Note alla storia

Questa storia si è classificata quinta al contest Principesse Disney di Erigre su EFP. Non avevo mai scritto di Fleur protagonista, per cui è stato interessante, anche nel farla parlare senza abusare dei difetti di pronuncia... Spero vi piaccia. La canzone a cui mi sono ispirata è ovviamente "Quello che le donne non dicono" di Fiorella Mannoia.

È difficile spiegare certe giornate amare,
lascia stare, tanto ci potrai trovare qui,
con le nostre notti bianche,
ma non saremo stanche
neanche quando ti diremo ancora un altro "sì".




Doveva andare in maniera diversa. Doveva succedere in un giorno diverso.
Un altro giorno, uno comune, uno dei tanti che passiamo a preoccuparci per gli amici in missione e a pensare alle cose da fare per concludere questa guerra inutile e assurda.
Qualunque giorno, ma non oggi.
Non oggi, dannazione.
Doveva essere una giornata speciale. Non riesco a smettere di pensarci, mentre metto via il mio bellissimo abito nell’armadio. Il mio abito da sposa sozzo di fango e sangue, strappato in più punti e ormai rovinato in maniera irreparabile.
Se penso a tutto il tempo che ho speso per cercare il modello che volevo, con la futile speranza di passarlo a una figlia, un giorno… Chiudo l’anta con un sospiro, cercando di non pensarci.
«Tesoro?»
Non era proprio così che mi aspettavo il mio matrimonio, né tantomeno la prima notte di nozze, eppure prendo la bacchetta e raggiungo mio marito che mi attende seduto in bagno. È stato ferito, durante lo scontro: niente di grave, graffi e qualche segno superficiale, ma ora tocca a me occuparmi di lui.
«Ti senti meglio?», gli domando quando arrivo al suo fianco.
«Sì, sono ancora un po’ intontito per la botta in testa quando sono caduto, ma almeno ora la casa ha smesso di girarmi intorno».
Mi siedo per terra accanto a lui e tiro fuori le garze e la Pozione Corroborante, cominciando a disinfettare i suoi graffi. Non sono niente rispetto alle cicatrici che gli deturpano il volto, che ancora mi fanno rabbrividire al solo pensiero di quello che è successo poco più di un mese fa.
Lavoro in silenzio, senza sapere che dire. L’immagine che avevo costruito di questo giorno mi rimbomba nella testa, come una maledizione, insieme ai ricordi confusi e congestionati di quanto è successo poche ore fa.
Una serata piacevole era tutto quello che chiedevo, balli, perfino le prese in giro dei suoi fratelli, per me cognati appena acquisiti, poi la visita alla nostra casa appena acquistata e rimessa a nuovo, Villa Conchiglia, per accontentare i parenti che volevano vedere il nostro nido d’amore. E avremmo dovuto chiuderci la porta alle spalle, rimanendo finalmente soli, a godere della nostra unione.
«Poteva andare peggio», mormora Bill come se intuisse i miei pensieri.
Non capisco. «In che senso?»
«Pensaci, zia Muriel avrebbe potuto pretendere di venire qui ugualmente, per accertarsi che fosse una dimora confacente al maggiore dei suoi nipoti», mi spiega lui con un ghigno tipicamente Weasley sul volto. A volte è così simile a Fred e George…
Scoppio a ridere, sorpresa e divertita dalla voglia di Bill di scherzare, probabilmente tirata fuori solo per tirarmi su di morale.
Per carità, per questo posso essere grata se la cerimonia della visita non si è svolta come previsto: quella zia sembra un mostro travestito da donna, non le va mai bene nulla di quello che fa mia suocera e non mi ha per niente in simpatia. Non ha potuto dire nulla subito perché io do una prima impressione impeccabile, ma so che è solo questione di tempo per sentire i suoi rimproveri.
«Beh, dovremo chiudere sempre i camini per evitare visite a sorpresa, alors», commento più brusca di quello che vorrei finendo il lavoro e rimettendo a posto le bende che non mi sono servite. «Non si sa mai che sci colga in qualche momento embarassante».
Per un attimo vorrei urlare. Al diavolo zia Muriel, al diavolo la guerra, al diavolo… Sì, anche il mio forte accento che mi fa storpiare le parole e che mi rende diversa. Odio quando mi fissano, come a chiedersi perché una ragazza francese dovrebbe rimanere qui a combattere, come se tutto questo non mi riguardasse.
Con uno sguardo abbraccio casa nostra, tutta al buio, che mi sembra così fredda.
«Vuoi mangiare qualcosa?»
Scuoto la testa, chiedendomi quanto possa sembrare disperata se Bill si è offerto di cucinare, lui che grazie alla sua ansiosa madre non ha imparato a preparare nemmeno un uovo.
«Volio solo andare a letto, così che questa giornata finisca», mormoro, nemmeno sicura di che lingua abbia usato per esprimere i miei pensieri.
Non è certo la prima notte di nozze che avevamo in mente… Ho un completo intimo costosissimo nascosto in un cassetto, in camera nostra, ma non penso che lo userò stanotte. Non con la Tana presa d’assalto, non con Harry, Ron e Hermione scomparsi nel nulla, il Ministro morto…
Non è una notte fatta per festeggiare, questa.
Saremmo rimasti con i signori Weasley, ma Molly ha insistito perché venissimo qui, per gustarci la nostra intimità di sposini.
Mi viene da ridere in maniera isterica al solo pensiero.
Raggiungiamo la nostra stanza e ci spogliamo senza guardarci, quasi timorosi, come se non avessimo già fatto l’amore chissà quante volte. Ma questa è una notte per un tipo di amore diverso, l’amore di due persone che condividono angosce e paure e che pregano insieme per un domani migliore.
Bill si sposta al centro del letto e mi tira a sé, come a cercare il contatto fisico per essere sicuro che io ci sia.
«A volte mi chiedo se non abbia fatto uno sbaglio».
«Ti prego, non ricominciare con i complessi da Remus, Bill!», sibilo trattenendo a stento un’imprecazione. «Non sci provare, o ti assicuro che Tonks sembrerà un ansgioleto in confronto à moi
«No, è che… Saresti molto lontana da questa guerra, se non fosse per me, invece ora rischierai la vita ogni giorno, perché sei la moglie di un Weasley. Siamo considerati una famiglia di traditori, e come tali verremo trattati».
Sospiro, passandogli una mano tra i suoi capelli rossi. Sua madre ha tentato di tagliarglieli per il matrimonio, ma io mi sono imposta. Gli stanno così bene…
«Sono qui parce que ritengo che sia giusto essere qui a combattere. Perché un ragazzo che consideravo un amico è stato ucciso senza nessun motivo, perché nessun altro deve fare la stessa fine. Non combatto perché mi sono innamorata di te, Bill, ma perché penso che tutti dovrebbero farlo e fermare questa follia», gli spiego per la centesima volta. «E sono ici perché ti amo, perché voglio stare avec toi, e perché nemmeno l’Oscuro Signore e tutti i suoi seguasci mi terrebbero lontana da te».
È un sì, come il sì che ho detto oggi davanti al funzionario che ci ha sposato, come quello che ho pronunciato quando ti sei inginocchiato davanti a me con un anello in mano. È il sì che tua madre ha letto nei miei occhi quando le ho fatto capire che non mi sarei allontanata da te solo per due cicatrici.
Dirò sempre sì, anche se verranno mille altre notti come questa.
Bill mi guarda e capisce quante altre cose vorrei riuscire a spiegare, anche se le mie difficoltà linguistiche ancora mi impediscono di esprimermi liberamente. Annuisce e non parla più, baciandomi una tempia con dolcezza.
Non c’è bisogno di parole, a volte, tra marito e moglie.

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