Note alla storia

Mi sono sempre piaciuti gli alberi genealogici e le storie dei loro componenti. Quindi, non potevo non interessarmi alla famiglia di Sirius e fantasticare un poco su di essa.
Inoltre, dedico questa fanfiction a Giulia, la mia migliore amica e la mia musa ispiratrice!

Note al capitolo

I nomi dei personaggi sono quelli originali, così come quelli dei dormitori. Ad alcuni ho leggermente modificato la data di nascita e di morte, ma per il resto il tutto e piuttosto fedele alle indicazioni della Rowling.
Per far funzionare la storia, ho generosamente regalato a Walburga due sorelle: Cassiopeia e Ursula. Inoltre, suo marito sarà più vecchio di lei e non viceversa.

Dicembre 1985

Amorali, corrotti, cinici, blasfemi, miscredenti, bugiardi, assassini, taccagni e pure incestuosi. Uffa! A sentire il popolino, noi Black saremmo l'equivalente magico dei Borgia! (In effetti abbiamo in comune l'iniziale del cognome...)
Comunque, io sono Walburga Black e sono oramai giunta alla fine della mia lunga e, lasciatemelo dire per una volta, incasinatissima vita!
Contenta di morire? E perché no? Solo, mi rammarico di morire qui, con Narcissa e Lucius Malfoy quali mia unica compagnia. Lei non fa che singhiozzare continuamente e lui non vede l’ora che tiri le cuoia. Pensate che questa mattina, mentre sonnecchiavo, quel perfido non viene a tastarmi la carotide per sentire se ero ancora di questo mondo? E non ha borbottato il vigliacco: “Ma sei ancora viva?” con fare seccato?
Io, come risposta, gli ho sfoderato il miglior paio di corna che le mie povere mani avvizzite potevano produrre. “Tiè che sono morta!” gli urlai dietro, facendolo balzare all’indietro per la paura.
Ben gli sta.
Kreacher è il solo a tenermi sul serio compagnia e so per certo che le sue lacrime sono sincere: povero caro! Chi servirai ora che la tua padrona se ne va a fare quattro chiacchiere con San Pietro?
“Kreacher…” gracchio, la gola secca.
L’elfo domestico si sistema all’istante al mio capezzale.
“Se ne sono andati quei due scocciatori?” e sospiro di sollievo alla risposta affermativa del mio servo.
“Bene. Ora ascoltami Kreacher. Su in soffitta è nascosto molto bene un dipinto di tutte le mie nipoti con i miei figli. Portamelo qua.”
L’elfo spalanca i suoi grandi occhi, incredulo. Come? Non l’avevo distrutto? Confesso che volevo farlo, ma poi mi è passato di mente.
E mentre il mio fedele servo va a prenderlo, meccanicamente fisso i ritratti dei miei defunti familiari.
Finalmente arriva il quadro e sorrido soddisfatta: ora la famiglia è riunita. Posso infine fare quel discorsetto che per tanti, troppi anni ho dovuto tacere per il “buon nome della famiglia Black”, come la mia cara suocera (che mai ho sopportato) mi ricordava zelante.
Li scruto tutti in viso, queste persone che hanno avuto un ruolo più o meno importante nella mia vita.
Mia madre, mio padre, i miei fratelli, le mie sorelle: morti e sepolti.
Le mie nipoti: Bellatrix, la pazza dai lunghi boccoli neri, Andromeda, colei che fuggì da casa per seguire l’amore della sua vita (quanto la invidio) e Narcissa, la bambola vivente.
I miei due figli: Sirius, che sin dalla nascita mi ha rubato il cuore con i suoi occhi grigi e Regulus, il figlio del dovere.
Mah.
Kreacher sei lì? Hai carta e penna? Scrivi Kreacher, scrivi! Mio marito è morto, mio padre e mia madre sono morti, i miei suoceri sono morti, chi mi può rimproverare se parlo, ora?


1947 circa.

Posso dire di aver perdonato tutti i miei familiari; con i morti è inutile prendersela. Due persone, però, non sono mai riuscita a digerire: innanzitutto mia madre Irma e in seguito mia suocera Melania, entrambe donne di gran peso in famiglia e ci credo! 90 chili ciascuna, senza contare i vestiti, per via delle numerose gravidanze, entrambe vedove ed estremamente tiranniche, avevano progettato i nostri futuri fin dalla culla. Non passava giorno in cui non ci venisse ricordato l’importanza di sposare un Purosangue e le nostri infaticabili madri si prodigavano nello scegliere perfino i bambini con cui giocare.
Oddio! Ma perché non mi lasciava in pace? La sola idea di sposare uno di quei mocciosi, che mia madre mi presentava, mi faceva venir voglia si buttarmi giù dalla finestra. E tuttavia posso affermare che in fondo, essendo la terzogenita, la mia infanzia non fu un inferno totale poiché mia madre, prima di torturare la sottoscritta con l’idea del matrimonio, aveva le mie sorelle maggiori da maritare.
E l’occasione si presentò quando mio cugino Orion Black restò vedovo della sua prima moglie, la quale, secondo la mia futura suocera, aveva avuto il cattivo gusto di morire senza prima avergli dato un erede.
Che Orion la amasse, non saprei dirlo. Sono sicura, però, che più di tanto non la pianse. Infatti, tre mesi dopo il funerale, arrivò a mia madre una lettera via gufo, nella quale mio cugino spiegava la necessità di riprendere moglie per “assicurare una futura continuazione alla casata.”
Tzè! Se a una qualsiasi madre, che amava sul serio le sue figlie, fosse arrivata una simile lettera, avrebbe certamente mandato all’inferno lo spasimante. Tuttavia, mia madre era quella che era e accettò entusiasta.
La notizia della proposta di matrimonio di mio cugino mi giunse solamente una settimana più tardi, in quanto all’epoca avevo da poco compiuto sedici anni e ancora frequentavo Hogwarts. Ricordo perfettamente che ebbi per tutto il giorno le lacrime agli occhi per via delle risate: mia sorella Ursula che si sposava il Nasone!
Perché chiamavamo Orion il Nasone? Per via del naso, ovvio! Aquilino, grosso e brutto, simile a un certo poeta italiano … Dante Alighieri, forse?
Anche mio fratello Alphard, di un anno più giovane, si sbellicava dalle risate e una volta tornati a casa per le vacanze di Pasqua non perdemmo occasione per prendere Ursula in giro.
“Tu ti sposi il Nasone! Tu ti sposi il Nasone! Tu ti sposi il Nasone!” le urlavamo, mimando contemporaneamente la forma del naso del promesso di mia sorella.
E Ursula? A detta di mia madre, “Miss Black è assolutamente estasiata all’idea di divenire vostra moglie e non vede l’ora di esserlo.”
Macché, macché! Mia sorella piangeva e si disperava: non voleva sposare mio cugino! E a nulla servivano le spiegazioni razionali di mia madre e di Cygnus (mio fratello minore), che le illustravano una vita piena di agi e onori, se avesse accettato di sposare Orion e infine, più che la bruttezza poté il denaro e Ursula si fidanzò con lui.
Da allora si aggiunse mia sorella maggiore Cassiopeia a sfotterla.
“Tu ti sposi il Nasone! Tu ti sposi il Nasone!”
“Basta voi tre!” ruggiva mia madre “Cassiopeia! Walburga! Alphard! Smettetela di prendere in giro vostra sorella! E voi, Ursula Black, smettetela di frignare come una bambinetta! Andrete in moglie a vostro cugino, che appartiene a una delle migliori famiglie magiche di tutta l’Inghilterra. È un grande onore! Non tutte sono state così fortunate!”
E all’ultima frase noi ci mettemmo a ridere ancora più forte, reggendoci la pancia, le lacrime agli occhi.
Nostra madre, rossa in volto, cercò di ignorarci e continuò imperterrita: “Sarete una vera signora, Ursula. Vivrete nell’agio e nel lusso. Il vostro promesso ha più denaro di tutti noi messi insieme.”
“Certo!” esclamò Alphard, asciugandosi le lacrime “Ma anche più naso di noi messi insieme!”
Ursula, che aveva fino allora ascoltato con gli occhi velati da un altro tipo di lacrime, scoppiò definitivamente a piangere, ottenendo come risultato un rimprovero da parte della madre per lei e una bella punizione per noi tre.
Ma intanto se lo doveva sposare sul serio, il Nasone!
Nel frattempo, le due future suocere stavano organizzando con gran cura il matrimonio: tutto doveva essere perfetto, era un grande avvenimento per la nostra famiglia, una sorta di riavvicinamento tra i due rami, anche se era più dal punto di vista pecuniario che affettivo.
Infatti, il contratto matrimoniale non era tanto dissimile da uno per comprarsi una casa o aprire un conto corrente in banca.
“Dunque”, disse mia zia Melania “Clausola numero uno: la ragazza deve essere una Purosangue da almeno quattro generazioni. Me lo confermate, Irma cara?”
Mia madre ingoiò una risposta acida e annuì.
“Bene. Punto secondo: non deve essere una Squib. Marius c’è già bastato.”
“Ursula ha finito con eccellenti voti Hogwarts”, sibilò la futura con suocera, arrossendo un poco al ricordo di mio zio Marius, che ebbe la sfortuna di nascere senza poteri magici. “E’ stata perfino Caposcuola!” aggiunse con orgoglio.
“Me ne rallegro”, commentò mia zia senza entusiasmo. “Punto terzo: deve aver frequentato il dormitorio degli Slytherin.”
“E ci mancherebbe altro! Diserederei io stessa i miei figli se si azzardassero a frequentare un dormitorio che non sia Slytherin!” protestò con veemenza mia madre.
“Clausola numero quattro: vostra figlia potrà amministrare la sua dote solo dopo aver partorito il primo figlio maschio.”
A Irma Black andò di traverso il the che stava bevendo.
“Cosa?” gracchiò, tossendo ancora per il mancato soffocamento. “ Che cosa significa questa clausola?”
“Irma, Irma, Irma”, sospirava zia Melania scuotendo il capo “Il ramo diretto della famiglia Black si è ridotto a Lucretia e Orion. Se mio figlio muore senza aver avuto figli maschi, esso si estinguerà.”
“Comprendo, ma vi faccio presente, Melania, che anch’io ho due figli maschi che portano il nome Black!” ribatté seccamente mia madre, mentre stringeva con forza la tazzina del the.
Zia Melania non si scompose. “Chi? Alphard e Cygnus? Ma se il primo è più dell’altra sponda che di questa e il secondo è così malaticcio da stare in infermeria due giorni su tre?”
A dire il vero, la zia si sbagliava di grosso. Cygnus non era di salute cagionevole: era ipocondriaco, altroché. Ma né mamma né zia lo sapevano; questi sono segreti tra fratelli. Così com’era un segreto (almeno noi lo credevamo tale) che ad Alphard non piacevano le ragazze. Tuttavia, figuriamoci se questo sfuggiva agli occhi sempre vigili di nostra madre … Lei non se n’era fatta assolutamente una ragione e confidava in una redenzione del figlio non appena avesse raggiunto la maturità. Intanto, mio fratello, a quindici anni suonati, il più bello della classe, ancora non aveva la ragazza.
Ma ora sto divagando. Ritorniamo al contratto matrimoniale di mia sorella Ursula, che rischiò di saltare a causa di un epico litigio tra le due madri. Eh sì, perché la mia si sentì offesa a morte per le insinuazioni di zia Melania e iniziò a lanciarle sfrecciatine sul perché la defunta moglie di mio cugino, dopo cinque anni di matrimonio, non era riuscita a dargli neppure una femmina, figuriamoci un maschio. E allora zia, gonfiandosi come un tacchino, ribatté che mia madre aveva una bella faccia tosta a vantarsi della fertilità del suo ramo della famiglia, visto che sua cognata Cassiopeia era irrimediabilmente zitella e l’altra sua cognata Dorea era sposata da dodici anni con Charlus Potter e ancora non si vedeva l’ombra di un figlio.
Dio, che mentalità medievale!
E vi confesso che erano lì lì per prendersi per i capelli, se non fosse stata l’idea del matrimonio a fermarle.
“Ultima clausola”, annunciò zia Melania con il fiatone corto per le troppe ingiurie lanciate (e ricevute) “ In caso di morte di Ursula” e toccò il legno del tavolino “il testimonio … ehm … l’onore passerà alla sorella successiva.”
“A Cassiopeia jr.?”
“Esatto. O a Walburga, nel caso, Dio non voglia, che anche Cassiopeia muoia.”
“E se anche Walburga …” lasciò intendere mia madre.
Lo sguardo di zia Melania s’indurì. “Pregate che non accada.”
E così, dopo aver posto le rispettive firme, il contratto era finito. Ora, Orion Black e sua cugina Ursula Black erano ufficialmente fidanzati.
Certamente vi chiederete perché, durante la stesura e la firma del contratto, i diretti interessati non fossero presenti. Da noi si fa così: quando tua madre ti annuncia un giorno che ti ha trovato un marito o una moglie, tu te lo/a prendi senza fare tante storie, pena il venire diseredati! Ovviamente, ci sono sempre stati (e sempre ci saranno) pianti e urli da far tremare le pareti di casa, ma mai nessuno si è sul serio opposto a una proposta / ordine di matrimonio. Nessuno il cui nome sia ancora scritto sull’albero genealogico.
Ursula non fu da meno. Rassegnatasi all’idea di sposarsi il Nasone, passava tutto il tempo con nostra madre a far compere ora per il corredo nuziale, ora per la festa oppure per qualsiasi altra cosa le sarebbe potuta servire nella sua futura vita di donna sposata.
“L’unico lato positivo della faccenda”, commentai davanti a mio fratello Alphard, dopo avergli letto l’ultima lettera inviatami da Cassiopeia, nella quale mi raccontava che il promesso di Ursula riempiva quest’ultima di doni neanche fosse la Madonna di Pompei e che nonostante tutto lei aveva ancora una faccia da funerale “L’unico lato positivo della faccenda è che quella zuccona di Ursula non dovrà imparare un nuovo cognome, quando si firmerà, una volta sposata!”
Alphard per poco non cadde dal divano dalle risate. Cygnus, invece, mi scoccò un’occhiata velenosa.
“ Come sei infantile, Wally”, disse, ritornando sui compiti che stava facendo. “La verità è che sei gelosa. Perché tu finirai come zia Cassiopeia, una sola e arida zitella.”
Per tutta risposta gli tirai un cuscino, centrandolo in pieno in faccia.
“Ma ti sei ammattita?!?” mi urlò dietro, toccandosi la fronte preoccupato, probabilmente alla ricerca di un eventuale bernoccolo.
Roteai gli occhi con fare melodrammatico “Oh povero, Cy! Ti ho fatto la bua? Perché non te ne vai in infermeria? Madame Hillman sarà semplicemente estasiata di vederti! Non è che le corri dietro, per caso?”
“Ah, Wally, non ti preoccupare: il piccolo Cy ha la testa dura, vedrai che sopravvivrà. E anche se gliela si fosse rotta, qual è il problema? Tanto non c’è niente lì dentro, non riporterà gravi danni”, affermò Alphard sogghignando.
“Anzi, temo purtroppo che diventerà più intelligente, fratello mio. Chissà, forse un giorno sarà Prefetto…”
“… o Caposcuola …”
“… o ambasciatore …”
“… o Ministro della Magia …”
“Ma andate al diavolo, voi due!” ruggì Cygnus alzandosi e uscendo come una furia dal dormitorio.
Mi avvicinai ad Alphard e gli sussurrai all’orecchio: “E che ne dici di Papa?”
Mio fratello si fece il segno della croce con tono solenne. “Amen”, disse gravemente, per poi sciogliersi in un ulteriore sorriso.

I mesi trascorsero via velocemente e arrivò la fine della scuola.
Si annunciava una gloriosa estate, calda e soprattutto all’insegna del divertimento sfrenato. Alphard, infatti, aveva da poco sostenuto i suoi O.W.Ls e sin dall’inizio dell’anno scolastico aveva minacciato che, dopo di essi, non avrebbe più aperto un solo libro di magia per tutta l’estate. Inoltre, tra un mese ci sarebbe stato il matrimonio di nostra sorella Ursula e noi non vedevamo l’ora di renderlo più interessante con qualche birichinata. No, perché signori miei, chi resisteva a due ore e mezza di cerimonia?
“Sarà una noia pazzesca …” borbottava tra sé e sé Alphard “Mi faranno mettere lo smoking …”.
“Preferisci i pizzi?”
“Certo che li vuole”, s’intromise Cygnus.
“Stai zitto poppante!” ribatté il più grande, estraendo la bacchetta.
L’arrivo provvidenziale di un gufo salvò il piccolo Cygnus dall’ira di Alphard. Il volatile picchiettava insistente sul vetro, quasi avesse fretta di consegnare il messaggio. Rapidamente, aprii il finestrino e feci entrare il gufo, tra i cui artigli stringeva un breve messaggio.
Che ebbe però l’effetto di una doccia gelida.
“ Walburga e Alphard,
Non appena arrivate al binario 9 e ¾ materializzatevi subito all’ospedale di St. Mungo! Vostra sorella Ursula sta molto male!
Vostra madre
P.S. lasciate Cygnus e valigie all’elfo domestico. Li porterà a casa lui.”

“Mi domando che cosa possa esserle accaduto!” dissi a mio fratello, mentre correvamo per i corridoi di un bianco accecante di St. Mungo. “Quella è sempre stata più forte di un bue!”
“E che ne so! Forse ha fatto indigestione di Zuccotti di Zucca!”
“O ha tentato il suicidio per non sposare il cugino Nasone”, suggerii maligna.
Alphard scosse il capo corvino. “No, lo escludo. Ormai era se l’era messa via. Ma tu guarda se uno, appena tornato da scuola debba correre all’ospedale e scoc-”
“Wally!Al!” lo interruppe nostra sorella Cassiopeia, la quale ci corse incontro, abbracciandoci stretti, mentre calde lacrime le rigavano il bel volto pallido.
“Grazie a Dio siete arrivati! Credevo di impazzire! Povera Ursula! Già da stamattina diceva di stare poco bene, poi è svenuta e … e …” singhiozzò, continuando a tenerci stretti a lei fino quasi a soffocarci.
“Ma che cos’ha?” riuscì finalmente a domandare Alphard, dopo essersi liberato dall’abbraccio di Cassiopeia, la quale si asciugò le lacrime con il fazzoletto che le avevo offerto. Non fece in tempo a rispondere che nostra madre e il medico uscirono dalla stanza in cui era ricoverata Ursula, i volti scuri e gravi.
“Mrs. Black, se volete … ehm … potrei dirlo io ai vostri figli …”.
Mia madre annuì con un singhiozzo. Faceva uno strano effetto vederla piangere, visto che io mai l’avevo vista in tali condizioni. Neppure al funerale di papà.
Il medico le posò dolcemente la mano sulla spalla, se per confortarla o per sostenerla, non l'avrei saputo dire. Fatto sta che si avvicinò poi a noi e disse con grande tristezza: “Ragazzi miei, voi ormai siete grandi e sapete che nella vita a volte anche le persone a noi più care, quelle che mai vorremmo che ci lasciassero, beh, ci abbandonano purtroppo.”
Sospirò.
“Vostra sorella, Ursula Black …”
“Oh Gesù…” sussurrò Cassiopeia, portandosi la mano sulle labbra, gli occhi neri spalancati.
“… è morta …”
“Morta??” esclamammo in coro.
“… di meningite fulminante. Non c’è stato nulla da fare, mi dispiace.”
Dispiaceva pure a noi, che ci trovavamo una sorella in meno e un funerale al posto di un matrimonio.
Figuriamoci come la prese la zia Melania! A momenti sembrava che venisse a lei, la meningite! Convocò d’urgenza mia madre per discutere sul da farsi.
Neppure il promesso sposo della defunta Ursula sembrò aver preso bene la notizia. Zia Melania ci scriveva quanto il suo animo sensibile ne fosse stato scosso.
Dolore? Macché!
Iettatura!
Sì, iettatura, iella, sfortuna, chiamatela come volete. A suo parere la sfortuna lo stava perseguitando: prima la moglie, ora pure la fidanzata era morta. Si lamentava che forse avrebbe dovuto aspettare un anno, prima di fare qualsiasi proposta di matrimonio ed io francamente la pensavo alla stessa maniera. Non per superstizione, bensì per puro senso del rispetto verso chi ci lascia in questa vita.
E così, mentre mio cugino faceva corna e scongiuri e noi eravamo in lutto, mia madre e mia zia, sul cadavere ancora caldo di Ursula, combinavano un secondo matrimonio tra Orion e Cassiopeia.
Ma questa volta i due interessati ebbero molto da ridire.
“Ditemi perché devo per forza sposarmi la sorella!” sbottava continuamente Orion.
“Così dice il contratto: se muore la fidanzata, la sorella le succede”, replicava flemmatica la madre. “Eppoi, le sorelle Black hanno ereditato una cospicua fortuna. Non sarebbe male per il nostro patrimonio.”
“Come se avessimo bisogno dei loro soldi!”
“Orion Arcturus Black! Qual è insomma il problema? Cassiopeia è una ragazza buona e virtuosa, una vera Purosangue. Non vedo che cosa possa impedire la vostra unione!”
“Sua sorella!”
“Ursula? Una morta non è un granché come rivale. L’amavate sul serio?” inquisì sorpresa, come se quella fosse una cosa piuttosto bizzarra.
“No, il fatto è che … questa malattia così improvvisa, a un mese dalle nozze … non sarà per caso che quel ramo della famiglia sia un po’… iellato?” e pronunciò l’ultima parola sotto voce, quasi temesse che si sentisse.
Zia Melania lo guardò sconcertata.
“Prego? Cosa intendi dire con …”
“Iellati? Non avete visto che razza di … disgrazie si sono abbattute su di loro? Uno Squib, una zitella, una sterile, una che si è sposata con un Weasley e ora la primogenita che se ne va di meningite … come lo zio Pollux! Non saranno dunque un po’ sfigati?”
“Sciocchezze, Orion, sciocchezze! Sono, come te stesso le hai definite disgrazie. Possono capitare. Ma vedrai, Cassiopeia non ti deluderà. Ti confesso che è sempre stata la mia preferita e che sotto sotto sono contenta che vi sposiate.”
Mia zia Melania continuò con la sua opera di persuasione per circa due settimane e per poco non perdeva la voce dal tanto parlare! Ma alla fine di giugno, uscì trionfante dalla sua impresa e un nuovo contratto matrimoniale,analogo a quello precedente, fu firmato, sempre, però con quella demoniaca clausola numero cinque …
E quando a mia sorella Cassiopeia fu recata la notizia, lei fece un’espressione di tale sconforto, da sembrare la Madonna Addolorata. Questa volta, tuttavia, non ci azzardammo a prenderla in giro, poiché ancora memori della sorte toccata alla defunta Ursula.
Contrariamente alla maggiore, che pianse come una disperata per mesi e mesi, Cassiopeia si lagnò solo una volta, ma riuscì a concentrare in essa tutte le perplessità che erano state presenti nelle lunghe e sconclusionate proteste di Ursula.
Era un pomeriggio di metà agosto e mia madre aveva scovato la figlia piangere sotto un albero in fondo al giardino. La cosa la stupì parecchio, poiché Cassiopeia era stata tranquilla fin da quando le avevano comunicato il suo fidanzamento. Che cosa dunque la turbava?
“Perché piangete, Cassiopeia?” le domandò nostra madre stupefatta, accarezzandole dolcemente la schiena.
Mia sorella guardò la genitrice, gli occhi gonfi dal pianto, per poi singhiozzare più forte di prima.
“Su, su Cassiopeia Black! Che motivo avete di essere così afflitta? Vostro fratello Alphard ha ottenuto il massimo del punteggio di O.W.Ls e a febbraio voi vi sposerete! Non siete contenta?”
Sicuro! Infatti, la ragazza si mise a ululare.
“Insomma! Basta con questi piagnistei! Ditemi che cosa vi tormenta!”
Cassiopeia alzò il capo corvino ed esclamò tutto d’un fiato: “Io non voglio sposare il Nasone!”
“Chi??”
“Il Nasone! Orion Black! Non lo voglio sposare!”
“Come?”
“E’ brutto!” ruggì mia sorella e la sua spiegazione così sincera e spiazzante, nonché concisa, impedì alla madre di replicare per qualche istante.
“Ehm … è vero”, disse infine, rendendosi conto che la figlia aveva toccato un tasto dolente “E’ poco … attraente, ma è molto ricco, figlia mia. Eppoi voi compirete questo sacrificio in memoria della vostra amata sorella Ursula e per il lustro della casata, anche se questo non vi farà felice. Baderete a concepire un erede e io mi potrò dire soddisfatta.”
Bel discorso per una figlia già di suo poco entusiasta di sposarsi!
Mia sorella non era una testa dura, al contrario, era docile e mansueta come un agnellino. Come già detto prima, quella fu la prima e unica volta in cui ebbe qualcosa da ridire. I preparativi proseguirono così senza tante complicazioni fino a Natale.
Nel frattempo, io avevo incominciato il settimo e ultimo anno a Hogwarts, mentre i miei fratelli, il sesto e il quinto. Quello fu l’anno più malinconico della mia carriera scolastica: non solo perché avevo perso una sorella, ma anche perché l’altra aveva trovato troppo presto un fidanzato e sapevo che, alla fine, anche a me sarebbe toccato sposarmi.
E sinceramente, speravo che quel giorno fosse il più in là possibile.
Inoltre, la notizia dell’improvvisa dipartita di Ursula e del fidanzamento lampo della sorella con il suo fidanzato aveva fatto il giro della scuola in un battibaleno e tutti gli studenti non perdevano occasione di commentare ad alta voce in nostra presenza e di lanciarci occhiate significative, specialmente i Gryffindor. Dio, quanto mi stanno antipatici quelli lì! E tirarono così a lungo la corda della nostra pazienza, che alla fine essa si spezzò, con risultato di un’epica rissa e punizione per un mese di fila.
Quando il preside, Armando Dippet, mi convocò per chiedere spiegazioni (“Miss Black, da voi proprio non me l’aspettavo! Una studentessa modello come voi, così calma e giudiziosa, che fa a pugni con i maschi!” e così via per circa un’ora), io gli dissi semplicemente che quei figli di buon notai di Gryffindor mi avevano chiesto quando mi sposavo con mio cugino. Insomma, gufavano contro mia sorella. Il caso volle che Alphard fosse nei paraggi e così, tra uno sfottò e uno scongiuro, uno scongiuro e un sfottò in alto le bacchette e sotto con i tiri di boxe. Una scusa per attaccar briga con i Gryffindor? Forse. Però quel pomeriggio toccai tutto il legno possibile e immaginabile, dopo aver lucidato per quasi due ore le coppe di Quidditch, con un mocciosetto del primo anno come unica compagnia. Gryffindor, per giunta. Porca miseria.
“Perché continui a toccar legno?” mi chiese a un certo punto, scrutandomi con i suoi occhioni grigi, che notai erano davvero belli, dalla forma allungata, quasi a mandorla …
“Perché non ti fai gli affaracci tuoi?” ribattei velenosa come l’animale che contraddistingueva il mio dormitorio.
Ma il monello non demorse. “A dire il vero la tua mi sembra una tecnica di pulizia molto bizzarra. Strofinata alla coppa, strofinata al legno; strofinata alla coppa, strofinata al legno e così via.”
E mi deliziò perfino di una mia imitazione.
Allora volli metterlo alla prova.
“Senti, tu sei un Gryffindor, vero? Il tuo è il dormitorio degli audaci di cuore, no? Dimmi: come reagiresti se tua sorella si fosse fidanzata con uno, per poi morire a un mese dalle nozze e se l’altra tua sorella ne avesse occupato il posto? Come ti sentiresti se sapessi dell'esistenza di una dannata clausola, che ti mette in lista d’attesa in caso la tua seconda sorella maggiore crepi prima di sposarsi e una banda di scervellati non fa altro che ricordartelo?”
Gli occhi grigi del ragazzino s’illuminarono. “Tu sei Walburga Black? Quella che ha fatto a botte con quelli del settimo anno?”
“Come fai a conoscermi?”
“Diavolo, sei una celebrità! Sei la prima ragazza a Hogwarts ad aver spaccato il setto nasale ad un ragazzo ed ad averne steso un altro con un solo pugno allo stomaco.”
E tutto questo grazie alle lotte che sin da piccola facevo con Alphard. Ammetto che delle volte mi faccio paura da sola …
“In ogni modo”, riprese il primino “Ritornando alla tua domanda. Direi che la superstizione porta sfortuna. È stata solo una coincidenza, tutto qui. Non manca tanto a febbraio, vedrai che non succederà nulla."
“L’ultima cosa che vorrei a questo mondo è che fossimo addirittura additati come sfigati! Già ne abbiamo tanti di nomignoli! Ci mancherebbe pure questa!” mi sfogai.
Il ragazzino mi ascoltava attento, senza interrompermi, quando ruppi definitivamente gli argini di un’intera estate di frustrazioni, scongiuri e preoccupazioni.
Quando ebbi finito, sospirai profondamente, sentendomi leggera.
“Oh perdonami!” mi scusai subito dopo. “Non ti ho neppure chiesto né il nome né il motivo della tua punizione.”.
“Domani diventerò capitano della squadra di Quidditch del Gryffindor”, annunciò tranquillo il giovinetto.
“Eh?”
“Un Black che chiede scusa! Questa sì che è bella!”
“Non fare lo spiritoso o ti lancio un incantesimo”, sbottai. Perché mi metto ora a litigare con un poppante di undici anni?
“Mi chiamo Julian Hargreaves e ho fatto saltare in aria la pozione di un mio compagno.”
“Che ti aveva fatto?”
“Mi aveva tagliato i capelli, mentre dormivo”, e mi mostrò la zazzera bionda offesa “ Diceva che tenerli lunghi è roba o da femmine o da finocchi. Ma io non sono né l’uno né l’altro, mi piace semplicemente tenerli così.”
“E allora ti sei vendicato”, completai io per lui.
“Dovere”, replicò Julian, sfoderandomi il più birbante dei suoi sogghigni.
Verso mezzanotte, l’insegnante di trasfigurazione, il professor Dumbledore ci venne a chiamare per ritornare nei nostri rispettivi dormitori.

Da allora, non vidi più il ragazzetto, almeno fino alle vacanze di Natale, quando ci incrociammo sull’Hogwarts Express per ritornare a casa e comunque ci salutammo e basta. Tuttavia, non appena varcata la soglia domestica, sequestrai mia sorella per darmi qualche informazione sulla famiglia di Julian. Avevo già sentito il suo cognome da qualche parte, ma i pettegolezzi non mi avevano mai interessata più di tanto. Cassiopeia, invece, meritava l’Ordine di Merlino, Prima Classe per la sua occulta abilità di conoscere tutti gli scheletri negli armadi di ciascuna famiglia (che contasse nel mondo magico).
“Hargreaves, hai detto? Dunque, dunque, vediamo un po’… Hargreaves …” e guardò il soffitto come se stesse consultando un ipotetico elenco di nomi. “Sei sicura che non sia un Mezzosangue? Non ho mai sentito nominare questo cognome.” Scosse il capo riccioluto, dispiaciuta di non aver nulla su cui spettegolare. Poi, però, all’improvviso, balzò giù dal letto, gli occhi luccicanti. Bingo. Aveva trovato qualcosa, allora!
“Ecco perché non mi diceva niente quel nome, prima. È da tanto tempo che gli Hargreaves non sono in circolazione, almeno in Inghilterra.” E continuava a mettere a soqquadro la sua piccola biblioteca privata, rialzandosi infine trionfante con un librone nero in mano, intitolato “Annali della comunità magica inglese, vol. 4 b, dal 1650-1900” e si mise a sfogliarlo febbrilmente, la fronte corrugata. Il suo dito si fermò, a un certo punto, su una data: marzo 1773.
“Trovati!” esclamò contenta. “Hargreaves … famiglia Purosangue abbastanza antica …” ebbe un moto di soddisfazione “… fondata nel XV secolo, bla bla … oh, questo sì che è interessante! Alchimisti noti, esiliati dalla comunità magica con l’accusa di avvelenare sia i maghi che i Muggles con le loro miscele e pozioni . Residenti da allora in Francia.” Mi guardò con occhi fiammeggianti per l’emozione, mentre prendeva l’ultimo volume, quello riguardante la storia contemporanea. Un paragrafetto descriveva come il Ministero della Magia avesse revocato il bando alla famiglia Hargreaves, a patto, però, che quest’ultima s’impegnasse a fornirgli tutte le formule delle loro pozioni, le quali, a quanto pareva, si tramandavano di padre in figlio.
“Scommetto che gli hanno rivelato quelle più banali”, mi confessò a tavola Cassiopeia, durante il pranzo di Natale “Mica sono così scemi da consegnare quelle più pericolose!”
Sospirai, pentendomi di non aver chiesto a Julian come esattamente avesse fatto saltare in aria la pozione del suo compagno e i danni che quest’ultimo aveva riportato.
“Questo Julian”, proseguì imperterrita mia sorella, ormai scatenata “Deve essere molto bravo a Pozioni. Peccato che sia un Gry-”
“Di che cosa state parlottando voi due?” la interruppe zia Melania con un tono che voleva essere bonario e allegro, ma potevo fiutare una certa aria di rimprovero nella sua voce, in quanto la sottoscritta, con la scusa di informarmi sulla famiglia di Julian, le avevo sottratto per tutto il giorno la sua futura nuora e a mia zia Melania la cosa non era andata a genio per niente.
E Cassiopeia, che non sapeva mai tenere la bocca chiusa, le spiattellò tutto.
“Oca!” la rimbeccai, mentre mi sorbivo una predica circa quanto fosse sconveniente frequentare, ma no, parlare con un Gryffindor, per quanto antico e puro sia il sangue della sua famiglia. Bisognava evitarli come la peste, mi diceva, altrimenti sarei finita come zia Dorea, che si salvò dalla diseredazione solo perché Charlus Potter era un Purosangue.

Note di fine capitolo

Incredibile, ma vero, in Inghilterra non si dice "tocca ferro", bensì "Tocca legno" per scongiurare la iettatura.

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