Note al capitolo

Questa storia è stata il mio primo tentativo di partecipare ad un contest. Il Charlie Weasley [Characters Contest's First Edition] indetto da Only_me, dove si è piazzata al terzo posto. La storia prende le mosse dalla mia long Draconarius, come una sua missing moment, ma può essere letta a prescindere da essa. Per chinon lo sapesse, le razze Zaffiro di Santorini, Bicefalo e Alabruna sono di mia invenzione.

Ioan aprì gli occhi nella penombra della camera da letto. Guardò al suo fianco il posto lasciato vuoto dalla moglie. Sarebbe rientrata nel pomeriggio. A malincuore abbandonò il tepore delle coperte, si vestì, inforcò gli occhiali e scese di sotto. Era inutile starsene a poltrire, c’erano molte cose da fare alla Riserva in quei giorni di risveglio primaverile.
In cucina riconobbe i segni del passaggio di un animale particolare, con cui aveva a che fare da qualche anno: un Weasley selvatico. Quel ragazzo aveva un’idea molto personale del significato della parola “ordine” che, di solito, non collimava affatto con quello noto ai più. Poteva ricostruirne gli spostamenti seguendo le tracce che si era lasciato alle spalle, evidenti quanto quelle di un Ironbelly. Per prima cosa doveva aver raggiunto il fornello, dove aveva spostato la pentola lasciata lì dalla sera prima. Si era allontanato per prendere il latte, come indicavano il pensile ancora aperto dove mancava una tazza e la bottiglia mezza piena abbandonata sul piano di lavoro. Era tornato al fornello, scaldando una quantità eccessiva di latte, i cui avanzi riempivano abbondantemente il fondo del pentolino. Nel frattempo aveva saccheggiato la dispensa, da cui sporgevano gli angoli di diversi incarti. Non soddisfatto, aveva tagliato del pane nero spargendo briciole sul tavolo e sul pavimento. Per qualche oscuro motivo aveva bevuto in fretta e furia, stando alle gocce sparse qua e là, alla tazza rovesciata nel lavello e alla panca messa di sbieco.
Prese un profondo respiro, massaggiando le palpebre chiuse dietro le lenti per farsi coraggio.
«Coraggio, Ioan. È per il bene di Poliana. E della Riserva» fece, estraendo la bacchetta.
Se sua moglie avesse avuto il minimo sentore di quel disastro, avrebbe scatenato il finimondo. Detestava il disordine sopra ogni altra cosa, ma questo, all’inglese, pareva proprio non voler entrare in testa.
Per qualche minuto, lo spazio sopra i ripiani della cucina fu invaso dalle traiettorie degli oggetti che ritrovavano la loro abituale collocazione. Seguì il rapido agitarsi di un paio di strofinacci e della scopa, per ridare a tutto una parvenza di decoro.
Quando finalmente ogni traccia del passaggio del morfologista selvaggio fu cancellata, Ioan poté dedicarsi alla propria colazione.
Sorrise di bonario rimprovero alla bella forma tonda e screpolata di pane nero che aveva tirato fuori dal forno il giorno prima, ora ridotta ad una scultura cubista o agli avanzi del pasto di un Lungocorno. Stesso discorso valeva per le scatole del the, dei biscotti e un paio di vasetti di marmellata.
«Tutto questo caos e non è neppure nei paraggi» rifletté, mettendo il vecchio bollitore di ceramica sul fuoco. «Strano, non è da Weasley. Di solito cerca di nascondere le magagne, qui in cucina. Mette tutto in maniera tale che Ana non si accorga subito dei suoi pasticci, ma non oggi. Come se avesse avuto una gran fretta di andarsene».
Mentre attendeva e rimuginava, tagliò il pane, spalmandovi un po’ di miele di timo. Aveva decisamente bisogno di incrementare le energie, a differenza del collega che pareva non esaurirle mai. L’acqua prese a cantare poco dopo dal beccuccio incrinato.
Accostò la tazza, la zuccheriera, la teiera ed il piatto dove aveva posato le fette di pane e miele, disponendole nella forma più ordinata che gli riuscì. Imboccò il basso portico che girava tutt’intorno all’abitazione, facendole levitare dietro di sé.
Sulla valle aleggiava una sottile foschia ed un quieto silenzio. Neppure gli uccelli cantavano ancora nel cielo rosato dell’alba. L’odore della resina e dell’erba si fondevano con l’aroma caldo del the. Ne prese un sorso e proseguì, stropicciando le mani per scaldarle. Voltò l’angolo, diretto alla panca dove sedeva abitualmente con la moglie e rimase petrificato. Le stoviglie ticchettarono scontrandosi fra loro e contro la sua schiena.
Strabuzzò gli occhi sulla figura china sui gradini davanti all’entrata. Era Charlie, zuppo fino al midollo e tremante di freddo.
«Che ti è successo?»
«Ho fatto un bagno, non si vede?» tentò di scherzare, battendo i denti come nacchere.
Grondava in maniera preoccupante, tanto che sul vialetto l’acqua aveva formato una piccola pozza fangosa. I capelli rossi aderivano alla faccia in ciocche scomposte, nascondendo in parte le lentiggini.
«Seriamente, cosa ti è successo?»
«Seriamente?» sbuffò, continuando a sorridere mentre vuotava con uno scroscio lo scarpone da trekking. «Stamattina sono andato a fare un controllo, i Traccianti indicavano una zuffa tra due Bicefali tra Băiuţ e Botiza».
Ecco spiegata la fretta che aveva letto nella confusione in cucina. Un evento del genere andava raggiunto tempestivamente per seguirne l’evoluzione. Un drago ferito ed arrabbiato poteva sconfinare e diventare pericoloso, specie per i Babbani.
«Sul Monte Secu?»
«Vicino. Voi dormivate, io ero sceso a fare uno spuntino, ho visto dei segnalini che lampeggiavano sulla mappa e così sono andato a dare un’occhiata. Tutto a posto: quei due se le son date di santa ragione, ma ne sono usciti abbastanza bene. Non serve mandare Andrea» spiegò e, rendendosi conto d’aver divagato, riprese il racconto da dove interessava a Ioan. «Beh, quando sono tornato ho visto Siglinde che nuotava sotto la superficie del laghetto e le sono volato sopra. Volevo capire se stava bene al risveglio dopo il letargo. È il primo che passa qui, da sola. A quest’età temevo non fosse in grado di gestire lo stato di quiescenza. Di solito in questa specie i cuccioli vengono tenuti all’interno dei bozzoli degli adulti, per garantirne la sopravvivenza, ma a quanto pare si è fatta davvero una bella dormita, senza problemi: è in gran forma!»
Ioan lo squadrò da capo a piedi un’altra volta. Era impressionante come trovasse divertente quel che gli era accaduto. E soprattutto come riuscisse a snocciolare tante informazioni, nonostante il freddo pungente che l’attanagliava.
«Non può averti spruzzato addosso tutta quell’acqua» osservò.
Per quanto cresciuto, il cucciolo di Zaffiro di Santorini non poteva aver raggiunto dimensioni tali da consentirgli di ridurlo in quello stato.
«No, infatti. È solo saltata fuori dall’acqua e mi ha azzannato lo scarpone» rispose mostrando i segni dei denti nello spesso strato di cuoio.
Varga era impressionato. Ora capiva. Siglinde doveva averlo visto da sott’acqua, scambiandolo forse per un uccello, e aveva cercato di trascinarlo sul fondo, proprio come avrebbe potuto fare con una preda. Bisognava ammettere che, nonostante l’assenza di un adulto, se la cavasse egregiamente nelle tecniche di caccia.
Charlie, dal canto suo, aveva ancora ben impresso quel musetto a cuneo apparso in apnea a pochi centimetri dalla sua faccia e che sembrava prenderlo in giro. O salutarlo. O studiarlo. Chissà. Non sapeva leggere nella mente di un cucciolo di drago.
«E la scopa?»
Charlie si limitò a ridere, facendogli segno di guardare alle sue spalle.
Seduta sulla sponda più lontana, c’era una macchia blu cobalto. L’ala sinistra, sopravvissuta all’attacco della Spinata, si allargava e richiudeva. Sedeva composta, elegante nonostante gli avanzi del bozzolo di mucillagine le punteggiassero le squame. Scodinzolava allegra, tenendo in ostaggio tra le fauci il mezzo di volo.
«Ha una dentatura forte, le zanne cominciano a presentare una seghettatura più marcata e a curvarsi ad uncino sulla punta» balbettò, stringendosi nelle braccia in cerca di un po’ di calore. «Dubito che la mollerà prima d’aver trovato un degno sostituto. Pensi che tua moglie mi presterebbe una gamba?»
Tra la donna e lo Zaffiro c’era stata una profonda antipatia sin dal primo sguardo. Ioan scosse il capo rassegnato e, invece di mandarlo a quel paese come meritava, gli cacciò in mano la sua tazza.
«Vedi di non morire congelato, o anziché far felice Siglinde, farai felice Poliana».

***

Un intero plico di carte invase l’angolo di tavolo che stava occupando.
«Grazie, che carino. Ne vuoi un po’?» domandò sarcastico alzando gli occhi su Andrea, che gliele aveva appena lanciate sotto al naso.
L’italiano aveva tutta l’aria di chi cercava lo scontro ed era sicuro di vincere. Cosa che, purtroppo, l’altro dava per scontata. Sapeva perché era lì, non gli serviva leggere l’intestazione dei moduli. Erano almeno tre settimane che l’assillava con cadenza giornaliera e non avrebbe potuto svicolare ancora per molto.
«Chaz, è più di un mese e mezzo che me l’hai promesso» protestò a braccia conserte.
«Andiamo, ho avuto da fare, Andy!» obbiettò mostrando una discreta colonna di cartellette, farcite all’inverosimile di appunti e rilevazioni morfologiche.
«Lo so, pure io e tutti gli altri abbiamo avuto da fare. Ora però mi servono, ho dei termini da rispettare!»
Weasley passò una mano sulla faccia, incerto sul da farsi. Andrea aveva ragione: entro fine maggio andavano inoltrati al Ministero di Bucarest i dati sulla popolazione della Riserva e ciò includeva anche l’inquilina del laghetto.
«Lo sai che non è facile» tentò di giustificarsi.
«Con nessun drago è facile, ma ci riesci sempre» gli rammentò il guaritore. «I dati di accrescimento di Siglinde mi servono. Se vogliamo far partire il Piano di Riproduzione degli Zaffiri quando sarà adulta, dovrò monitorarla con attenzione per poter dimostrare al momento giusto che è sana e si è sviluppata correttamente. Quindi, o ci vai, o ci vai. Scegli».
In risposta, l’amico si barricò dietro un foglio.
«Pietà» supplicò, facendo una smorfia infantile.
«Scordatelo».
«Mi dai una mano?»
«A fare che?»
Trattandosi di un cucciolo, e di dimensioni piuttosto piccole per giunta, Charlie non usava alcun tipo di sedativi. Li trovava troppo pericolosi per delle creature tanto fragili. Una dose eccessiva di Pozione Soporifera poteva generare il coma, o peggio, la morte. Senza contare la possibilità di effetti collaterali: appena arrivato alla Riserva aveva visto un piccolo di Alabruna cui il filtro aveva causato la cecità permanente da un occhio ed uno di Spinato che trascinava una zampa. Dopo quegli incontri, aveva deciso che un paio di cicatrici ed una masticata erano un rischio accettabile per salvaguardare gli esemplari più giovani. Avvicinava i piccoli cercando di distrarli con cibo, incantesimi animanti o sonori, o con oggetti colorati. Una volta messi in campo quegli espedienti, poteva agire indisturbato mentre erano presi dalla curiosità. Nessuno si faceva male, lui otteneva le misurazioni necessarie e tutti erano soddisfatti.
Con Siglinde era un’altra storia. Quella scheggia di cobalto aveva dimostrato più volte un’intelligenza superiore alla media. Secondo Helia, alimentarista nonché sorella adottiva della loro ospite, questo dipendeva in larga parte dall’assidua frequentazione con gli esseri umani, che ormai andava avanti da diversi mesi.
«Noi studiamo lei e lei studia noi» aveva detto con orgoglio.
Idea che trovava concorde Charlie. Ne avevano avuto la controprova con Norberta: durante il primo mese se ne era stata a bivaccare intorno alla sede, poi, una volta valutati i vicini, aveva sviluppato abitudini particolari, non riscontrabili in alcun testo di etologia.
«Pensi che si accontenterà di una stupidaggine simile? Guarda che Siglinde è una raffinata!» sghignazzò guardando con sufficienza il bastone che lui e Charlie stavano finendo di assicurare a terra con un paio d’incantesimi.
Alla sommità avevano incollato un ridicolo ciuffo di nastrini colorati e luccicanti.
«Lo dici perché si è sbafata tutta la teglia delle tue lasagne nonostante fossero bruciate» ribatté, controllando la stabilità del giocattolo.
«Voi non le avete volute, invece lei sa distinguere cosa è buono e cosa no! Ha il palato fine la signorina, ne capisce di cucina! Sa che quella italiana è la migliore del mondo» sbottò. «E comunque, è colpa tua Chaz se si sono colorite un po’ troppo! Mi hai distratto!»
«Ha salvato il tuo stramaledetto pallone» ribadì Helia, che si era unita al gruppo.
Era un ricordo drammatico per Andrea, quello di Siglinde che trottava nel prato tenendo tra le zanne il suo amato pallone da calcio. A nulla erano valse le sue preghiere perché lo rilasciasse incolume: la sfera era scoppiata, afflosciandosi tra le fauci della Zaffiro terrorizzata dal sibilo. Se Weasley non fosse riuscito a calmarla e a farle mollare la presa, Grandi avrebbe sofferto per settimane della Sindrome da Pallone Sventrato, la cui ultima manifestazione risaliva a due anni prima.
«Non capirò mai come faccia a piacerti quello sport. Ventidue uomini in mutande che corrono dietro ad una palla come marmocchi impazziti per una Puffola Pigmea col singhiozzo».
«Il calcio è arte, non pretendo che tu lo capisca, Cercatore della domenica!»
«Non è possibile… di nuovo!» sospirò disperata la giovane, nascondendo il volto tra le mani.
Potevano andare avanti per ore a declamare le virtù dei loro sport del cuore, sfinendo chiunque nel raggio di chilometri. Ioan diceva che persino i draghi del circondario correvano a nascondersi nelle tane quando li sentivano attaccare con la solita solfa. Sarebbe finita come ogni volta, con i due che si lanciavano occhiatacce e lei nel pieno di una crisi isterica, se Siglinde non avesse deciso di uscire dal laghetto in quel momento.
Diede un’energica scrollata, sgranchendo l’ala e le zampe posteriori, stanche per la lunga nuotata.
Era uno spettacolo meraviglioso per chiunque amasse i draghi. La livrea blu splendeva sotto il sole, mandando riflessi viola e turchesi. Le creste sugli zigomi vibravano, segnalandone il buon umore e l’interesse allo strano aggeggio apparso sul prato. La lingua gialla saettava nell’aria mentre avanzava con quel passo un po’ goffo che le davano la giovane età e le zampe palmate.
Si avvicinò cautamente, annusando un po’ più forte ad ogni passo.
«Visto? Le piace» bisbigliò orgoglioso Charlie.
Sulle prime gli altri non risposero. Helia osservava rapita la sua irmazinha* avvicinare pian piano il muso ai nastrini, ritraendosi quando le sfioravano la punta del naso facendola starnutire. Andrea studiava con attenzione la cicatrice sul fianco sinistro, notando come, durante il letargo, le squame ne avessero ricoperto una parte.
Charlie invece era diviso. Diviso tra la tenerezza che provava nei confronti del cucciolo e lo spirito d’indagine del morfologista. Studiava la curvatura e la torsione delle piccole corna e nel contempo ripensava a quando un paio di giorni prima l’aveva vista andarsene in giro con dei festoni di clematide che pendevano da queste. Guardava gli artigli ricurvi e la rivedeva l’autunno precedente alle prese con un riccio di castagna. Osservava le pieghe della membrana alare e ripensava ai suoi capitomboli mentre cercava d’inseguirli dopo un decollo. Che amasse i draghi non era un mistero, ma l’affetto che provava per quello Zaffiro era qualcosa di molto profondo e dolce. C’erano dei momenti in cui aveva la sensazione di condividere con lei dei segreti ancora inviolati, muti, privi di  parole.
Annotare i dati zoometrici diventava difficile, quando si lasciava andare a quel misto di ricordi e sensazioni. Andrea gli diede uno spintone per ricordargli il compito che l’aspettava.
Frugò nel borsello che portava alla cintura, tirandone fuori un metro a nastro che srotolò piano, tenendolo ben nascosto dietro la schiena. Finse di sedere a terra e cacciò la mano nello stivale.
«Deduco morphis» mormorò, toccando la bacchetta.
La teneva lì per non essere intralciato durante le misurazioni dei draghi più grandi. Far partire per errore un incantesimo mentre si era alle prese con un Lungocorno suscettibile come il vecchio Maligno non era consigliabile. Charlie non si sentiva mai in pericolo accanto a quelle montagne di scaglie e artigli. Faceva affidamento sull’esperienza maturata in quei primi anni e sull’uso corretto e moderato di pozioni e incantesimi. Solo in rare occasioni aveva dovuto difendersi da un attacco improvviso, dato che aveva imparato a riconoscerne le avvisaglie fin dal primo giorno di lavoro.
Il nastro graduato si allungava e ritraeva nell’aria, guizzando intorno a Siglinde che strofinava il capo sull’asta crinita. Apprezzava il solletico ed il debole fruscio che faceva.
Ad un tratto si immobilizzò, fissando strabica un nastrino argentato che si era staccato e le era caduto sulle placche del muso. Cominciò ad arretrare grugnendo e sbattendo le fauci, tuttavia ogni volta che stava per afferrarlo ecco che quello svolazzava via. I tre risero. Intanto il metro continuava ad inseguirla, intralciandola nei passi ed avvicinandosi sempre più al muso. Un guizzo dell’iride ambrata e l’attenzione ed il morso dello Zaffiro passarono allo strumento.
«No! No, Siglinde, cattiva! Lascialo» ordinò Charlie cercando di agguantare l’altro capo.
Con uno strattone improvviso, il drago glielo sfilò dalle dita e questo si attorcigliò a sigillare le due file di zanne. Infuriato e spaventato, il cucciolo prese ad agitarsi, tentando si strappar via con gli artigli l’improvvisata museruola, col solo risultato di restarvi impigliato.
«Charlie, fa qualcosa! Si farà male!» esclamò Helia, dopo esser stata gettata a terra nel tentativo di liberarla.
Charlie si tuffò in avanti, balzandole sulla schiena. L’afferrò in maniera tale che l’ala superstite restasse chiusa contro il fianco, ma la piccola si dibatteva con tanta foga che tenerla ferma era un’impresa. Andrea riuscì a stento a bloccarle la coda.
Occorsero diversi minuti prima che il Guardiadraghi trovasse il bandolo della matassa, nel vero senso della parola.
«Tenetela ancora un secondo! Prendo le misure delle placche!» chiese quando già stava posizionando lo zero sul naso dello Zaffiro.
Siglinde sollevò il capo lanciando un gemito acuto, strozzato. Era un verso atipico, singhiozzante e stridulo. Guardandola con attenzione, vide che aveva gli occhi chiusi e muoveva il collo dondolandolo dall’alto in basso. Le zampe palmate erano ben aperte sul terreno, quasi cercasse di spingerlo via o almeno di controbilanciare il peso che le gravava addosso, immobilizzandola. Charlie ebbe la stranissima sensazione che stesse invocando la madre. La sillaba che componeva quel richiamo, in effetti, somigliava molto ad un “ma”.
«Smettila Charlie, smettila! Lasciala andare!» gridò Helia.
Si bloccò, ritraendo le mani, e Siglinde sgusciò via.

***

Era andato a sedersi dove il pendio si gettava nel torrente, che scrosciava tumultuoso fra le rocce. Una brezza leggera lisciava il prato, facendo dondolare i fiori gialli del tarassaco e le stelle candide delle margherite.
Stava là, le spalle poggiate alle ginocchia e i polsi fra le caviglie. Il pianto atterrito di Siglinde l’aveva turbato, risvegliando il tormento che s’annidava nel profondo del suo animo.
Quante volte, giocando con Bill da bambino, aveva finito col soccombere a quella stessa maniera, finendo col chiamare la mamma con quanto fiato aveva in gola? Quanti pianti, quanti strepiti, perché potesse vederla comparire dalla porta della cucina? E quante volte, anziché un affettuoso conforto, si era preso una solenne sgridata perché “tra fratelli non ci si comportava come dei Quintaped” o perché avevano sporcato i vestiti freschi di bucato?
Per l’ennesima volta si vedeva costretto ad affrontare il motivo del suo allontanamento dalla Tana. Trovare sé stesso. Anche allora, nelle prediche, la mamma si prodigava nell’inculcargli ben chiaro nella testolina ramata che era un Weasley, che gli Weasley erano considerati brave persone e che quindi, doveva comportarsi come tale. Prendere coscienza di far parte di una famiglia di maghi per bene e rispettarne l’immagine, uniformandosi. L’aveva accettato per anni, prima di svegliarsi una mattina e domandarsi davanti allo specchio “ma io, chi diamine sono?”. Se n’era andato dalla Tana proprio per trovare una risposta a quella domanda, scoprendo che non era tanto semplice conoscere sé stessi, il vero io che ciascuno portava dentro. A volte, persino il tatuaggio sul braccio con la scritta latina DRACONARIUS, perdeva di senso. Dov’era la figura del soldato-drago dell’antica Roma cui guardava? Colui che si prendeva cura dei draghi?
Il pomeriggio sbiadiva nel tramonto, ma quella domanda sorgeva impietosa ed accecante nella sua testa: quanto c’era ancora di quel bambino in lui? Quanto ancora si sentiva Weasley e quanto Charlie? Quanto del secondogenito di quella torma dai capelli rossi e quanto studioso? Cosa vedevano i suoi amici e colleghi della Riserva? E i draghi? E Siglinde?
Guardò sopra la spalla. Era raggomitolata poco lontano, formando quel Nodo di Difesa tipico dei cuccioli e di cui parlavano i testi di settore. L’iride destra emergeva sopra la coda, in una guardia silenziosa. Un efficace sistema per tener lontane le visite sgradite. Il morfologista, in quel caso.
Nei meandri oscuri e contorti dei pensieri del rettile, ora rappresentava una minaccia, un nemico. Era una delusione, dopo tutti i mesi passati a cercare di guadagnare la sua fiducia. Certo non poteva biasimarla. In una manciata di minuti aveva cancellato i giochi, le coccole, i richiami, persino i colpi di coda che per mesi erano stati alla base dei loro incontri. Le aveva forse insegnato che i maghi erano degli esseri cattivi e ingannatori? Pronti a colpire quando era più vulnerabile?
C’era anche quello in lui? Un traditore? O si trattava solo di un enorme fraintendimento?
Sentiva nella mente le parole di suo padre, che lo mettevano in guardia dal giudicarsi male sulla scorta di un singolo errore. Poteva farlo capire a Siglinde? Convincerla che non aveva avuto intenzione di farle del male?
Udì l’erba frusciare ed una breve serie di tonfi che si avvicinavano. Lo Zaffiro gli sedette accanto, la palpebra inferiore sollevata a metà, il muso puntato nella direzione da cui spirava il vento. Il nastrino d’argento era arrotolato alla base di un corno, dandole un aspetto molto buffo. Gli ricordò Ginny, quando a cinque anni giocava a fare la principessa con i pochi gioielli della mamma. Di nuovo passato e presente venivano a confrontarsi.
Quale dei due Charlie era quello vero, autentico? Il fratello maggiore che prendeva in giro la piccola di casa o il Guardiadraghi coscienzioso al punto di torturarsi per un disguido con un animale che non avrebbe mai potuto comprendere appieno le sue ragioni.
La punta della coda gli sfiorò la mano. Sembrava un lungo dito proteso a risvegliarlo dagli interrogativi che l’incupivano.
«Scusami. Non volevo farti paura» disse.
Siglinde parve intuire il suo disagio ed emise qualcosa che somigliava ad un sospiro rassegnato. La coda tamburellava nell’erba. Avrebbe tanto desiderato fare in modo che capisse, che non fosse solo l’istinto a guidare quell’apparente riconciliazione.
Sconsolato, poggiò il capo sulle ginocchia.
La sentì strusciarsi contro di lui, chiudendolo in una forma nuova d’abbraccio e sballottandolo come i cespugli dove saccheggiava i nidi dei ciuffolotti. Era tipico dei cuccioli, avvolgersi ad anello attorno alle zampe degli adulti. Un atto che cementava il legame familiare.
«Va bene, sono patetico» ridacchiò, prendendole il muso fra le mani. «Ma dovevo farti le mie scuse, lo capisci? Sì?»
Gli risposero un gorgoglio allegro e due dischi d’ambra liquida. Un profano li avrebbe definiti freddi, taglienti, senz’anima. Un Guardiadraghi aveva il grande privilegio di potervi leggere parole antiche e vivide.
«Pace?»
Siglinde agitò l’ala, gesto che associava al suo nome. Lo stava chiamando. Srotolò la lunga lingua color zafferano, facendolo ridere.
«Ti faccio davvero così pena?» ridacchiò, giocherellando con le punte umide.
Poi capì cosa stava cercando d’ottenere. Un paio di settimane prima, lei lo aveva ringraziato a suon di leccate per non averla costretta a bere l’olio di magnolia come Andrea pretendeva facesse. In quell’occasione, Charlie le aveva dato un bacio dove il muscolo si biforcava. Mossa azzardata, sconsiderata. Un’aperta contravvenzione alle regole della Riserva, dell’etica di studio e del buon senso soprattutto. A quanto pareva, la sua amichetta aveva apprezzato quel segno d’affetto.
«Dragoncella coccolona» bisbigliò prima d’accontentarla.
Alla piccola non si negava nulla.
«Mi piacerebbe sapere cosa pensi di questi matti con cui vivi, sai?» le disse, sdraiandosi a contemplare il cielo arrossato.
Gli mancò il respiro per un attimo, quando lo Zaffiro decise di usare la sua pancia per cuscino.
Accarezzò il contorno delle placche con la punta dell’indice e i mugolii di soddisfazione crebbero d’intensità. Le palpebre avevano una tonalità scura di lavanda.
«Ti sei accorta che ci assomigliamo, noi due? Stiamo ricominciando tutto daccapo. Tu devi imparare da sola ad essere una brava Zaffiro. Io cosa significhi essere un vero Charlie. In un certo senso stiamo seguendo lo stesso percorso. E abbiamo in comune anche dell’altro: la casa, gli amici, i boschi, il prato, il torrente... Poliana» rise e Siglinde spalancò la bocca, imitando gli strepiti della donna. «Che altro?»
Il drago rotolò sulla schiena, poggiando la punta del naso sul cuore del giovane. Curiosamente, con una zampa sembrava indicare il proprio.
Le grattò il mento, pensieroso. Un’empatia tanto grande da accomunarli. Una simbiosi, in definitiva. Poteva essere? Potevano un mago ed un drago unire i loro cuori?
«Andrea dice sempre che sono più drago che uomo» mormorò sorridendole dolcemente.
Sapeva di favola o di leggenda. Ma i Draconarii erano una realtà, erano esistiti secoli prima, gli archeologi ne avevano scovato le tracce. Uomini che avevano intrecciato le loro vite con quelle creature magnifiche e possenti, accudendole, ascoltandole. Amandole con tutta l’anima. Uomini che, per quanto ne sapeva, avevano guadagnato il rispetto di quegli esseri misteriosi.
Come si poteva ottenere tanto tra due specie così diverse, senza una base comune? Senza possedere un elemento capace di generare un legame? Come poteva spiegare la complicità con quegli animali, che Andrea gli attribuiva, se non c’era nulla a congiungerli in qualche modo?
«Forse davvero ho un cuore di drago».
Siglinde gorgogliò un segreto, che Charlie avrebbe compreso solo anni dopo.

Note di fine capitolo

*irmazinha: sorellina in portoghese.

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