravano scritte da destra verso sinistra. Il ragazzo trovò la cosa alquanto buffa.
”Guarda, che strana firma” disse a Dumbleodre. Il ragazzo si avvicinò e diede un’occhiata.
“Horace, è meraviglioso!” esclamò estasiato. Il suo volto brillava ora d’aspettativa. “La ragazza di spalle è dentro lo specchio, vedi? Quella nello specchio in realtà è quella vera!” Fece scorrere lo sguardo sulla tela, come cercando qualcosa, lasciando Horace a fissare l’immagine con aria inebetita.
”Oh, anche qua sopra!” esclamò, indicando qualcosa su un mobile ai margini del ritratto. Facendo ben attenzione a non toccare la fanciulla, Horace s’allungò a guardare. Sul mobile vi era una mela, dall’aria così succosa che per un attimo il ragazzo ebbe voglia di afferrarla e portarla alle labbra. Sotto la mela era dipinto un piccolo foglio di pergamena, sul quale era stata riportata una piccola scritta, anch’essa dalla forma bizzarra.
”Come sarebbero, lette al contrario?” si domandò. Voleva sapere se si potesse risalire in qualche modo all’autore: visto così, quel ritratto sembrava essere un lavoro di grande valore e sarebbe stato lieto di scrivere a sua madre d’aver potuto apprezzare dal vero l’opera di qualche genio del passato. Albus corrugò la fronte, assumendo un’aria assorta. Faceva così anche quando i professori gli facevano una domanda. Solitamente la risposta che dava dopo era giusta, Horace pensò che sarebbe stato meglio lasciarlo pensare.
Non passò molto tempo che Albus se ne venne fuori con una frase che ad Horace sembrò alquanto strampalata.
”’Solo lo specchio delle brame può rendermi la più bella del reame’. Che diavolo vorrà…”
La fanciulla sospirò. Un sospiro nostalgico, che fece scendere ad Horace un brivido lungo la schiena. Poi il ritratto si spostò a lato, rivelando una scaletta.
”Era questa?” domandò Horace, sbalordito. Il prefetto Grifondoro scosse la testa in risposta.
”No, non c’erano ritratti di fianco. Ma già che ci siamo… andiamo a vedere!” esclamò, per poi gettarsi a capofitto nella scalata dei ripidi gradini.
“Dumbledore!” chiamò Horace, esitante. Non aveva voglia di mettersi nei guai. Cominciava a trovare la faccenda inquietante. Molto inquietante. Ma quando il ritratto fece per chiudersi, d’istinto si gettò all’interno. Prese così anche lui a salire quella piccola rampa di scale, maledicendo nel contempo Dumbledore e la sua tendenza a metterlo sempre nei pasticci.
Quando sbucò in qualcosa di molto simile ad un solaio, emise un forte sospiro di sollievo, prima di dedicarsi all’osservazione dell’ambiente circostante.
La stanza era effettivamente vuota, tranne che per un grosso specchio che stava proprio al centro, il quale emanava una strana luminescenza azzurrognola ed impediva all’ambiente di essere immerso nella più totale oscurità. Era identico a quello raffigurato nel ritratto. Albus lo stava osservando con espressione rapita.
“Dumbledore…” chiamò di nuovo Horace, esitante.
L’atmosfera lì dentro metteva i brividi. E se essere coraggiosi per i Grifondoro significava starsene in un posto del quale ogni pietra dal muro gridava “pericolo”, bene, non si stupiva del fatto che fossero considerati degli sciocchi.
Albus gli fece segno d’avvicinarsi, ma non parlò. Horace fece per correre via urlando. Eppure, qualcosa lo trattenne. Si domandò cosa potesse mai spingerlo ad avvicinarsi a quell’oggetto che gli metteva tanta angoscia. Forse era proprio il vedere Dumbledore così rapito.
Il giovane Serpeverde si avvicinò allo specchio, vi guardò dentro e si perse nelle sue brame.
Passò del tempo.
Nessuno dei due ragazzi seppe mai quantificare le ore spese a godere delle dolci visioni dello specchio.
Horace, dopo un lungo periodo di tempo, cominciò a sentire un certo languorino. E per ragazzo come lui, amante dei piaceri della buona tavola, un languorino può esser sufficiente per risvegliarsi da un sogno meraviglioso.
Fu per quel motivo che il ragazzo allontanò gli occhi dallo specchio.
Albus era ancora lì, in piedi, gli occhi brillanti di gioia persi nelle immagini che esso gli svelava. Horace all’improvviso ritrovò tutto il suo senso pratico. Dovevano uscire da lì. Quella stanza era pericolosa, lui aveva paura, aveva fame e non sapeva in che punizione sarebbero incappati se il custode o chi per lui avesse scoperto che non erano a letto. Non aveva intenzione di perdere preziose ore della sua vita in castigo. Scosse l’amico per un braccio, stando bene attento a non guardare la liscia superficie che non rifletteva ciò che avrebbe dovuto.
“Andiamo, Dumbledore, è tardi!” esclamò, con voce petulante.
”Che c’è, Slughorn, hai paura?” domandò calmo Albus.
”Sì!” esclamò Horace, sincero. “Ho paura e ho fame! Smettila di fare l’eroe, Dumbledore, andiamo via di qui!”
”Aspetta.”
“No, non aspetto! Su, non voglio trascinarti via a forza. Sii ragionevole. Quello specchio è pericoloso.” Albus sembrò leggermente più vigile. Aggrottò la fronte. Horace incrociò le braccia. Non voleva lasciar lì l’amico, ma se ce l’avesse costretto l’avrebbe anche fatto. “Stai al sicuro, fuori dai guai” era una delle sue regole di vita fondamentali e quell’oggetto non era affatto sicuro. Un conto era perdersi nei corridoi con Dumbledore, un conto era avere a che fare con della potente e sconosciuta magia.
”Sì, hai ragione” disse infine Albus. A malincuore, si voltò. Horace approfittò del momento propizio per afferrare l’amico per la manica e precipitarsi fuori dalla stanza, giù per la scala. Si fermò solo quando udì scattare la serratura della porta nascosta dietro al ritratto. I due gettarono una fugace occhiata alla bella ragazza dai capelli neri ed alla sua espressione malinconica.
”Che ci hai visto?” domandò Albus. La voce era tranquilla, posata. Nessuna nota d’eccessiva fastidiosa curiosità. Semmai sano interesse. Horace sorrise, mentre le sue guance paffute si coloravano di rosso.
“Oh, ero diventato un punto di riferimento per molte personalità, ricevevo un sacco di regali e la gente ascoltava sempre i miei consigli. Sembravo felice.” Albus ridacchiò. “Proprio un sogno da Serpeverde, non è vero?” Horace si sentì suo malgrado punto sul vivo.
“E tu, allora, animo nobile?” domandò con tono ironico. Aveva capito che lo specchio rifletteva gli inconsci desideri di chi lo guardava, come lo aveva capito il suo amico. E i suoi desideri potevano non essere di molte pretese, ma per lui erano tutto.
Albus gli rivolse un sorrisino imbarazzato, cosa che capitava davvero molto di rado. Per un attimo Horace ebbe paura che gli rispondesse con una delle sue scherzose stranezze, come ‘Avevo un paio di calzini nuovi… Colpa del freddo?’. Invece, quando il ragazzo parlò, lo fece con voce dolce, quasi sognante.
“Ero ancora ad Hogwarts. Ero vecchio e felice, un estimato professore. Avevo passato tutto il mio sapere a tanti ragazzi… Tutti i miei alunni crescevano e diventavano persone importanti che si danno da fare per rendere il mondo migliore. Ed avevo quel cappello a punta che mi piace tanto.” Horace gli diede un’amichevole pacca sulla spalla.
“Proprio un sogno da Grifondoro” commentò e diceva sul serio. Chi altro, avendo le capacità di Albus, che poteva diventare tutto, persino Ministro, avrebbe sognato di passare il suo sapere agli altri per rendere il mondo migliore? “Ma” aggiunse con voce dolce, notando che l’amico era rimasto in qualche modo offeso “forse fare il professore non sarebbe così male.” Albus scoppiò a ridere.
“I tuoi alunni ti riempirebbero di regali! E ti ascolterebbero, stanne certo” scherzò, tra un singulto e l’altro. Horace s’unì alla risata.
“Non dirlo due volte, potrei pensarci davvero e cercare di rendere il mondo migliore!”
I due ragazzi restarono lì, davanti al ritratto, a sghignazzare, un po’ per scaricare la tensione, un po’ cercando d’immaginare i loro desideri avverarsi.
Solo dopo che si furono calmati, Horace riuscì a dire “E’ ora di andare.”
“Davvero, Slughorn, non capisco perché non t’abbiano fatto prefetto” disse Albus. Nonostante tutto il complimento fece piacere al paffuto ragazzo.
”Troppa fatica” rispose, sventolando la mano in aria. “E poi, non voglio rendere il mondo migliore.”
“Dovrai continuare per molto?”
“Non ne hai idea…” I due ragazzi si scambiarono uno sguardo d’intesa.
“Scherzi a parte” continuò Horace, mentre si avviavano verso le zone meno sperdute del castello “se c’è qualcuno che può realizzare un sogno simile, sei tu, Dumbledore.” Albus scosse la testa.
“E’ impossibile che tutti i miei alunni rendano mai il mondo migliore.” Horace sospirò.
“Dovrai accontentarti del cappello a punta.”
“Credo di sì.”
“Al massimo te lo regalo io.”
La fanciulla del ritratto osservò i due giovanotti allontanarsi chiacchierando allegramente. Un po’ le dispiaceva: era sempre sola, su quel pianerottolo. L’unica compagnia che aveva era il suo riflesso. Si passò una mano tra i folti capelli scuri e sorrise. Era comunque una compagnia deliziosa.
Dietro il quadro, nella stanza, restava lo specchio dalla pesante cornice d’argento. A lui non dispiaceva di essere solo. Del resto, non lo sarebbe rimasto a lungo. Rimase ritto, nell’oscurità, in attesa.
Attendeva, placido, il giorno in cui uno di quei ragazzi sarebbe tornato a prenderlo.

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