Note al capitolo

Disclaimer: I personaggi ed i luoghi presenti in questa storia non appartengono a me bensì, prevalentemente, a J.K. Rowling e a chi ne detiene i diritti. I luoghi non inventati da J.K. Rowling e la trama di questa storia sono invece di mia proprietà ed occorre il mio esplicito e preventivo consenso per pubblicare/tradurre altrove questa storia o una citazione da essa.
Questa storia non è stata scritta a scopo di lucro, ma per puro divertimento, nessuna violazione del copyright è pertanto intesa.

Nota: Questa storia fa parte della serie “Micizia”, la quale vuole essere il seguito ideale della ff “Smile”. Ogni storia può essere letta come storia a sé stante, tuttavia è mia intenzione mantenere un filo cronologico che leghi gli eventi. Per questo motivo indicherò man mano in un indice l’esatta cronologia in cui leggere le varie fanfiction.

Cronologia storie:
1. Smile
2. Micizia – Quando tutto ebbe inizio (in fase di stesura)
3. Micizia – Insieme
4. Micizia – Routine
5. Micizia – Ombre

Il soffitto non più bianco è attraversato da un angolo all’altro da una profonda crepa irregolare che si snoda a zig-zag sull’intonaco. Vi siete visti crescere a vicenda, tu e lei. Tu diventavi ogni giorno più alto – mentre l’orlo dei vecchi pantaloni smessi rimaneva invece sempre lo stesso – lei, partita prima dalla parte più interna della stanza, camminava pian piano in direzione opposta, verso la finestra.
A ben guardarla sembra quasi una ruga d’espressione, una di quelle che attraversano la fronte dei meditabondi quando sono immersi in un pensiero profondo quanto l’oceano. Una ruga, sì, come se l’intera casa si fosse mostrata perplessa per quel che avveniva tra le sue pareti progettate per proteggere, dare riparo ed accogliere, non per assistere ad anni di pianti, silenzi accusatori ed immane sofferenza.
Un respiro profondo e adesso passa tutto, Severus.
Bugiardo.
E ti viene da chiederti perché il passato si chiama così se invece torna puntualmente presente ad infastidirti peggio di un moscone molesto.
Abbassi lo sguardo sul resto della camera. Di alzarti dal letto ancora non se ne parla, prima devi rituffarti in ogni singolo ricordo per poterlo cacciare a sonore pedate dal nuovo giorno che inizia, non puoi sfuggire al passato semplicemente aggirando l’ostacolo, lo sai.
E questa casa è impregnata di memorie.
Dell’armadio in legno scuro di fronte a te sapresti distinguere e ricostruire ogni particolare anche ad occhi chiusi. L’anta sinistra sulla quale un nodo del legno ha lasciato una vistosa e circolare macchia scura, la scheggiatura proprio alla sommità dello specchio al centro, uno dei due pomelli di destra più ruvido ed opaco del suo gemello.
E poi c’è quel minuscolo anfratto tra il mobile e la parete, così piccolo che solo un bambino ci potrebbe passare. Un bambino che vi si nasconde di corsa, con il cuore in gola ed il respiro affannato, gli occhi che bruciano per lacrime che egli non vuole far scendere per non sembrare a se stesso ancora più debole. Quel bambino gracile e malvestito ha solamente sette anni. Ha le mani sulle orecchie per non sentire le urla che provengono dal piano di sotto; negli occhi sbarrati un’immagine ferma, giorno dopo giorno, si fissa a fuoco vivo sulla memoria, una sorta di marchio indelebile quasi peggiore di quello che anni dopo si ritroverà sull’avambraccio poiché destinata a non sbiadire mai: le venature chiare che sul pannello di legno si snodano flessuose, s’intrecciano e si rincorrono.
L’unica cosa visibile dal suo rifugio improvvisato.
E nel tempo futuro ogni volta che s’affaccerà il ricordo di quegli istanti giungerà subitanea anche quell’insolita immagine, una straziante associazione di idee, sentimenti e reminiscenze.
Stringi i pugni sotto le coperte.
Hai finito, Severus? C’è dell’altro amaro che ti vuoi sorbire di prima mattina? Altre ombre vogliono venire a darti il buongiorno?
Maleducate, sanno benissimo di non essere invitate, non più.
Il primo raggio di un pallido sole novembrino s’insinua timido nella stanza, attraversando la finestra dalle imposte aperte.
Ecco il primo pensiero positivo della giornata. Lo accogli come un naufrago stremato che si vede arrivare all’improvviso una zattera di salvataggio.
Ti permetti di rilassarti un po’ ed è con un bel respiro profondo ed il raggio di sole negli occhi che le ombre si diradano fino a scomparire, inghiottite dal giorno che avanza lentamente in questa casa e nella tua esistenza.
Il segno tangibile di una pagina voltata nel libro della vita è tutto in una finestra spalancata sul mondo e non importa se ad incorniciarla ci sono delle vecchie tende color panna ingrigita.
Basta oscurità, basta ombre della notte che t’assalgono senza pietà ricordandoti la tua colpa, basta risvegli al buio per mantenere l’ambiente circostante in assonanza con la tua anima.
Di rimorsi e rimpianti non ce ne sono quasi più – e a che servirebbero, poi, in questo momento? –  ma l’amarezza è rimasta sul fondo del calice della quotidianità ed il suo retrogusto ogni tanto si fa più persistente ed insopportabile al palato.
Un altro raggio di sole fa capolino. Manca poco più di un mese al solstizio e presto vedrai sorgere l’astro direttamente dalla finestra della stanza, un piccolo lusso che il caso ti ha concesso forse per addolcire gli inverni della tua solitudine. Va a finire direttamente sulla poltrona accanto alla porta, accarezzando la stoffa verde scuro che sui braccioli s’è fatta consunta e la casacca nera rigorosamente piegata ed adagiata sullo schienale.
Un altro respiro profondo, l’ennesimo da quando ti sei svegliato.
Se il buongiorno si vede dal mattino…
Se fossi un po’ più pigro prenderesti in seria considerazione l’idea di non alzarti nemmeno, di chiudere gli occhi e far evanescere per sempre le ombre che ora se ne sono momentaneamente andate, ma che rimangono comunque là fuori in attesa di un tuo minimo atto di debolezza.
Devi ancora stare in guardia da te stesso, il giudice più inflessibile che tu abbia mai incontrato.
Se fossi un po’ più pigro… e se lo diventassi sul serio, solo per una volta?
In fondo, che male ci sarebbe?
Ma a quanto pare hai fatto i conti senza l’oste.
C’è chi sembra averti letto nel pensiero e vuole esprimere tutto il proprio disaccordo.
A modo suo, ovviamente.
D’improvviso il lenzuolo ai piedi del letto viene strattonato energicamente, tanto che sei costretto a metterti immediatamente a sedere e a trattenere la stoffa con entrambe le mani per non farla scivolare via del tutto.
Ma che…?
Oh.
Non ti rimane che aspettare paziente, una smorfia divertita ti compare sul volto prima che tu abbia il tempo di rendertene conto. Lo specchio dell’armadio davanti a te riflette la tua espressione inconcepibilmente assurda e colui che ne è la causa. Vorresti affrettarti a farla scomparire, ma le orecchie che spuntano dal fondo riescono solo ad accentuarla.
Merlino, quanto sei diventato smielato, Severus.
Il tuo sopracciglio destro vola velocemente verso l’alto nel tentativo di rimproverarti tramite un riflesso, invece l’unica cosa sensata che riesci a pensare è “al diavolo le lenzuola graffiate”.
Sei perduto, Severus, inesorabilmente perduto.
Il musetto nero adesso è tutto visibile, assieme alle zampe anteriori che artigliano stoffa e materasso senza troppi problemi. La tua mano già protesa in avanti diventa promessa di una calda carezza come premio per l’ambita scalata.
E mandi al diavolo pure il tuo gemello riflesso.
Questo buongiorno è tutto per te.
Smile non si fa attendere ancora a lungo e con un ultimo balzo conquista il letto. Zompetta sicuro, strusciando con letizia felina la testa sul tuo palmo, i gialli occhi socchiusi in segno di apprezzamento.
Chiodo scaccia chiodo, recita un proverbio Babbano.
Ecco un nero che manda via tutte le ombre oscure. Una macchietta giocherellona e dispensatrice di fusa più luminosa del sole che adesso entra completamente nella stanza con il suo alone giallo pallido.
Il sorriso che ti fa spuntare questa palletta di pelo è qualcosa che non riesci a controllare e che ti fa benedire il giorno in cui hai categoricamente rifiutato ogni ritratto per tenerti compagnia tra queste pareti.
Qualcuno lo chiama ritrosia, altri pudore. Che lo definiscano come vogliono. Ma come hai desiderato con tutto te stesso celare al mondo la sofferenza che aleggiava in quest’abitazione, ora sei altrettanto restio a mostrare a chiunque altro il sorriso che troppo spesso ti affiora sul volto non appena Smile entra nel tuo campo visivo. Celarlo a chiunque, a volte perfino a te stesso.
Smile miagola con insistenza, costringendoti a prestare attenzione a lui e non alla tua autocommiserazione. Anche in questo è un campione, non c’è che dire. Ti distrae da te stesso, ti regala un’altra ragione per alzarti ogni giorno.
Ha fame. Viva la praticità che trionfa sulle tue veleggianti riflessioni sul senso della vita.
Un’ultima carezza e finalmente ti alzi, lasciandolo sul letto. Quando ritorni lui ti attende con aria sorniona comodamente acciambellato sul tuo cuscino. Sembra la statua di una di quelle divinità egizie, stesso portamento altero e completamente indifferente al resto del mondo.
 
Ripeti un po’, che cosa vorresti, umano?
 
Più che al resto del mondo è del tutto indifferente al tuo rimprovero, accolto con un semplice sventolio della coda e delle fusa ancora più rumorose, gli occhi gialli che ti sfidano fissandoti intensamente.
Monello, e adesso?
Indifferenza per indifferenza. Smetti di borbottare e fingi noncuranza, avviandoti deciso verso la porta senza rivolgergli più alcuna parola. È un sistema che vince sempre.
Infatti.
Con una mossa fulminea Smile scende dal letto – anzi no, dal tuo cuscino – e quasi ti fa inciampare nel sorpassarti per dirigersi verso le scale. La prima schermaglia della giornata si è conclusa. In serata farai il conteggio serenamente seduto in poltrona.
Caffè bollente, senza latte né zucchero. Lo sorseggi con calma appoggiato al mobile della cucina, osservando il tuo coinquilino che poco distante si tuffa ingordo sul piattino colmo di latte agitando sinuosamente la coda.
Ecco un nero che caccia tutte le ombre, pensi nuovamente.
Socchiudi gli occhi nel fissare il tuo piccolo amico, la tazza tra le mani ormai vuota ma ancora calda, l’aroma di caffè che continua ad aleggiare nell’aria. Lui ti restituisce uno sguardo tranquillo accompagnato da gocce di latte sul naso e sulle vibrisse.
Scuoti la testa, rassegnato a questo sodalizio che ogni giorno ti piace sempre di più.
E sorridi, questa volta apertamente e senza farti rimproveri.
Questo posto è intriso di ombre e ricordi, sì.
Ma nulla e nessuno ti vietano di raccontare a queste mura anche di un’ombra felina perennemente curiosa e vogliosa di giocare. E forse, poco alla volta, i nuovi ricordi avranno l’emblema di due occhi gialli che ti scrutano amichevoli.

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