Note alla storia

Dedicata ale fan di Charlie e a chi sta seguendo la mia Draconarius. Non si tratta di un antefatto, ma semplicemente della rivelazione di un destino.

Odo i tuoi passi, lievi nel muschio umido. Li ho riconosciuti immediatamente e ti ho seguita di lontano. Le foglie sfiorano gentili le tue zampe, curvandosi in sommessi fruscii. Mi sono domandato cosa stessi facendo, perché avessi attraversato consapevolmente il confine imposto dai nostri avi. Avresti dovuto trovarti altrove, nascosta ai miei occhi, ma il tuo spirito ancora acerbo sente il bisogno di conoscere, di esplorare, spingendoti ad azioni la cui gravità ti è misconosciuta. Un altro al mio posto ti avrebbe condotta davanti al Consiglio degli Anziani, che avrebbero decretato per te morte certa.
Cammini lenta, fino al limitare delle ginestre. I cespugli sono abbastanza alti da nasconderti.
Là, nello spiazzo, si erge la capanna di Hagrid. Lui siede su una catasta di ciocchi, in compagnia del cane. Conosci il Guardiacaccia, devi averlo scorto molte volte nella foresta, diretto alla tana di quell’essere mostruoso che lo chiama amico. Aragog, l’Acromantula. La sua andatura ti è familiare, quanto la sua voce sgraziata ed i modi ruvidi. Sai che noi gli rivolgiamo la parola, cosa a te proibita. Vorrei pensare che sia lui con la sua parvenza singolare ad attrarre la tua curiosità, eppure la realtà è ben diversa. Chi ti ha colpita è il giovane che lo sta aiutando.
È uno studente di Hogwarts, viene spesso da lui. Parlano a lungo delle creature magiche. Ha sete di conoscenza, ma la fonte cui ha scelto di abbeverarsi ha sponde scivolose ed è cosparsa di gorghi rovinosi. Se si lascerà trascinare, quanto desidera apprendere gli apparirà distorto e nebuloso, vacillante nella sua inconsistenza. Hagrid ha troppa passione e poco sapere.
Ti sporgi un poco oltre i petali, gocce di sole che vorticano intorno agli zoccoli sollevati un poco dal sottobosco. Scruti la scena, suggendone i dettagli più minuti. Quel giovane ti affascina, lo vedo dal tremito delle tue mani, sospese sopra i rami. Avverti chiaramente la sua diversità, è una vibrazione sommessa, una scia impercettibile.
Sta cercando di addestrare il piccolo Ippogrifo nato un cammino di luna fa. Sono esseri altezzosi e volubili, spesso ingrati, e lui lo sa bene. Nel suo sguardo però c’è immenso amore e gioia sincera mentre gli sventola un pulcino morto davanti al rostro. Lo chiama per nome, Fierobecco, facendosi inseguire sul prato finché questi non spicca il volo, sparendo in un frullo d’ali dietro la casupola.
Il mago si ferma, tergendo la fronte con il braccio. Il volto arrossato sembra fare a gara col vermiglio della capigliatura, sotto cui spiccano luminosi due frammenti di cielo. Ansima un poco. Scambia due parole con Hagrid e rassetta le vesti. Ha tolto la divisa nera della scuola per abiti colorati e leggeri. È incomprensibile la necessità di coprirsi degli esseri a due gambe. Celano la perfezione naturale del corpo sotto orpelli deformi.
Con una picchiata fulminea, l’Ippogrifo gli piomba addosso, gettandolo a terra e strappandogli di mano la preda. Rimani immobile. L’avevi visto arrivare, perché abbiamo una percezione del tempo che ci consente di leggere gli eventi quali singole sillabe di una frase cosmica, una capacità che gli umani invidiano.
«Cattivo, Becco! Cattivo! Non si fanno queste cose allo zio Charlie!» lo sgrida Hagrid, agitando il dito.
La bestia sbocconcella soddisfatta la preda, incurante delle parole che si disperdono nella brezza. Il giovane è ancora steso nell’erba, riverso su un fianco. Ha battuto la testa, respira appena.
«Oh, no! Charlie! Charlie!» grida il Guardiacaccia, dimenandosi intorno al corpo immobile.
Si protende per afferrarlo, una volta, due volte, poi rinuncia. È preoccupato.
«No, no! Devo… devo… qui, qui per terra! Lasciare dov’è! Ha… aveva detto così, vero?» domanda agitato, torcendo un oggetto roseo tra le mani. «Che faccio? Che faccio? Sì, sì. Certo! Te stai qua che io vado dalla Poppy, te la porto qui veloce che neanche ti accorgi! Torno subito, Charlie! Torno! Aspettami!»
Il fiume di esclamazioni si prosciuga nel greto della corsa fragorosa fra le propaggini della Foresta.
Il silenzio si riappropria del prato. L’Ippogrifo sbadiglia sugli ultimi brandelli di carne.
Corre veloce il messaggero, spinto dalla paura e dall’affetto, ma la sua rapidità è poca cosa.
Ti incammini per raggiungere il ferito attraversando i cespugli che ti avevano celata alla sua vista. Con dita mute, le ginestre sfilano dai tuoi capelli la ghirlanda che indossavi, trattenendola come amiche premurose.
Il ragazzo pare attendere il tuo arrivo, giace con un braccio proteso in avanti. Sembra indicarti la via, lanciarti un richiamo.
Gli giri intorno, persa in chissà quali meditazioni sulla posa scomposta che ha assunto nella caduta. Il tuo volto diafano è troppo in alto per cogliere tutto ciò che vorresti si affacciasse nei tuoi occhi indagatori. Pieghi i quarti posteriori, aggraziata. La lunga chioma flava scende sul dorso con uno svolazzo delicato. I garretti si adagiano nell’erba fresca, silenziosi. Bilanciandoti con le braccia esili, distendi gli anteriori poco alla volta, fino a che il tuo ventre si adagia sulla terra morbida. Noi Centauri evitiamo di stenderci, è una pratica indecorosa, da cavalli.
Ora gli sei accanto, allungata alla sua destra. Le tue spalle si curvano in avanti, avvicinando il tuo volto al suo. È una pietra grezza, un frammento di montagna se paragonato a te, ma puoi intuire la preziosità di quel che racchiude. I tratti degli umani lasciano trasparire ben poco di ciò che la natura dona loro. Ignorano che anima e corpo siano fusi in una sola entità. Verità che la nostra gente serba gelosamente da secoli.
È inconsueto poter osservare come la luce cada sul tuo mantello d’oro pallido. Una linea più scura discende dalla schiena fin sulla tua groppa. Hai intrecciato rami d’edera nella coda, che spiccano smeraldini tra i crini di sabbia.
Inspiri profondamente, osservandolo con attenzione spasmodica. Ti attrae, è evidente. Passi una mano fra le ciocche sudate che gli ricadono sulla fronte insanguinata, proseguendo fino alla mascella. Annusi la traccia che resta impigliata tra le falangi. Lasci che ti racconti qualcosa di lui, delle sue passeggiate, dei suoi incontri. Fai lo stesso col suo respiro, tremulo come le foglie delle betulle a nord di qui. Tasti il suo torace, provando un moto di disgusto e curiosità per le vesti che ti intralciano. Ne scosti un lembo. Mi sfugge cosa tu vada cercando in quel corpo, finché compi un gesto chiarificatore. Poggi l’orecchio ed ascolti. Ti scosti rapida e torni di nuovo ad accostarti. So cosa ti ha sorpresa. Il loro battito è diverso dal nostro. Me lo insegnò Silente quando lo conobbi, molte stagioni fa. Gli uomini hanno cuori forti e coraggiosi, capaci di ardimenti che ai nostri occhi risultano scellerati. Tuttavia, il canto che risuona in quei petti è poca cosa se paragonato al potente battito che alberga in noi.
Accarezzi la sua pelle, punteggiata di minutissime gocce. Incuriosita cerchi di cancellarle, ma quella resina è penetrata nella carne, indelebile. Neppure le tue labbra, che onorano di un breve tocco quella guancia, possono dissolvere quella spolverata bruna. Quale gusto è rimasto ora su di te, mia piccola indagatrice? Di cosa parla la corteccia tiepida di un uomo? Riesci ad avvertire che sotto quel manto rosato, una scorza ben più dura riveste la sua essenza? I maghi somigliano alle noci ancora verdi, dove il mallo circonda il guscio, scrigno finale del frutto, ma è difficile dirti quanti di questi frutti possano essere assaporati senza pericolo.
Sfiori la ferita, raccogliendo un grumo scuro e appiccicoso sulla punta delle dita. Quella sozzura è gravida di quesiti. Pensi.
Oh, sì. So che stai pensando, limitarsi a rimirare un’immagine a mente vuota è sciocco, e le tue riflessioni scivolano nel profondo, travalicando la costatazione fisica o spirituale.
Tendi le mani, i palmi prima rivolti al cielo poi verso di lui. Alcune invocazioni scaturiscono dalla tua gola. Raccogli un pizzico del terriccio su cui è caduto lo studente e vi posi il sangue. Prendi un profondo respiro, gettando indietro il capo. Posso intuire ciò che stai per fare, quella lacrima che sgorga fra le tue ciglia e cola nel tuo palmo. Impasti quel poco medicamento e lo apponi sulla lesione, coprendola con una delle foglie d’edera che porti nella coda. Lo sollevi tra le braccia stringendolo al tuo seno, mostrando molto più forza di quanta ti si potrebbe attribuire. Mormori le parole del rito a fior di labbra, ad un respiro dalla sua tempia. Parole che stai apprendendo dalle tue compagne di vita, da tua madre, dalle tue sorelle. Cullandolo dolcemente, lo adagi con la schiena a terra. Sposti braccia e gambe, componendolo nella posa di un dormiente. Gli concedi il dono senza pari di un’ultima carezza.
Così come quando ti sei stesa, graziosamente ti rialzi. Getti un’ultima occhiata all’inconsapevole paziente. Giudichi il tuo operato, paga di ciò che ora sai. Ti allontani mentre il colore torna a tingere di vita le gote imberbi, solleticate dall’erba. Un fremito d’ansia mi percorre. Se la nostra gente ti vedesse, sarebbe la tua vita a scivolare via. E nessuno potrebbe restituirtela. La vostra esistenza è relegata negli intimi recessi della Foresta, nel silenzio umido dell’ombra, nascoste al mondo, a noi maschi. Quello è il posto a voi destinato, sin dalla notte dei tempi.
Un grande albero diviene il tuo nuovo nascondiglio. Passi frettolosi si avvicinano, martoriando il sentiero ed il prato. Hagrid ha portato una strega con sé. Fanno ala intorno al corpo. Il loro intervento è superfluo, serve solo ad attendere un risveglio annunciato. Scambiano il tuo intervento per comune fango.
Fanno sedere il giovane, confuso e dolorante. L’Ippogrifo trotterella verso di loro. L’animale allunga il capo sulle gambe dell’umano, finge di desiderare la sua compagnia, il suo tocco. E lui si lascia convincere della bontà del gesto, lo accontenta. Cinguetta ipocrita alla mano che gli arruffa le penne, mano che non esiterebbe a colpire.
La strega tenta di scacciarlo, per poter profondere la sua inutile arte guaritrice.
Una debole risata riecheggia fra i tronchi. Il ragazzo è imbarazzato, non vorrebbe trovarsi al centro di tanta attenzione. Porta le mani al capo e scopre la foglia imbrattata di terra e sangue. Forse vuoi credere che ricordi qualcosa di vago e nebuloso del vostro incontro, ma l’intelletto ti parla di altre congetture. Solo tu avrai memoria di questo breve momento.
Finalmente ti stacchi da quella quercia, indietreggiando. Raccogli la corona di fiori che le ginestre avevano sfilato dal tuo capo. È spezzata ma poco t’importa. La getti attorno ai fianchi, lasciando che oscilli libera ad ogni passo. Arretri con lo sguardo sui maghi.
«Eir*» chiamo.
Ti fermi di colpo e mi guardi. Credevi d’essere sola in questa immensa boscaglia. Hai gli occhi limpidi, ben più dell’acqua di una sorgente. Le piccole corna che ornano la tua fronte fanno capolino nella criniera bionda. Per un istante spero di vederti svanire in un galoppo forsennato, improvvisamente conscia delle tue mancanze. Dovresti tremare di paura, temere la mia presenza. L’incoscienza dei tuoi pochi anni ti trattiene, ingenua.
«Padre» rispondi placida chinando il capo.
«Fiorenzo» dico.
«Fiorenzo» ripeti remissiva.
Conosco bene le nostre leggi e le condivido, fin dove la mia mente consente. Questa consapevolezza dovrebbe lenire il dolore che provo nel saperti divisa da me, invece lo aggrava. Hai cessato d’essere mia figlia da quando sei divenuta una femmina adulta. Tre cammini di luna fa. Forse già quest’anno conoscerai il tuo primo compagno, vi unirete nella Notte Sacra, ed al ritorno della primavera potresti vivere la tua prima maternità, la più difficile mi hanno detto una volta. Scorgo ancora la tua fanciullezza nel volto minuto, nei tralci di rododendro appena arrossati che portavi a corona, in quel dente che manca all’angolo del tuo sorriso.
Apprezzi gli uomini, come il sottoscritto. Tendi loro la mano, pur nella segretezza. Sai che fra di loro ci sono molti volti e molte anime. Buone e cattive. Le riconosci. Le senti. Silente apprezzerebbe questa tua qualità, ma non gli è dato incontrarti. Neppure io dovrei godere della tua presenza.
«Gli umani non ci riguardano» ti ammonisco.
«Ogni vita è sacra. Anche quella di un essere diverso da noi» replichi, volgendoti nuovamente.
Sono parole mie. Rammento bene l’insegnamento che t’impartii. Accadde la prima volta che osservasti quel mago, lungo le rive del Lago Nero. Anche allora era con Hagrid e tu eri con me, al riparo dalla sua fame di sapere.
Lo guardi alzarsi a fatica. Il Guardiacaccia singhiozza. La donna si lamenta.
«Odora di drago» sorridi.
Un istante dopo sei fronde tremule e silenzio.

Note di fine capitolo

*Eir: nella mitologia norrena era la guaritrice degli dei.

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