Quella sera, l’aria era davvero fredda, a Godric’s Hollow. Per tutta la giornata, un vento freddo aveva soffiato da nord, accumulando per le vie quell’umidità che adesso penetrava nella pelle, sorpassando i vestiti pesanti, con l’abilità e la sveltezza di tanti piccoli serpenti. Tutti gli abitanti erano già nelle loro case, a godersi il tepore del fuoco acceso, e a cenare assieme il frutto di un’onesta giornata di lavoro. Era una visione dopotutto rassicurante, vedere tutte quelle finestre illuminate, per l’uomo anziano che passava sorridendo, avvolto in una lunga veste viola, e con un paio di occhialetti a mezzaluna che spuntavano in mezzo ai lunghi capelli bianchi e alla grande barba anch’essa bianca.

Fu forse per questo che notò subito l’uomo magro avvolto nel suo sdrucito mantello nero, raggomitolato sopra una panca in posizione fetale, tremante dal freddo. All’inizio, in realtà, non aveva capito bene cosa fosse, ma poi guardò meglio e riconobbe i movimenti fin troppo tristemente noti dell’uomo che non ha un tetto la sera dove riposarsi, quell’agitarsi per mantenere un po’ di caldo nelle membra intirizzite, quel movimento di denti e il borbottare della voce.

“Mi scusi” disse allora, avvicinandosi. Sentendolo, l’uomo immediatamente si rizzò in piedi, scoprendo il volto magro circondato da unti e sporchi capelli neri, dove due occhi anch’essi neri facevano capolino, con un’espressione da cane bastonato.

“Stia tranquillo, non avevo intenzione di spaventarla. Volevo solo invitarla a venire con me.”

“Dove?” chiese l’uomo, continuando a tremare, la diffidenza ben evidente nella voce roca.

“In un posto più comodo e caldo dove passare la notte. Prego, venga.”

E riprese a camminare. L’uomo lo guardò ancora per un momento, indeciso, poi raccolse una sacca da viaggio che aveva posato dietro la panca e lo seguì, ma tenendosi dietro, pronto a scappare non appena avesse visto qualcosa che non gli piaceva. Il vecchio, però, non diede segno di preoccupazione né di fretta.

“Senta,” disse dopo un po’ l’uomo in nero, sbottando “mi chiamo Severus Piton. Sono un forzato, rilasciato dalla prigione di Azkaban due mesi fa. Non ho un lavoro, non ho una casa, sono un cane randagio abbandonato in mezzo alla strada! Potrei essere un assassino!”

“E io sono Albus Silente, sindaco di questa ridente cittadina” fu la calma risposta. “E lei sarà mio ospite.”

“Suo… cosa? Ma ha sentito quel che ho detto?”

“Perfettamente.”

“E… e mi ospita? Da ogni altra parte mi hanno cacciato!”

“Ragione di più per darle un alloggio: che non si dica che nella mia città un uomo muore assiderato perché nessuno ha voluto aprirgli la porta!”

Completamente senza parole, Piton continuò a seguirlo, domandandosi se quell’uomo fosse matto. Da quando l’avevano rilasciato, il suo viaggio era stato un inferno. Aveva provato a rimettersi a lavorare, ma non appena esibiva quella maledetta pergamena gialla o tentavano di abbassargli il salario, oppure lo mandavano via direttamente. Per strada, i ragazzini lo insultavano e gli adulti lo guardavano male. Non era più un uomo, era un forzato: un uomo che ha perso il diritto all’umanità. E adesso, questo vecchio, bello bello, se ne usciva fuori invitandolo a casa sua? C’era qualcosa che non andava.

Erano intanto arrivati a una piccola abitazione, anche più piccola delle altre case, di forma quadrata. Silente bussò alla porta, e dopo qualche minuto un’anziana donna dall’apparenza severa venne ad aprire, con aria preoccupata.

“Albus, finalmente! Vieni dentro, presto! Ho sentito dire che c’è un galeotto in giro, un uomo pericoloso…”

“Lo so, Minerva, l’ho incontrato” rispose Silente indicando Piton. Minerva letteralmente gelò sulla soglia, mentre con gli occhi spalancati osservava lo spaventapasseri nero in piedi dietro Silente, sporco e stanco.

“Fai preparare un bagno e la stanza degli ospiti, credo ne abbia bisogno” sorrise Silente, entrando.

Un’ora dopo, Severus Piton, lavato e vestito con abiti puliti fornitigli da Minerva, sedeva alla tavola di Silente, intento a divorare, più che a mangiare, la zuppa che gli era stata posta davanti. Silente, però, sembrava non farci caso, e anzi conversava con lui come fosse stato un vecchio amico.

“Mi scuserà se la cena non è molto ricca, ma vede, io conduco una vita molto ritirata. Sono sindaco di questo paese da una ventina d’anni, e se tutto va bene conto di rimanere tale. Purtroppo il nuovo regime non mi vede di buon occhio, ma dovrei riuscire a trovare un accordo soddisfacente. Solo Minerva mi fa compagnia, è una vecchia amica. E lei, cosa faceva?”

“Io…” deglutì Piton, cercando di ritrovare la parola. “Ero farmacista. Ho sempre avuto un talento per le pozioni…”

“Davvero? Ma che combinazione! Ho un amico, in un villaggio poco lontano da qui, che avrebbe proprio bisogno di un farmacista nuovo, il loro villaggio è rimasto senza. Potrei proporla per il posto.”

“I-io non… non credo sia una buona idea. Non prenderanno mai un ex-forzato.”

“Oh, non si può mai dire. Se non la prenderà, venga pure di nuovo da me, e vedrò come aiutarla. Ma ne parleremo con più calma domani.”

La conversazione continuò ancora un po’ sulla situazione politica del paese, che davvero non era buona. Il Partito dei Mangiamorte, dopo anni di insistita campagna politica, aveva finalmente vinto le elezioni, e il loro capo, Tom Orvoloson Riddle, era stato eletto Ministro della Magia. Tempi duri si preannunciavano per tutti coloro che non facevano parte della ristretta cerchia dei Purosangue, vale a dire per la stragrande maggioranza del paese, un paese già messo in ginocchio da tutta una serie di fatti violenti. Tuttavia, Albus Silente parlava di tutto questo con apparente calma, come se si trattasse di una parentesi, un momento particolarmente delicato ma non eterno.

Venne l’ora di andare a dormire, e Silente in persona mostrò all’ospite la sua stanza. O, per essere più precisi, lo spinse quasi dentro, visto che Piton, di fronte a quelle quattro mura e a quel soffice materasso, sembrò essersi di nuovo bloccato. Sorridendo, Silente lo lasciò solo dopo avergli augurato la buonanotte, e andò a godersi anche lui il sonno dei giusti.

***

La mattina dopo, Silente fu risvegliato dalle alte lamentele di Minerva, che si sentivano ben oltre la cucina. Incuriosito, si mise la sua vestaglia e andò a chiedere cosa fosse successo di così grave.

“Albus, guarda!” rispose la donna, indicandogli per tutta risposta la credenza dell’argenteria aperta, e completamente vuota. “Il tuo ospite ha preso tutta questa roba ed è scappato durante la notte! Dobbiamo avvisare gli Auror!”

“Perché?” chiese Silente. “L’ho sempre detto che quel servizio d’argento era un po’ uno spreco. Se gli può essere utile…”

“Utile?” esclamò la donna, gli occhi fuori dalle orbite. “Utile? Albus, forse tu non capisci che quello è un ladro! Probabilmente se la venderà per comprare non so cosa, e darsi ad altri fur…”

Minerva non aveva nemmeno finito di parlare, quando bussarono alla porta. Albus andò ad aprire, e si trovò davanti tre Auror: uno aveva in mano un sacco, da cui spuntava la sua argenteria, gli altri due invece trattenevano Severus Piton. L’uomo aveva un brutto taglio sulla fronte, probabilmente ricevuto in seguito a qualche resistenza all’arresto, e teneva lo sguardo basso, per non dover guardare in volto l’uomo che aveva ricompensato così male della propria gentilezza.

“Signor sindaco” disse l’Auror col sacco. “Abbiamo trovato quest’uomo poco fuori dal paese con la sua argenteria. Dice che voi gliel’avete regalata, dopo averlo ospitato in casa per la notte.” C’era un ghigno sulla faccia dei tre Auror, il ghigno di chi sa riconoscere una bugia e già pregusta il suo smascheramento.

“E’ vero” disse sorridendo Silente, sbalordendo tutti quanti. Incredulo, Piton adesso trovò la forza di sollevare gli occhi, verso l’uomo anziano che ancora sorrideva, mentre si chinava su di lui e lo aiutava a rialzarsi.

“Mio caro amico, si rialzi, si rialzi” lo invitò. “Potete togliergli le manette, signori? Non credo ci sia più nessuna ragione per trattenerlo. Avete fatto il vostro dovere, ora rilasciatelo.”

Con qualche riluttanza, gli Auror obbedirono. Era chiaro che non credevano a una sola parola del loro sindaco, ma non potevano certo contraddirlo. Sciolto Piton dalle manette, se ne andarono scuotendo la testa, disapprovando il comportamento assurdo del loro sindaco.

“Venga adesso” disse di nuovo Silente all’indirizzo di Piton, ponendogli una mano sulla spalla. “Faccia colazione con noi. Poi, le scriverò la lettera per quell’amico mio di Spinner’s End. Non vorremo sprecare una buona occasione, vero?”

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