Madam Puddifoot era una donna molto professionale e raramente tradiva i suoi fornitori più fidati, ma quel mattino un curioso desiderio di dolciumi l’aveva portata fino a Honeydukes. Non aveva ben chiaro nella mente cosa stesse cercando, eppure quella fissazione nebulosa pareva voler rimanere tale, anche davanti ai variopinti ed invitanti scaffali.
Cioccorane ai ribes rossi o delle penne di zucchero aromatizzate al pistacchio? Magari dei cappelli di strega di marzapane o forse dei cuori di drago ripieni di marmellata al rabarbaro? O una scatola di Zenzerotti? Cielo, cosa le prendeva? Non era mai stata così indecisa in vita sua.
Sistemò con un gesto distratto lo chignon e tornò ad esaminare la distesa di leccornie. Profumi dolci e stucchevoli si mescolavano note aspre, pungenti, talvolta a sentori di muschio e torba. Quei passaggi la stordivano e la lasciavano un po’ indignata. Nel suo locale una simile accozzaglia sarebbe stata presa per un attacco di palese follia o per un abuso di Acquaviola da parte della proprietaria.
Diede una fugace occhiata al proprietario che stava riprendendo a mezza voce il suo garzone, un ragazzo dall’aria poco sveglia. Qualche rifiuto di Hogwarts, non c’era dubbio. Scosse la testa e tornò a concentrarsi su una scatola di graziosi bon-bon dall’aspetto innocuo. Confetti Solletichini. No, per carità. Forse poteva orientarsi su quella bella confezione di Mele Stregate. Perfetto. Qualcosa di classico e sofisticato, senza eccessi. Allungò la mano per prenderle, ma rimase allibita dal violento contrasto di colore tra la buccia scarlatta e lucente ed una grande chiazza oltremare al di là della vetrina.
Sollevò gli occhi e, con enorme stupore, ne incontrò un altro paio. Gli occhi di un uomo, curvo sulla vetrina ed intento ad esaminare della frutta candita.
«Non è possibile» sillabò lentamente.
Si raddrizzò, aggiustando con un rapido gesto la mantellina ciclamino. L’osservatore non l’aveva ancora notata per sua fortuna, concedendole il tempo necessario per un ritocco all’acconciatura. Teneva alla presentabilità del suo aspetto quanto all’ordine della sua sala da the.
Pagò gli acquisti tenendo d’occhio la vetrina, sicura che all’uscita avrebbe avuto compagnia. E così fu.
«Horace Ernest Fulton Slughorn» scandì.
Il suo tono non era né amichevole né avverso. Un semplice saluto.
«Mia cara Winifred!» esclamò l’uomo, sorridendo sotto i fitti mustacchi. «Da quanto tempo!»
Era rimasta la stessa dell’ultima volta. Piccola e corpulenta, i capelli corvini nonostante l’età, gli occhi azzurri e luminosi. Le rughe sottili che sfoggiava attorno agli occhi ed alla bocca le donavano. Davano un tocco di ulteriore orgoglio al suo carattere battagliero.
«Almeno quindici anni, se conto bene» rispose leggermente irritata.
Il professore abbandonò la contemplazione della produzione dolciaria e abbracciò la donna.
«È bello rivederti»
«Più che altro direi che è sorprendente rivedere te. Avrei giurato avessi deciso di non mettere mai più piede a Hogsmeade» osservò con una punta di malignità.
«Che posso dire? Gli anni passano e il desiderio di aver vicini…»
«Non cercare d’intortarmi con i tuoi discorsi, pozionista da strapazzo» lo interruppe. «Conosco bene i tuoi giochetti»
«Giochetti? Ma cara…»
«Avanti, Slughorn. Puoi aver perduto la tua zazzera bionda, ma come quei pulciosi lupastri che girano sulle colline dietro la stazione, non perdi i tuoi vizi!» l’accusò, piantandogli un dito sul ventre prominente. «Ed il fatto che tu stia qui a perder tempo davanti a Honeydukes anziché badare ai tuoi studenti lo dimostra. Sbaglio o ieri è cominciato l’anno scolastico?»
«Avevo delle compere urgenti ed improrogabili da fare» chiarì, indispettito dal tono di voce.
I due scambiarono un lungo sguardo indagatore. Si conoscevano bene, troppo bene per prendersi in giro a lungo. Si sciolsero dall’abbraccio, dirigendosi al locale di Madam.
«E così, alla fine Silente ti ha trovato. Mi ha tartassata per settimane sperando di estorcermi chissà quali preziose informazioni sul tuo conto. Forse non ricorda che siamo divorziati da trent’anni anni» sospirò Winifred versando il the all’amarena.
«Lo dici come se ti dispiacesse» fece lui, guardando con vago sconforto la profusione di centrini e romantiche decorazioni che affollavano l’abitazione.
Era esattamente come ricordava di averla lasciata. L’aveva sempre trovata terribilmente melensa.
La donna lo guardò in tralice, come aveva fatto già tante e tante volte in passato.
«Diciamo che quando mi ha raccontato del come ti ha trovato, ero indecisa su quale avrebbe dovuto essere la mia reazione»
«Ammetto d’essere diventato un bravo fuggitivo» sorrise compiaciuto, passando una mano sul testone pelato. «Ho affinato alcune interessanti tecniche per muovermi senza lasciare tracce, degne di quella vecchia canaglia del vecchio Malocchio Moody»
«Parlavo della tua trasfigurazione, Horace. Se sapesse quant’è vecchio questo tuo scherzo, penso proprio che Silente si ricrederebbe sulle tue capacità»
«Andiamo, Winifred, ti piaceva trovarti all’improvviso tra le mie braccia!» ammiccò.
«Horace…» l’ammonì arrossendo.
«Vorresti negare?»
Lei glissò, andando a prendere un vassoio di pasticcini. Era così imbarazzante doverlo ammettere, ma corrispondeva a verità. Ricordava ogni singola volta in cui, rientrando dopo la chiusura del locale nei pomeriggi delle visite scolastiche, si era ritrovata sulle sue ginocchia e non sul pouf del soggiorno.
Guardò i dolcetti, disposti elegantemente sulla tovaglietta ricamata color confetto.
«Santa Morgana, quanto eravamo giovani!» ridacchiò ironico il docente.
Non si sentiva affatto vecchio, nonostante i suoi ottantatre anni.
«E innamorati» mormorò lei nostalgica, fissando la fede che riluceva debolmente all’anulare.
Non l’aveva mai tolta in tutti quegli anni, neppure quando gli acciacchi dell’età le facevano gonfiare le falangi. Lui non la portava, l’aveva tolta subito dopo la separazione e la teneva ben nascosta, trasformata nell’anello che teneva il suo orologio da taschino. Orologio che Winifred gli aveva donato per i suoi quarant’anni.
Una volta erano state le loro dita a tenerli uniti. Dita che si erano intrecciate, sfiorate, che avevano tamburellato nel palmo dell’altro. Che avevano raccontato a tutti del loro amore. Potevano anche essere trascorsi secoli, ma lei, intimamente, sarebbe sempre rimasta la signora Slughorn. Al di là delle vite ormai separate, qualcosa continuava a legarli.
«Perché ci siamo lasciati, Winifred?» le domandò mentre tornava a sedere al suo fianco.
«Oh, lo sai benissimo»
«Parlo seriamente. Dopo tutti questi anni mi domando se non siamo stati avventati»
«Avventati? Horace, ma che stai dicendo? Ti ricordo che fosti tu a dire che “l’insegnamento ad Hogwarts e la famiglia non vanno di pari passo”. E… purtroppo avevi ragione»
«L’amore è una tra le componenti più potenti della vita, ancor più di una Felix Felicis ben decantata. Può dare risultati inaspettati, quando entra nella vita delle persone» disse sorseggiano pensieroso il the.
«O quando ne esce» considerò distrattamente la donna. «Avevi le tue ricerche, i tuoi studenti, i tuoi circoli. Il tuo stramaledetto pianoforte. Non eri fatto per essere un marito, meno ancora un padre»
Appellò una cornice e gliela porse. La foto era vecchia di qualche anno e raffigurava una coppia di giovani sulla trentina. La somiglianza era evidente. Fratello e sorella. Robusti, capelli neri, volto rotondo. Gli occhi verde pallido, quasi azzurri, come i suoi.
«Come stanno i ragazzi? Li hai visti di recente?»
«Ho visto Trevor un paio di mesi fa. Si è trasferito su nell’Iverclyde, vicino ad Ardgowan. Ha deciso di rilevare una distilleria con quel suo amico, Liam Mac Gregor. Te lo ricordi?»
«Certo, un elemento curioso» annuì divertito. «Abilissimo nel miscelare qualunque cosa non producesse una pozione. Non sono mai riuscito a fargli sublimare qualcosa di più di magico dell’acqua gassata»
«Pare che di questi tempi, un goccetto sia un toccasana contro i mali del mondo» si lamentò la donna, sorseggiando l’infuso ad occhi bassi. «Whisky e idromele. Li producono già da un paio d’anni»
«Quindi sei passata agli alcolici?» la punzecchiò.
C’era una cosa che Slughorn non aveva mai approvato: che nel locale della sua ex-moglie -e anche a casa loro- i liquori fossero stati banditi nella maniera più assoluta. Quando erano sposati, per berne un goccio doveva andare al Three Broomsticks, suscitando le gelosie della donna nei confronti della locandiera.
«Non essere sciocco. Ho una reputazione da difendere. La mia è una rispettabile sala da the, non un’osteria da mezzo zellino» ribadì offesa.
«E quindi nostro figlio è costretto a bersi tutto quello che lui ed il suo amico producono?»
Se l’avesse saputo prima, avrebbe provveduto a dargli manforte in prima persona.
«Rosmerta si è presa la briga di assaggiare le loro produzioni e dice di averle trovate molto soddisfacenti. Specialmente l’idromele. È diventata una delle loro clienti più assidue»
Horace assentì. Il suo sguardo continuava a vagare sulla fotografia. Sembrava che qualcosa lo turbasse.
«Ulyssa lavora ancora al San Mungo, ma ha cambiato area di studio. Hanno una sezione di ricerca sui veleni e lei la dirige già da qualche tempo» proseguì Winifred, intuendo il motivo del suo tacere.
L’uomo non parlò, prendendo una pasta per posarla di nuovo sul vassoio un attimo dopo. Cominciò ad arricciare i baffi, distante, assorto in ricordi pesanti. Il sorriso che sua figlia sfoggiava in quel ritratto suonava come un’accusa.
«Sai cosa risponde, quando ottiene dei risultai soddisfacenti? “Sono la figlia del famoso Horace Slughorn, non poteva essere altrimenti”. È orgogliosa di essere la tua erede»
Per qualche istante si crogiolò nella soddisfazione per quelle parole, ma la donna proseguì.
«Se è arrivata dov’è ora, lo deve alla sua determinazione. Non ti ha mai perdonato di averle preferito quella Evans» soggiunse, scrutando nel fondo della tazza.
«Lily era una strega estremamente dotata» si difese. «E direi che suo figlio Harry non è da meno. Ha ottime potenzialità»
«Le aveva anche Ulyssa, ma sembravi non notarle mai» ribatté infastidita Madam, trattenendosi a stento dal gridare. «Per quanto si desse da fare, per quanto studiasse, la nostra ragazza non era mai al suo livello»
Il professore ricordava fin troppo quanto era accaduto appena dopo i M.A.G.O.. Ulyssa l’aveva guardato congratularsi vivamente con quella strega NataBabbana e ricevere solo un timido segno d’approvazione. Non l’aveva accusato, non aveva fatto scenate, non si era chiusa in un silenzio oltraggiato. Gli aveva sorriso, fingendo che le bastasse.
«I nostri figli Horace, sono gli unici che abbiano risentito della nostra scelta»
«Di sposarci?»
«Di separarci, Horace. Di separarci. È come hai detto tu: l’amore è una tra le componenti più potenti della vita. Potente e imprevedibile»
Il volto di Winifred era di una dolcezza struggente. La dolcezza di una madre che si era impegnata a fondo perché i suoi bambini non odiassero il padre che se n’era andato. Che aveva spiegato loro con pazienza che talvolta gli adulti si fanno del male a vicenda, e che mai e poi mai ne fanno volontariamente ai propri figli, che sono la cosa più preziosa che hanno. Trevor aveva nove anni allora, Ulyssa sei.
«Sono due persone piene di giudizio, sanno che li amiamo anche se ci vediamo raramente. Non posso chiudere il locale a mio piacimento» disse accigliandosi. «Però tu, che sei sempre in movimento fra un circolo di magia e l’altro, potresti andare a trovarli un po’ più spesso! Sai almeno che faccia hanno Antwan e Basil? O Dorothea?»
«Credi non abbia idea dell’aspetto dei miei nipoti?» ribatté.
«Nostri, Horace!» lo corresse, minacciandolo con un biscotto.
«Nostri, Winifred» ripeté cantilenando.
Forse non aveva tutti i torti. Era stato lontano per quindici anni, durante i quali aveva perso gran parte della vita dei suoi ragazzi. Solo rari scambi epistolari, qualche biglietto d’auguri, un paio di apparizioni giusto ai matrimoni. Dei piccoli di casa aveva solo una vaga immagine: ciuffi di capelli dal colore imprecisato, faccine grinzose e rosee, ingombranti pannolini. Aveva mantenuto contatti più stretti con i suoi famosi ex-studenti.
Era certamente il modo peggiore di fare il genitore.
«Senti, credi che noi due… potremmo… insomma…» cominciò titubante, cercando lo sguardo della donna.
Lei l’osservò, incapace sulle prime di decifrare quell’espressione allusiva ma priva di senso.
«Potremmo cosa? Oh, cielo… Horace! Non vorrai… Abbiamo un’età!» esclamò avvampando.
Dopo tutti quegli anni, una simile proposta! Tentare di nuovo una vita insieme? Non se l’aspettava. Era rassegnata all’idea di essere una divorziata come tante altre streghe, di essersi rifatta un’esistenza. D’accordo, il proprietario dello Scrivenshaft’s Quill Shop ed Osmud Hodge, il fornitore di quella topaia dell’Hog’s Head, le facevano una corte spietata da almeno dieci anni. Era una donna attempata ma ancora piacente, in salute, piena di qualità ed indipendente finanziariamente. Ma, per le voglie di Circe! che ci si mettesse pure il suo ex-marito era assurdo. Possibile che Horace volesse tentare di ricostruire un rapporto sepolto da decenni? Dopo tutto, sarebbe potuta essere una semplice vita insieme, fatta d’affetto e reciproco rispetto. I bollori di gioventù non facevano parte di un rapporto maturo.
Un putto dorato si stiracchiò su una mensola. Winifred guardò l’uomo che aveva tanto amato, tentando di capire cosa provasse per lui, se quella fiamma di un tempo baluginava ancora nel suo cuore. Immaginò di svegliarsi la mattina, accanto alla sua mole tondeggiante e rassicurante, avere la famiglia riunita intorno alla tavola per le festività, sedere accanto al caminetto la sera, sopportandolo mentre strimpellava nuovamente su quell’odiosissimo pianoforte.
Lusingata, gli prese la mano, rivolgendogli un ampio sorriso. Dal canto suo, il professore arrossì lievemente per l’imbarazzo.
«Intendevo dire se potremmo avere un altro po’ di the. L’abbiamo finito» disse, mostrando la porcellana arabescata tristemente vuota.
Rimase a bocca aperta, incerta se affatturarlo o prenderlo a colpi di teiera.
«Rimani sempre un’inguaribile romantica» l’anticipò Slughorn, dedicandole un lievissimo baciamano.
Parlarono fin quasi all’ora di cena, quando l’insegnante, messo alle strette dalla lunga camminata che l’attendeva per rientrare, si accomiatò.
«Horace?» chiamò Madam Puddifoot mentre erano ancora sulla soglia del locale.
L’uomo si volse, ammirando quanto i riflessi del tramonto le donassero.
«Sì?»
«Hai sempre la testa tra gli alambicchi» sorrise, allungando una scatola di ananas candito.
La sua marca preferita, The Flyin’Hondureño. Rimirò il maghetto di colore travestito da ananasso che svolazzava allegramente sul coperchio, a cavallo della sulla sua scopa. Era da parecchio tempo che non si godeva quella prelibatezza.
Sorrise alla sua signora, le diede un bacio sulla guancia e s’incamminò verso Hogwarts.

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