Era da almeno mezz'ora che il piano superiore era animato da strani rumori strascicati. Non molti anni prima Andromeda si sarebbe fiondata su per le scale per controllare che Teddy stesse bene, perché doveva proteggerlo: aveva soppresso sistematicamente qualunque cosa reputasse anche solo vagamente minacciosa, arrivando a negargli persino il suo passato.

La sua ossessione era durata fino a che lui, una mattina, si era svegliato chiamandola ‘mamma', parola che l'aveva trapassata lì, nel grembo dove aveva portato la sua bimba per nove mesi, lasciandola disperatamente vuota. Senza fiato, ingoiando lacrime su lacrime in singhiozzi da voltastomaco, aveva capito di stare uccidendo Ninfadora di nuovo: senza quei ricordi che si ostinava a tacere a Teddy, era come se non fosse mai vissuta.

Ricordava quanto era stato difficile riprendere il controllo, ma ci era riuscita e, decisa a rimediare in qualche modo ai propri errori, aveva condotto il nipote in cucina.

"Cosa facciamo?" le aveva chiesto con la sua vocina di bimbo, alzandosi sulla punta dei piedi nudi.

Lei aveva animato un coltello con la bacchetta, facendo rotolare alcuni cetrioli su un tagliere.

"Proteggiamo le persone che ci hanno voluto bene... che ci vogliono bene."

Nella polpa di ogni ortaggio aveva scavato un nome:

"Questo è per la tua mamma, ci scriviamo sopra: N-i-n-f-a-d-o-r-a; questo è per il tuo papà: Remus, e questo per il nonno: Ted."

Teddy sapeva che intagliare cetrioli e poi gettarli in acqua era la prassi per difendere le persone dai Kappa, grazie a una serie di figurine sulle Creature Magiche allegate alle Cioccorane che stava collezionando con grande entusiasmo.

"È un rituale simbolico, una sorta di preghiera Babbana," gli aveva spiegato, temendo di allarmarlo. "Nei laghi inglesi non ci sono Kappa."

"Non si sa mai," aveva ribattuto lui speranzoso, strappandole un sorriso come ogni volta che in qualche maniera gli ricordava la madre.

Raccolti i cetrioli, le aveva chiesto dove sarebbero andati a buttarli visto che non c'erano laghetti nei paraggi.

Lei aveva riempito d'acqua il lavandino:

"Non escluderei la possibilità che un Kappa lo scelga come dimora invernale," gli aveva confidato serissima.

Gli occhi del bimbo si erano subito illuminati.

"Speriamo!" aveva esclamato, lanciando i cetrioli un po' ovunque, compromettendo così sul nascere la diciannovesima delle sessantacinque straordinarie carriere che Remus aveva immaginato per lui: con quella mira, non sarebbe mai diventato Cacciatore di punta della nazionale di Quidditch.

Erano passati nove anni da allora, ma non per questo il sorriso di Andromeda al ricordo fu meno spontaneo. Un sorriso malinconico, che scaldava il petto come l'abbraccio pesante di un corpo addormentato.

Qualcosa si mosse appena al di sopra del suo sguardo, costringendola a mettere a fuoco la stanza. Teddy arrancava con goffi passi da papera verso di lei, le braccia scostate dai fianchi alla ricerca dell'equilibrio e sul viso quell'espressione concentrata e compunta che assumeva ogni volta che qualcosa stava bollendo in pentola.

"Tutto bene?" indagò con una certa noncuranza.

Quando se l'era trovato, orfano, tra le braccia, aveva creduto che sarebbe stato come riavere Ninfadora con sé, che sarebbe cresciuto tale e quale a lei, invece aveva dovuto imparare a conoscerlo. Teddy, ad esempio, era molto meno impermeabile alle sue critiche e a volte una palese curiosità da parte sua lo faceva chiudere a riccio, come se temesse il suo giudizio.

Si vergognava profondamente ad ammetterlo, ma spesso l'aveva odiato per quei tratti del carattere che lo differenziavano dalla mamma e che, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricondurre neppure a Ted. Nei momenti di più cupa disperazione il semplice fatto che fosse un maschio bastava a farle provare un senso di rifiuto nei suoi confronti.

Era una lotta continua: proteggerlo da ogni possibile fonte di dolore e impedirgli di crescere senza un passato, volerlo tale e quale alla figlia perduta e amarlo per quello che era.

Teddy, ritto davanti a lei, si stava fissando i piedi.

"Nonna?" tentò, mentre i capelli viravano dal blu verso un più riflessivo verde.

"Sì, Teddy?"

"Perché il nonno ha le scarpe tutte rotte?"

Parlavano sempre di Ninfadora, Ted e Remus al presente, un'abitudine di Teddy che ben presto era stata adottata non solo da lei, ma anche da Harry e dall'intera famiglia Weasley, da cui erano stati praticamente adottati.

"Il nonno non ha mai avuto scarpe rotte, ha solo poco gusto nel vestirsi," gli rispose sulla difensiva. Come poteva pensare che avesse trascurato Ted tanto da fargli indossare qualcosa di così poco dignitoso?

"Mamma dice: ‘Il mio papà è Babbano di nascita ed è un gran sciattone!'," citò lui con disinvoltura. "Queste scarpe non sono del nonno?"

Finalmente Andromeda si decise a dare un occhio a quello che il nipote non aveva mai smesso di fissare intensamente.

"Dove le hai prese?" sbottò brusca ancor prima di capire di cosa stessero parlando, pentendosene subito dopo. Ogni volta che andava a frugare in soffitta e spuntava con quello che per lui era un nuovo, splendido tesoro, Andromeda sentiva la mancanza della persona a cui era appartenuto l'oggetto sbattuta in faccia con la violenza di uno Schiantesimo. "Scusami, Teddy. Sono le scarpe del tuo papà e hai tutto il diritto di indossarle, ti appartengono."

"Non fa niente, nonna," annuì lui, abbastanza consapevole della sua sofferenza da cercare, a modo suo, di tirarla un po' su: "La mamma dice: ‘Mamma che abbaia, non morde! Perché la mamma prende fuoco per un nonnulla, rompe, offende, ma è difficile che metta mano alla bacchetta e ti affatturi gravemente, Remus'."

Andromeda strinse gli occhi, sentendo suo malgrado il sangue salirle alla testa.

"E questa perla di saggezza su di me quando l'avrebbe detta?"

Teddy tamburellò pensoso con le dita sul labbro.

"Riunione dell'Ordine della Fenice, inverno 1997. Fonte: Kingsley Shacklebolt, Ministro della Magia e, come sicuramente avrai notato, nostro grande amico."

"Bene," commentò seccata, scacciando dalla mente il proverbio che Ninfadora aveva poeticamente adattato alla sua persona. Le faceva male, molto male, rendersi conto che in fondo era contenta che Teddy non avesse ereditato la sua linguaccia.

"Perché il papà ha le scarpe tutte rotte?" aggiustò il tiro lui, facendo il gesto di avanzare di un passo senza però portarlo a termine, come una parola rimasta sulla punta della lingua, non detta.

Ora era certa che qualcosa stava bollendo in pentola.

"Lui che dice?" lo pungolò, decisa a scoprire cosa.

Teddy aveva una citazione delle parole pronunciate dai suoi genitori adatta a ogni occasione. Erano anni che interrogava tutti a riguardo, collezionandole come faceva con le figurine.

"‘È uno dei rischi professionali di un lupo mannaro'," le rispose prontamente, centrando, sperava involontariamente, la questione.

"Qualcuno ti ha detto qualcosa, a Hogwarts?" chiese preoccupata, ricordando quando, solo pochi giorni prima, un mago aveva mormorato: ‘A volte liberarsi dei parassiti è quasi impossibile', apparentemente rivolto a un ragno che zampettava tra i libri del Ghirigoro, osservando però lei e Teddy di sottecchi. Forse la sua era solo paranoia, ma sapeva bene quanto i pregiudizi fossero duri a morire.

"Sì, certo," Teddy cercò di dondolarsi sui talloni, accettando serenamente la goffaggine che le scarpe troppo grandi gli donavano, quasi la vivesse come un gesto d'affetto del papà. "La gente mi dice cose di continuo, a scuola: sono molto simpatico."

"Intendevo dire: qualcuno ti ha parlato dei lupi mannari?" chiarì, anche se dalla sua risposta sembrava che fosse alquanto improbabile.

"Mmm... beh, a volte Pix mi canta delle canzoncine sceme sul fatto che sono matto e lupesco. Neville, cioè, il professor Paciock, mi ha raccontato che una volta ha cantato quella roba anche al papà e lui gli ha sparato una cicca nel naso per farlo tacere," Teddy gonfiò il petto, orgoglioso delle nobili gesta paterne. "Visto che di solito non mastico cicche, io gli sputo addosso."

Andromeda non riuscì a trattenersi:

"Fare queste cose è da maleducati, le bambine per bene non dovrebbero..." si morse la lingua, presa alla sprovvista dalle sue stesse parole. Malgrado Teddy avesse imitando il papà, quella di sputare addosso al Poltergeist era stata un'azione così tanto da Ninfadora che aveva risposto d'istinto. D'altronde, quante volte aveva dovuto riprenderla per comportamenti simili? Anche da adulta, anche dopo che era diventata madre!

Forse, il fatto di non gioire più per ogni marachella di Teddy che in qualche modo gliela ricordava, significava che stava guarendo: riusciva nuovamente a vederla così com'era stata, e non più come una figura idealizzata e desiderabile in ogni suo comportamento.

Teddy la guardò sbigottito, i capelli accuratamente pettinati che si arruffavano senza che ci mettesse mano.

"Io sono un maschio," iniziò, con la cautela che si riserva ai pazzi. "Ma... ecco... non sono come tanti altri maschi. Mica mi offendo, perché secondo me le femmine sono forti, non come dice Ron che vanno in pezzi per niente o cose così... tu che ne pensi?"

Andromeda alzò il mento in una posa di altero orgoglio.

"Penso che questo fa di te un grand'uomo."

Lui crebbe di una spanna per la gioia. Gioia non dovuta solo al complimento, comprese. Sospettava che il discorsetto che stava per farle fosse stato accuratamente preparato in precedenza, in attesa del momento giusto per propinarglielo.

"La mamma ha detto alla professoressa McGranitt, che l'ha pescata a rubare il libro Delle Magie Fetide e Putridissime dal reparto proibito trasformata nel professor Severus Piton: ‘Pensavo di fare qualcosa per il mio look, in questo libro ci sono delle formule di shampoo p-o-r-t-e-n-t-o-s-i,'," la osservò da sotto in su, cercando la sua approvazione con l'aria da furbetto di chi sa di averla già praticamente ottenuta. "Ecco... vorrei anche io seguire le sue orme e fare qualcosa per il mio look. Queste scarpe mi vanno troppo grandi ma, se per te va bene, ne avrei trovato un altro paio che mi andrebbero giuste."

 

***

 

Andromeda procedeva spedita lungo la banchina del binario 9 e 3/4 con Teddy che le camminava accanto tutto baldanzoso, enfatizzando ogni passo per evidenziare quello che calzava ai piedi.

Furono quasi subito intercettati da Victoire Weasley, questo sarebbe stato il suo primo anno a Hogwarts ed era eccitatissima.

"Vengo anch'io, vengo anch'io!" cantò correndo loro incontro, le guance arrossate e i bellissimi capelli dorati che le svolazzavano elegantemente sulle spalle.

"Ciao, Vic," la salutò Teddy, facendo di tutto per far cadere l'attenzione della bambina sui suoi piedi.

"Ooooh!" sospirò estasiata quando si fu calmata abbastanza da dargli retta, facendo storcere il naso alla madre che nel frattempo li aveva raggiunti assieme al marito. "Questi scarponi sono bellissimi! Mamma, guarda gli scarponi di Teddy!"

La smorfia disgustata di Fleur svanì quando colse l'espressione di Andromeda, sufficientemente eloquente da farle comprendere tutto.

Rispettava la giovane donna che, invece di tornare a casa, al sicuro, aveva scelto di combattere una guerra non sua accanto all'uomo che amava. Chiamare Victoire la sua bambina, nata lo stesso giorno della Battaglia Finale, era stato il miglior tributo che chiunque avesse fatto agli eroi caduti in guerra. Nella sua mancanza di ipocrisia, nel suo esternare la propria opinione senza filtri e fino a far male, nella sua altezzosità, rivedeva un po' se stessa.

I capelli di Teddy brillarono di un azzurro intenso mentre Fleur si piegava su di lui, posandogli un bacio per guancia.

"Scì, sono molto belli, Victoire," scandì, guardandolo dritto negli occhi. "Teddì, ne sciono sicura, li porterà con il rispetto che meritano."

Victoire, avvertendo dalla tensione emotiva che stava succedendo qualcosa di importante da cui si sentiva esclusa, non esitò a chiedere spiegazioni.

"Io porto il nome di mio nonno," iniziò Teddy, assumendo un atteggiamento fiero. "Il nome e il cognome del mio papà, e della mia mamma, beh... porto questi scarponi."

Andromeda ammirava il suo coraggio: la maggior parte dei maschi della sua età sarebbe morta piuttosto che indossare qualcosa che era appartenuto alla loro madre, figuriamoci ammettere una cosa tanto vergognosa come fosse motivo di vanto.

Incrociò il suo sguardo, e nei suoi occhi chiari lesse quello che stava per dire. La fonte della citazione era stata lei stessa, ricordò, incapace di deglutire il nodo di commozione fermo in gola, in quel punto dove il cuore batteva più forte.

"Perché, come dice la mia mamma," proseguì Teddy, con quell'espressione appassionata e serena che era solo sua. "‘Una donna non smette di essere qualsiasi altra cosa quando diventa madre. Lo so che non mi perdonerai mai, Teddy, ma io sono un Auror e il dono più grande che la mia mamma mi ha fatto è questa forza, questa necessità di combattere per le cose in cui credo, per le persone che amo,'," accarezzò con gli occhi gli scarponi consunti di Ninfadora, rivolgendosi ad essi. A lei. "Perché la mia mamma è il mio più grande eroe." 

 

Note di fine capitolo

 

Credits: ‘Il mio papà è Babbano di nascita ed è un gran sciattone!’

‘È uno dei rischi professionali di un lupo mannaro’

citazioni da “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”

 

 

 

Noticina finale: l’uso della parola “eroe” al maschile è voluto, perché:

A-eroina a me fa pensare alla droga, e Ninfadora sarebbe un nome perfetto per qualche pasticca.

B-volevo mantenere un certo effetto sorpresa, cioè, spero che chi legge la mia storia pensi che l’eroe del titolo sia Remus, visto che in genere solo i papà vengono visti in quest’ottica.

 

 

 

Posta una recensione

Devi fare il login (registrati) per recensire.