Quando Severus rialzò lo sguardo, si accorse subito dello stupore e della confusione che regnavano sul viso di Potter e si chiese se il ragazzo cominciasse finalmente a essere colto da dubbi che potessero in qualche modo minare le ferree certezze che aveva sempre avuto nei suoi riguardi.
Forse era giunto il momento in cui poteva parlargli e compiere fino in fondo il proprio dovere rivelandogli ciò che Albus gli aveva confidato l’anno precedente.
Ma prima ancora che il mago potesse cominciare a parlare, un'altra voce rimbombò nella penombra della Stamberga illuminata solo dalla fioca luce del Lumos che scaturiva dalla punta della bacchetta di Harry: una voce acuta e fredda che proveniva dal nulla e sembrava uscire dalle sbilenche pareti di legno. Severus si irrigidì e strinse forte la bacchetta nel pugno.
- So che vi state preparando a combattere.
Harry spalancò gli occhi: era la voce di Voldemort!
- I vostri sforzi sono futili. Non potete fermarmi. Io non voglio uccidervi. Nutro un enorme rispetto per gli insegnanti di Hogwarts. Non voglio versare sangue di mago.
Harry guardò Piton: non sembrava preoccupato da quelle parole, ma il suo volto pallido era indubbiamente colmo di disgusto che non cercava per nulla di mascherare.
- Consegnatemi Harry Potter, - proseguì la voce di Voldemort,- e a nessuno verrà fatto del male. Consegnatemi Harry Potter e lascerò la scuola intatta. Consegnatemi Harry Potter e verrete ricompensati.
Sul volto di Piton, ora, oltre al disgusto Harry poteva leggere un odio intenso e feroce, a fatica trattenuto: il mago stringeva la bacchetta nel pugno così forte che le nocche erano divenute bianche.
- Avete tempo fino a mezzanotte.[1]
Harry arretrò e strinse la bacchetta: che reali possibilità aveva di difendersi contro un mago con il livello di esperienza e di potenza di Piton?
Eppure, aveva vinto il duello anche contro Voldemort. La prima volta nel cimitero, quando il mago oscuro era riuscito ad avere di nuovo un corpo, e poi mentre fuggiva da Privet Drive, con la copertura dei sette Potter. Però, in entrambi i casi, in effetti era stata la sua bacchetta con l’anima di piuma di fenice a combattere per lui e a salvarlo. La prima volta dando luogo al Prior Incatatio e la seconda prendendo vita praticamente di propria iniziativa e distruggendo quella di Voldemort. Ora, però, non aveva più la sua bacchetta che si era rotta a Godric Hallow, nello scontro con Nagini: adesso aveva solo la bacchetta di biancospino di Draco. Sarebbe stata sufficiente?
Chissà, forse aveva qualche speranza anche contro il suo ex professore di Pozioni, anche se il loro precedente duello dopo la morte di Silente non era certo un ricordo incoraggiante: Piton non aveva avuto la più piccola difficoltà ad arginare i suoi incantesimi d’attacco e non gli aveva fatto alcun male solo perché, come il professore stesso aveva ricordato all’altro Mangiamorte che lo stava cruciando “Potter appartiene al Signore Oscuro... dobbiamo lasciarlo stare!”.[2]  In ogni caso, Harry non aveva altra possibilità che provare: meglio farsi uccidere in duello da Piton che permettergli di consegnarlo a Voldemort!
- Se crede che sia arrivato il suo momento di gloria, si sbaglia! - esclamò in un impeto di coraggio disperato, brandendo la bacchetta dalla cui punta la luce del Lumos svaniva e puntandola con decisione contro il petto del mago. - Non le permetterò di portarmi vivo da Voldemort!
Un impercettibile sorriso incurvò le labbra del mago davanti al coraggio del ragazzo che, con tutta evidenza, ancora non aveva capito nulla di ciò che stava accadendo. Avanzò di un passo, con lenta tranquillità:
- Ancora non hai capito che non ho alcuna intenzione di consegnarti all'Oscuro, Potter, né vivo né morto? - chiese, una lieve vena di incredulità che si faceva largo nella voce profonda. - Avrei potuto ucciderti più volte, questa notte, scaraventandoti a terra mentre ero in volo o dandoti in pasto ai Dissennatori. Ma non l'ho fatto. - statuì sollevando ironico un sopracciglio. - Questo dovrebbe significare qualcosa perfino per te, Potter, anche senza la Granger a suggerire. - concluse provocatorio.
Nella penombra polverosa della Stamberga Strillante Harry fissò incerto il suo ex professore di Pozioni e di Difesa dalle Arti Oscure, la bacchetta sempre stretta nel pugno e puntata sul suo petto. Da quando lo aveva "rapito" al castello, in effetti erano accadute alcune cose molto strane.
Aveva parlato di Albus Silente con immenso rispetto e ammirazione, con una voce intensa e commossa che non aveva mai sentito da lui e che gli era quasi sembrata pervasa di affetto. Perché l'assassino di Albus parlava in quel modo del vecchio preside, rendendogli onore più di chiunque altro? Inoltre, ne era assolutamente certo, aveva letto un immenso dolore nei suoi occhi neri, lo stesso dolore che, chissà perché solo ora gli tornava alla mente, gli aveva già visto sul volto proprio la notte subito dopo l'assassinio, mentre lo inseguiva e gli dava del codardo.
In un attimo il ricordo di quella notte terribile riempì la sua memoria e per la prima volta si ritrovò a valutarlo con occhi limpidi e privi di pregiudizio: Piton non lo aveva mai attaccato, durante il loro duello, e si era sempre limitato solo a difendersi; anzi, aveva perfino trovato l'opportunità, nel suo solito modo scostante e scortese, di impartirgli una lezione pratica sui duelli magici, ricordandogli l'importanza degli incantesimi non verbali e la potenza dell'Occlumanzia. E, ben lungi dal cruciarlo, come invece all'inizio lui aveva creduto, lo aveva liberato con rabbiosa sollecitudine dalla Cruciatus dell'altro Mangiamorte.
All'improvviso Harry realizzò che anche quella notte, prima con la professoressa McGranitt  e poi con gli altri professori, Piton si era sempre limitato esclusivamente a difendersi, anche quando quella tattica, in così schiacciante inferiorità numerica, avrebbe potuto causare la sua sconfitta. E qualcosa, invece, diceva con certezza a Harry che Piton era perfettamente in grado, non solo di attaccare, ma anche di uccidere e sconfiggere ben più di un avversario per volta.
E poi... poi c'era stato il Patronus che il mago aveva lanciato guardandolo negli occhi con quella espressione così strana e intensa: quella Cerva luminosa e potente che aveva riempito d'argento la notte e respinto con forza i Dissennatori. La stessa Cerva dolce e rassicurante – e non aveva alcun dubbio su questo - che alcuni mesi prima lo aveva guidato fino allo specchio d'acqua ghiacciato dove aveva recuperato la Spada di Grifondoro. La Cerva d'argento che il suo cuore, non sapeva bene il perché, aveva intimamente collegato a sua madre, forse per quello sguardo lucente colmo d'amore. Ma perché Piton lo aveva aiutato a recuperare la Spada di Grifondoro, quella vera, dopo aver messo al sicuro alla Gringott quella falsa? E perché il Patronus di Piton gli faceva pensare a sua madre?
Mille altre domande si accavallavano tumultuose nella sua mente: davvero il suo ex professore aveva importanti informazioni per lui? Da parte di Silente, poi? Proprio lui che lo aveva spietatamente ucciso davanti ai suoi occhi?
Eppure, Piton aveva anche affermato che stavano dalla stessa parte, da sempre, e lo aveva anche enfatizzato. Per non parlare dell'odio feroce che gli aveva letto in volto mentre guardava il Marchio: era rimasto profondamente scioccato dal gesto con cui sembra volersi strappare via la carne incisa dall'orrido teschio col serpente! E l’odio verso i tre Mangiamorte che Piton stesso aveva bollato come crudeli assassini, bestie feroci e carnefici di innocenti? E lo aveva detto proprio lui, assassino e carnefice di Silente e di chissà quanti altri!
Sopra ogni altra cosa, però, era innegabile il fatto che Piton avrebbe avuto molte occasioni per ucciderlo ma, come aveva ben detto, non lo aveva fatto. Anzi, si era prodigato a salvargli la vita quando era precipitato mentre erano in volo, così come aveva fatto anche a scuola, durante la partita di Quidditch con i Serpeverde nel corso del primo anno. Perché lo aveva promesso, così gli aveva detto. Ma a chi mai Piton poteva aver promesso di proteggerlo? E, soprattutto, perché?
 
Harry tornò al presente, la bacchetta ancora puntata sul mago che lo stava fissando con sguardo penetrante, in apparenza del tutto rilassato e in paziente attesa della sua mossa, perfino l'ombra di un sorriso sulle labbra sottili. Non era il suo solito sorriso di scherno, era qualcosa di diverso, di sconosciuto, che non gli aveva mai visto sulle labbra. Harry ebbe subito la spiacevole sensazione che in quel momento Piton stesse liberamente leggendo nei suoi occhi ogni pensiero, ogni dubbio, ogni domanda.
- Vedo che ci sono molte domande importanti nella tua mente, Potter, domande alle quali solo io posso rispondere. - scandì il mago con fare quasi provocatorio. – Ma tu devi avere la buona volontà di starmi ad ascoltare…
Le parole di Piton erano la inesorabile conferma del suo sospetto: il suo ex professore riusciva ad accedere liberamente ai suoi pensieri. E adesso, cosa sarebbe accaduto?
All'improvviso Piton fece qualcosa che Harry non avrebbe mai immaginato: con un gesto lento e misurato gli buttò tra i piedi la propria bacchetta e poi rimase a fissarlo in silenzio, l'ombra di quello strano sorriso sempre sulle labbra sottili.
Nella penombra della Stamberga Harry guardò sbalordito il legno magico e poi l'enigmatico sorriso di Piton; infine si decise a chinarsi per raccogliere da terra la bacchetta del mago e cominciò a rigirarsela tra le dita, senza saper cosa fare e dire, sotto lo sguardo quasi divertito del professore.
A un certo punto si fermò e fissò di nuovo Piton, interrogativo:
- E... cosa dovrei fare?
- Puoi uccidermi, se vuoi. - rispose molto serio il mago. - Nessuno più di me lo meriterebbe. -concluse in tono grave e cupo.
Rimasero a fissarsi in silenzio, a lungo, finché Harry si accorse che stava ancora puntando la propria bacchetta contro il petto del mago: l'abbassò lentamente tornando ad illuminarne la punta con un Lumos, quindi scrollò confuso il capo:
- Non riesco a capire più nulla... - mormorò, sconcertato dagli avvenimenti.
Piton annuì:
- Sì, é molto evidente. - disse in tono neutro, per una volta del tutto scevro da qualsiasi sarcasmo. Il silenzio continuò tra loro mentre continuavano a fissarsi alla luce del Lumos, Harry sempre più stupito dal comportamento inusuale del suo professore e Piton che sembrava quasi incerto sul da farsi finché si decise a parlare:
- Bene, chiarito finalmente che non intendo ucciderti né consegnarti all'Oscuro Signore, - affermò sollevando lievemente un sopracciglio, - credi di essere finalmente in grado di starmi ad ascoltare con mente sgombra dall’odio e dai pregiudizi che in questi anni hai accumulato contro di me?
A dire il vero, il mago sapeva benissimo di avere a lungo coltivato l’odio del figlio di Lily, perché solo odio meritava da lui, da quegli occhi verdi che non aveva mai smesso di amare.
A Harry sfuggì un lieve sospiro tinto di amara incertezza: chissà, forse i suoi erano davvero pregiudizi; in fin dei conti Silente aveva piena fiducia nel mago che gli stava di fronte. Ma era anche altrettanto vero che Piton aveva ucciso Silente. A Harry sembrò che la sua mente stesse andando a fuoco: più cercava di ragionare e meno capiva cosa stava accadendo.
Piton lo fissava con una strana espressione, molto seria e ben diversa dalla solita gelida impassibilità: Harry ebbe addirittura l'assurda impressione che il mago fosse quasi a disagio davanti a lui e questo aumentò ancor di più la sua confusione.
- C'è una domanda che ti preme più delle altre, Potter, - chiese il mago squadrandolo con i penetranti occhi neri, - qualcosa da cui ti pare che tutto dipenda?
Harry si sentì nudo peggio di un verme: ancora una volta Piton stava liberamente girovagando per i suoi pensieri e lui non riusciva a impedirglielo. Già, forse se avesse messo in pratica i suggerimenti del professore, così come aveva fatto con quelli del Principe Mezzosangue, magari ora avrebbe saputo difendersi da quelle sgradevoli intrusioni!
Ad ogni modo, Piton voleva sapere qual era la domanda di cui più gli premeva la risposta? Bene, lo avrebbe subito accontentato!
- Perché ha ucciso Silente? – chiese a bruciapelo.
Già, perché era proprio quella la chiave di volta dell’inestricabile situazione. Silente si fidava completamente di Piton e voleva a tutti i costi che Harry lo rispettasse: quante volte gli aveva ricordato che doveva riferirsi a lui col dovuto titolo di Professore? Cosa che lui non aveva mai fatto…
Però, Piton aveva ucciso Silente e lo aveva fatto proprio sotto i suoi occhi: non poteva esistere nessun dubbio su questo fatto.
Era in un dannatissimo vicolo cieco dal quale non era capace di uscire in alcun modo.
Il mago fissò il ragazzo.
Si aspettava quella domanda. Era la domanda più logica, ma anche la più difficile. Quella che forse gli faceva più male e riapriva una ferita che ancora bruciava terribilmente.
Eppure Severus doveva rispondere, e nel modo più completo e sincero, se voleva essere creduto. Perché ora il mago aveva un dannato bisogno che il ragazzo gli credesse e che avesse fiducia in lui.
Impresa impossibile, forse.
Salvo svelargli tutto. Tutta la tremenda verità.
Il suo più prezioso segreto.
Severus sapeva che doveva mettersi a nudo davanti al figlio di Lily, davanti a quegli occhi verdi che lo avrebbero giudicato e, con tutta probabilità, lo avrebbero inesorabilmente condannato.
Com’era giusto che fosse.
Ma doveva farlo, subito, perché il tempo era ormai agli sgoccioli: come Albus aveva previsto, era arrivato il momento in cui l’Oscuro Signore teneva Nagini al sicuro accanto a sé, sotto protezione magica.
Severus, però, aveva scoperto anche ciò che il vecchio preside non gli aveva mai rivelato: Nagini era un Horcrux.
L’ultimoHorcrux, se il giovane Potter era riuscito a svolgere fino in fondo il compito che Albus gli aveva affidato prima di morire.
 

Note di fine capitolo

 


[1] Questa e le tre precedenti battute di dialogo (in corsivo) sono tratte dal capitolo 31 – La battaglia di Hogwarts di “Harry Potter e i doni della morte”

[2] Parole pronunciate da Piton in “Harry Potter e il Principe Mezzosangue”, nel capitolo 28: La fuga del Principe.

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