Gli alberi si ergevano di fronte a loro, grigi e fitti. La luce cadeva come una nebbia dorata dall’alto, segno del cessato temporale. Si fermarono, guardando intorno allarmati. Il silenzio era pesante, rotto solo dai respiri affannati e da qualche raro schiocco di rami che cedevano sotto i pesanti scarponi. Il fianco della montagna saliva ripido di fronte a loro.
La donna più avanti alzò la mano. Tutti trattennero il respiro, sentendo il sangue pulsare violento nelle tempie. La foresta taceva, avvolta da una cappa sinistra e tesa. Il profumo intenso della resina e del muschio aleggiava fra le ombre, scivolando verso fondovalle insieme ai torrenti ingrossati dalla pioggia. Un colpo di vento scrosciò tra le fronde alte, simile ad un lungo brivido, liberando milioni di gocce prigioniere che caddero crepitando sul sottobosco.
Il braccio si abbassò e ripresero a salire, zigzagando fra le radici umide. Non c’erano sentieri da quelle parti. Un qualunque escursionista avrebbe potuto perdersi dopo pochi passi. Bisognava percorrere in lungo e in largo per quelle terre, per anni, prima di riuscire ad individuare dei riferimenti, dei punti precisi che guidassero il cammino al pari delle stelle. Ma quel giorno non sarebbero serviti. Non era una scampagnata quella che stavano facendo. Non importava il percorso. Dovevano solo ascoltare.
Stefan salì su un masso che emergeva solitario dal terreno. Il pendio pareva non finire mai, quasi che durante la notte la montagna fosse cresciuta.
«Non si sente più niente» bisbigliò Andrea poco più in basso.
Sembrava sollevato.
«Sono qui intorno» disse l’uomo, molto preoccupato. «Occhi aperti. Se ci vengono addosso, non c’è Scudo che tenga».
«Pensi che non lo sappia?» domandò allargando le braccia, mentre l’altro posava la mano sul fianco scortecciato di un tronco.
Lo esaminò con attenzione, solo per costatare che si trattava delle unghiate di un orso. Anche piuttosto vecchie, a giudicare dal sottile strato di muschio al loro interno.
Raggiunsero gli altri, saliti di una decina di metri. Si disposero in cerchio, sull’unico, esiguo tratto pianeggiante della selva, spalla contro spalla. Stettero nuovamente in silenzio per qualche minuto, senza che nulla di significativo si palesasse all’orecchio.
Il fango rendeva difficile persino restare in piedi. Non c’era traccia di animali nei dintorni ed ogni cosa era immobile, come se la foresta fosse solo una sconfinata illusione. Ogni albero sembrava identico a quello accanto, e a quello ancora successivo. I cespugli e le felci si rimpicciolivano nella prospettiva, confondendosi nell’ombra.
Andrea spostò indietro la gamba, urtando Helia. Tremava. Non le piaceva trovarsi in quelle situazioni: era abituata agli ampi prati, ai piccoli paesini o al caos di Bucarest, alla loro accogliente abitazione lontana ore di cammino, non a quelle avventure. Cercò di prenderle la mano, per rassicurarla, ma qualcosa lo fermò. Era solo una sensazione, gelida e orribile, che lo inchiodava dov’era, incapace di respirare. Anche gli altri provavano la stessa paura. Perché era di questo che si trattava: paura. Un’angoscia atavica e immotivata, penetrante.
Un fischio acuto riempì le teste, quasi che i corpi cercassero disperatamente di scacciare quell’inquietante silenzio.
Qualcosa di simile ad un boato esplose sopra di loro, alla sommità del colle. Un suono possente, terribile, lacerante. Furono costretti a tapparsi le orecchie con le mani per non restarne storditi. Assomigliava al crollo di una città e si spandeva in ogni direzione, rimbalzando in mille echi. Rispose un altro rumore, aspro e sibilante.
Alcuni rami si spezzarono, il terreno tremò e un colpo d’aria si abbatté sul gruppo. Non era vento. Qualcosa di enorme si era mosso.
«Presto, lassù» disse piano la donna, partendo di gran carriera.
La seguirono, arrancando lungo il fianco della montagna. A poco servivano gli scarsi appigli prodotti dalla natura: il temporale aveva resa viscida ogni cosa.
Dietro a tutti, Helia saliva con passo incerto e timoroso. Era completamente nel panico. Lavorava lì da quasi tre anni e non le era mai capitato di essere trascinata in quegli angoli impervi a cercare un modo per essere cancellata dall’elenco degli esseri viventi. Andrea tentava di rallentare di proposito, per starle accanto, ma veniva trattenuto in prima fila da Poliana, che faceva le veci del capo. Si voltava spesso, rischiando di cadere e inquietando ulteriormente la donna.
Giunsero ad un punto dove il terreno sembrava curvare dolcemente in piano. Si avvicinarono, continuando a restare nascosti fra gli alberi. Poco oltre si apriva una radura. Alcune piante giacevano letteralmente sradicate lungo il margine boschivo, altre erano state spezzate.
Sotto un cielo che volgeva al sereno, l’immensa sagoma nera e irta di aculei lunghi quanto un braccio, si era alzata sulle zampe posteriori, emettendo un furioso ruggito.
«Maledizione…» mormorò Stefan, guardando oltre l’animale.
A terra, i resti si alcune grosse uova macchiettate di varie tonalità di grigio riversavano sull’erba un liquido paglierino e i resti di almeno cinque cuccioli, calpestati e ridotti in una poltiglia informe. Era opera della madre, a giudicare dalle chiazze vischiose che colavano lungo le sue zampe posteriori. Probabilmente non si era neppure accorta di aver ucciso i piccoli. Un’intera covata di Ungari Spinati distrutta a poche settimane dalla schiusa.
«Che diamine è quello?» chiese esterrefatto Andrea, indicando l’altro animale che si trovava nel prato.
Era una altro drago, ma non della stessa specie del primo. Era grande un terzo dello Spinato, snello e flessuoso, con zampe posteriori stranamente corte e la livrea di un blu intenso e brillante.
Le fauci allungate si aprirono, lasciando fuoriuscire una specie di soffio. La femmina di Spinato non si fece intimidire da quella misera dimostrazione: un getto infuocato di almeno otto metri fendette l’aria, diretto all’intruso. Questi schizzò in alto, spinto dai poderosi arti posteriori e spalancò le ali, portandosi fino all’altezza del grugno nero e rugoso. In un baleno era avvinghiato al collo dell’avversario, zanne e artigli che incidevano la spessa corazza. Lo Spianto strepitò, facendo ondeggiare il capo da un lato all’altro, nel tentativo di liberarsi. Il drago blu perse la presa e ricominciò a volargli intorno, prima da un lato, poi dall’altro, azzardando un paio di picchiate.
«Ci tiene poco alle squame» pensò fra sé Poliana, portandosi alle spalle dell’esemplare più grande.
La coda munita di spine sferzava l’aria a poco più di un metro dal prato. Il nero avanzò, dimenandosi, tentando invano di afferrare l’avversario, troppo piccolo ed agile.
L’altro atterrò, cominciando a correre in direzione della foresta. A terra era piuttosto goffo, pareva zoppicasse e le ali gli davano impaccio, sbattendo contro i fianchi ed le fronde dei noccioli. Puntava dritto verso gli osservatori, emettendo suoni gravi ed affannati. Con movimenti pesanti e lenti, l’Ungaro cominciò a girare lentamente su sé stesso, seguendolo. Una seconda fiammata inondò lo spiazzo, riscaldando il volto di chi assisteva alla scena.
Si udì il fruscio di foglie calpestate. Helia si era allontanata. Sembrava stesse seguendo qualcosa. Andrea la rincorse, afferrandola per un braccio.
«Che fai? Sei impazzita?»
«Là! C’è qualcosa! Si è mosso!» e indicò al limitare della radura, dove un fitto gruppo di giovani pini si ergeva nella luce lattiginosa.
«Stai qui! Non muoverti!»
«Ma c’è qualcosa!»
Le chiuse la bocca con la mano e la trascinò contro un albero. I due draghi continuavano la loro schermaglia, ma l’Ungaro non sembrava volersi allontanare da dove stava. Era troppo vicino a loro, così vicino che potevano sentirlo respirare. Piantato sulle enormi zampe, rispondeva ai rantoli di quel ridicolo nemico con ruggiti sordi e minacciosi, mostrando l’immenso fianco. Spalancò le ali, oscurando la tenue luce pomeridiana. Il drago blu fece altrettanto, sollevandosi ed agitando gli artigli in segno di sfida.
Tutto accadde in un attimo. Una massa indistinta ruzzolò per diversi metri, sollevando zolle e raspando il suolo umido. Una larga scia rosso cupo imbrattò l’erba. La lunga coda aculeata si era abbattuta fulminea mentre l’esemplare stava tornando a terra, privo di difese. Con un violento scossone, lo Spinato cercò di estrarla dal corpo riverso. Il drago rantolò ferito ed infuriato, incapace di alzarsi. Quasi certamente aveva diverse ossa rotte. Un’ala pendeva floscia sul dorso, con un’angolatura innaturale.
Dalla gola del bestione nero emerse un ululato agghiacciante, si sarebbe detto di perverso piacere, mentre infieriva sull’altro scrollandolo e sbatacchiandolo. Il malcapitato tentava con le ultime forze di liberarsi dalle punte avvelenate.
«Andiamocene» disse Poliana, arretrando lentamente di qualche passo.
Il suo sguardo duro non ammetteva repliche. I draghi, specialmente quelli di grossa taglia, erano noti per la loro forte territorialità. Nessuna intrusione veniva tollerata, specialmente da una madre in cova. Helia gettò un ultima occhiata alla femmina d’inchiostro che sollevava il capo verso il cielo, ruggendo festosa. Era un’immagine bellissima e dolorosa al tempo stesso.
No.
Un istante.
«Fermi!» gridò. «Non possiamo andarcene!»
«Helia smetti di…» cercò di zittirla Burak, ma lei insistette.
«Guardate!» e indicò in alto.
L’Ungaro non stava affatto esternando il suo compiacimento. Qualcosa lo infastidiva. Qualcosa attaccato al suo grosso orecchio destro. Un altro drago, se possibile ancor più piccolo di quello appena abbattuto, stava mezzo infilato nell’enorme padiglione auricolare. I suoi striduli pigolii venivano coperti dai latrati nervosi del gigante. La femmina si agitò, tentando di grattarsi la testa con i lunghi artigli ricurvi. Gli occhi gialli roteavano senza sosta in cerca dell’aggressore. Cominciò a dibattersi, camminando irata per lo spiazzo, trascinandosi dietro il cadavere color cobalto. Più tentava di liberarsi, più sembrava stordita. Si muoveva incerta, barcollando. Il lunghissimo collo si curvò, puntando a terra. L’impatto produsse un rimbombo di tuono.
Rotolando come una palla, il minuscolo drago, forse un cucciolo, arrivò vicino al nido devastato. Era di un blu molto più scuro del precedente. Intontito, faticò a ritrovare l’equilibrio sulle quattro corte zampette che agitava nell’intruglio limaccioso degli albumi e dei corpicini maciullati. L’ombra sconfinata dell’adulto lo avvolse. Fece appena in tempo ad allontanarsi di un paio di metri perché le zanne affilate non lo troncassero in due parti di netto, non abbastanza per sfuggire completamente al morso. L’ala sinistra rimase incastrata nello spazio fra due denti mentre veniva sollevato da terra. Vittima di un macabro scherzo del destino, l’Ungaro non riusciva a serrare le mascelle più di quanto già non fossero. Il piccolo penzolava nel vuoto gemendo e agitandosi, chiedendo soccorso con versi acuti. Spazientita e ancora visibilmente frastornata, la femmina ebbe un poderoso scatto della testa. Il rumore inconfondibile di ossa che si spezzavano aleggiò per un istante, seguito da un tonfo sordo: il cucciolo era precipitato a terra.
Cinque Schiantesimi si abbatterono contemporaneamente sull’enorme animale, costringendolo ad indietreggiare. Confuso e indebolito, lo Spinato batté in ritirata nella foresta masticando l’arto mozzato.
Andrea, rese ormai inutili le precauzioni del caso, si precipitò nella radura. Visto da vicino, il terzo drago era davvero minuscolo, eppure aveva lottato con grande determinazione. Si affrettò ad esaminarlo, continuando a pensare che non ne aveva mai visti di simili.
«Ehi, ma sei di gomma tu!» rise, quando si accorse che aveva riportato solo qualche graffio.
Per quanto riguardava l’ala, invece, la situazione era pessima. Dalla spalla emergeva per pochi centimetri un moncone osseo scheggiato, avvolto da filamenti tendinei sanguinolenti. La membrana alare era stata letteralmente strappata via, lasciando un lungo squarcio nella parte mediana del fianco. Il sangue colava in lunghe gocce sulle piccole scaglie: il veleno dell’Ungaro Spinato avrebbe impedito alla ferita di rimarginarsi e presto avrebbe intaccato i tessuti sani.
«Niente da fare. Andato» sbuffò Burak, avvicinandosi.
Era andato a vedere quel che restava dell’altro drago, ma le tossine dello Spinato, unite a quelle prodotte dal corpo di quegli animali all’atto di una morte violenta, avevano già fatto il loro dovere, sciogliendo gran parte della carne e delle ossa rotte.
«Lascialo qui» ordinò Poliana al giovane, ma Andrea continuò ad esaminare il paziente, mormorando alcuni incantesimi sottovoce. «Ho detto lascialo qui. Ce ne andiamo».
Invece di rispondere, lui alzò il capo e si guardò intorno. Con pochi movimenti di bacchetta creò una portantina con delle frasche e vi depose cautamente il drago. Il suo respiro si stava facendo irregolare ed i suoi lamenti sempre più flebili.
«Ho detto lascialo qui!»
«Ah, chiudi quella ciabatta, befana!» sghignazzò. «Ce la può fare, ma devo operarlo subito. Helia, mi puoi aiutare? Burak, mi servi anche tu» e fecero levitare l’improvvisata barella.
«Non ce ne facciamo nulla di una bestia menomata» insisté Poliana, fredda. «E poi le regole del centro sono chiare…»
«Aspetta a parlare» disse, strizzandole l’occhio. «Non sappiamo nemmeno di che razza è. Vediamo se quando tornano gli altri, i miei sospetti saranno confermati».
«Quali sospetti?» chiese Stefan, facendo largo tra i cespugli.
«Beh, che Poliana è una befana precipitosa!»

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