Un'altra giornata al Ministero di Ely79

Sono passati cinque anni. Cosa sarà accaduto nella vita di Jill e dei suoi amici e colleghi del Ministero della Magia di Londra?


Categoria: Post-DH Personaggi: Harry Potter, Hermione Granger, Ninfadora Tonks, Rolf Scamandro
Era: Harry Post-Hogwarts (1998-)
Generi: Commedia
Lunghezza: A Capitoli
Pairing: Nessuno
Avvertimenti: AU (Alternate Universe), Libri di Testo, OC (Personaggio Originale)
Sfide: Nessuno
Series: Ministero della Magia
Capitoli: 5 Completa: S Parole: 16080 Read: 30934 Pubblicata: 19/02/10 Aggiornata: 19/04/10

1. Dalle 7:30 alle 9:00 di Ely79

2. Dalle 9:00 alle 13:00 di Ely79

3. Dalle 13:00 alle 14:30 di Ely79

4. Dalle 14:30 alle 17:00 di Ely79

5. Dalle 17:00 in poi di Ely79

Dalle 7:30 alle 9:00 di Ely79

C’è un angelo bruno nel mio letto. Lo osservo appoggiata allo stipite della porta. È lì, raggomitolato fra le coperte fingendo di dormire. Conosco il suo gioco, so cosa vuole. Sono sveglia già da una mezz’ora, sul tavolo sono pronte due tazze per la colazione e il latte si sta scaldando insieme al caffè.
Mi avvicino e mi stendo accanto a quel cumulo di lenzuola aggrovigliate. È un terremoto quando dorme, chissà mai da chi avrà preso. Allungo una mano e cerco di scoprire il mio tesoro. Un fondoschiena tondo mi punta irriverente, poggiato sopra due piedi rosei. Sembra di guardare un riccio. Batto leggermente con la mano su quelle rotondità, e il mio angioletto si scuote nervoso.
«Allora, ci vogliamo alzare?» domando, ma la testa fa segno di no. «Andiamo, non vorrai arrivare in ritardo? Cosa dirà la tua maestra?»
Niente, non cede. Okay, passiamo alle maniere forti.
«Devo mangiarmi questo bel culetto?» ridacchio tirando l’elastico delle mutandine a fiorellini.
Si contorce. Ride. Finalmente si gira. Due occhi verdi e furbi mi fissano. Mia figlia è incredibile.
«Io vojo mangiae culetto!» trilla abbracciandomi.
«A chi?» chiedo, facendole il solletico.
Lei scalcia, ride dimenandosi.
«A papà!»
«Papà rientra più tardi, per la pappa» rispondo sistemandole i capelli arruffati.
Mette il broncio, guardando il letto vuoto. Non le piace che Philip stia via. La mattina la aspetta sempre fingendo di dormire, per farla giocare un po’ mentre preparo la colazione.
«Non ci pensare, manca pochino pochino. Su, vieni. Il latte è pronto» dico sollevandola, ma non ho fatto i conti con le sue pretese.
«Nettie! Nettie! Vojo Nettie!» protesta allungandosi di slancio verso il letto, rischiando di farci cadere entrambe.
Recupero alla cieca il drago di peluche dall’intrico di lenzuola. Merito un bacio solo per il gesto atletico e, visto che c’è di mezzo il suo giocattolo preferito, Claire non lesina. Qualcuno ha mai visto un drago rosa con le babbucce di lana e gli orecchini? Io sì, il nostro li ha. Sono un’idea della sua padroncina. L’abbiamo comprato l’inverno scorso a Bunchrew House, sul lago di Lochness. Ho costretto il mio maritino a portarci là per il mio compleanno e quando Claire ha visto questo pupazzo (che voleva essere la riproduzione del famoso mostro) se n’è innamorata come solo una bimba di tre anni può fare: ostinatamente.
Philip ci ha anche portato a vederlo, il caro Nessie. Devo ammettere che è bruttino, tutto pieno di bozzi, calli e spuntoni. Lo immaginavo più aggraziato, un animale che avrebbe dovuto incutere timore e rispetto, più somigliante alla creatura che vedevo nei film che gli hanno dedicato. Invece era molto dimesso, svogliato, un’enorme iguana flaccida. Charlie, uno dei cognati di Hermione, è scoppiato a ridere come un pazzo la volta che gliel’ho raccontato. Temevo che Claire restasse male quando il guardiadraghi che ci accompagnava le ha spiegato che non poteva accarezzare quel bestione grigio-bluastro, che sguazzava nell’acqua melmosa ad una cinquantina di metri da noi. Invece lei ha argutamente osservato che, visto il colore, quello era certamente un maschietto. Le femminucce (come il suo giocattolo) hanno colori da femminucce. E soprattutto a lei non piace giocare con i maschietti.
Mia figlia ha una passione viscerale per i draghi, non so da chi l’abbia ereditata. Io ho sempre preferito gli unicorni. Certo è che tra qualche anno, ad Hogwarts, ci sarà una Cross. Già, mia figlia è una strega. E precoce, anche. È l’orgoglio di suo padre, che si vanta con tutti di come abbia fatto cambiare colore al mio cespuglio di rododendri, facendolo virare dal rosso scarlatto al verde pistacchio, dopo aver preso a prestito la sua bacchetta. Ho dovuto aspettare settimane perché Neville, il nipote di Alfie, lo rimettesse in sesto. Inutile dire che il giovane professore si è meritato la più profonda disapprovazione da parte di mia figlia, che preferiva una pianta tutta sui toni del verde.
«Papà mi potta ii eegalo?» domanda, guardando un biscotto a forma di pony prendere la rincorsa per tuffarsi nella tazza di latte caldo.
Il bordo è alto ed il frollino animato va in pezzi contro la ceramica. Lei ridacchia sadica, dandogli del cavallino-sciocchino.
«Regalo? Quale regalo?» chiedo, raccogliendo le briciole sparse attorno.
«Papà mi ha pomesso» risponde, con l’aria di chi la sa lunga.
Ah, magnifico, ci risiamo. “Papà mi ha promesso” nel novanta percento dei casi non è una bugia e io mi arrabbio con Philip perché non deve farsi perdonare ogni trasferta. Non lo fa per farci un dispetto, è il suo lavoro. E poi, non sono così frequenti le volte in cui si assenta per più di una giornata. In tre anni sarà capitato una decina di volte. Però lei ha capito l’antifona, e gli estorce doni con facilità disarmante. Ed ha solo tre anni. Cosa farò quando ne avrà sei?
Tengo d’occhio l’orologio mentre finiamo di mangiare e cominciamo a vestirci. Questi momenti sono sempre tragicomici a casa nostra. Per una cosa che trovi ne perdi altre dieci. Se provo a infilare la testa della piccola nella sua maglietta, dentro ci trovo il cuscino e lei se ne sta a giocare sul divano. Se prendo le chiavi di casa, il portatile rimane sul tavolo. Se riusciamo a raggiungere le scale, appena in fondo Agnes mi fa notare che ho ancora le ciabatte ai piedi. Con Philip è diverso, possiamo prendercela comoda, ma questa mattina dobbiamo aspettare il passaggio del Nottetempo.
Appena fuori del portoncino salutiamo i signori Higgins. Sam è sempre indaffarato con i suoi lavori di manutenzione e Agnes lo osserva, seduta nella veranda. È invecchiata in questi anni, ma la sua gentilezza è immutata. Claire ha deciso che la voleva come nonna supplementare.
In fondo al vialetto c’è una figura immobile che ci aspetta. Indossa un abito tempestato di narcisi di un bel giallo brillante. La mia bimba comincia a salutarla e le correndo incontro, liberandosi dalla mia mano. Se non ci fosse la siepe lungo il giardino non la lascerei andare con tanta tranquillità.
«Maetta! Maetta! Maetta!» grida lei abbracciandola.
«Buon giorno, Claire! Ma che bei codini hai questa mattina! Buon giorno, Jillian» sorride lei.
«Buon giorno, Lavanda. Scusa il ritardo, mi stavo dimenticando un paio di cose come al solito»
Lavanda Brown abita al piano terra, accanto ai proprietari dello stabile, ed è la maestra d’asilo di mia figlia. È una persona deliziosa, allegra, solare. Peccato che il mio capo non fosse dello stesso avviso tre anni fa, quando il Ministero decise di aiutare le madri che lavoravano negli uffici, creando un asilo all’interno della struttura. Furono assunte tre insegnanti e una di queste era Lavanda. Scoprii dopo un interrogatorio pressante che ce l’aveva con lei perché per qualche tempo era stata la ragazza di Ron. Mi veniva da ridere. Hermione era ancora gelosa, dopo tutti quegli anni! Aveva persino pensato di non iscrivere Rose e Hugo nelle nuove classi e di lasciarli con i nonni per non correre rischi. Credo temesse pessime influenze da parte della ex-compagna di scuola. Passati pochi mesi però, ha appurato che la sua vita familiare non correva alcun pericolo. Le altre madri erano entusiaste: i bambini volevano bene alle loro maestre, ma non sembravano essere soggetti ad alcun tipo di influenza negativa o di Imperius. Fuori della scuola, c’era solo la loro mamma. Fu una rassicurazione sufficiente. E per Ron valeva la stessa cosa: dentro al Ministero pensava al lavoro, fuori alla famiglia. Giuro che certe paranoie, da parte di Hermione, proprio non me le aspettavo. Però è una Natababbana. Qualcosa di noi comuni mortali doveva pur mantenerla, no?
«Bene, siamo pronte?»
«Tì!» esclama mia figlia.
Non appena la strega allunga la bacchetta sulla strada, il Nottetempo si materializza con un fragore assordante. La porta cigola aprendosi. Un ragazzotto basso e tarchiato ci sorride mentre paghiamo i biglietti. È Newton Jersey, detto New. Al volante c’è suo fratello Aaron, che guida il bus magico già da qualche anno.
Facciamo appena in tempo a sederci che ci troviamo proiettate nel traffico della periferia.
«Dovremo fare il giro un po’ largo, dai Docks» annuncia Mick, che riesce a restare in piedi nonostante le brusche sterzate. «C’è uno che c’ha fretta» e indica in fondo al mezzo un mago di mezza età piuttosto nervoso.
«Nessun problema» rispondo scivolando sulla seduta di legno.
Claire s’ginocchia accanto a me, il faccino spalmato sul vetro. Adora guardare fuori dal Nottetempo.
«Mamma, voliamo come Ateju con Faccol!» e comincia a soffiare, imitando il rumore del vento e allargando le braccia.
Faccio appena in tempo ad afferrarla, prima che rotoli via in una curva a gomito. L’abbiamo concepita durante l’ennesima visione de “La Storia Infinita”, augurandoci che fosse di buon auspicio per il suo futuro, e né io né suo padre, abbiamo saputo esimerci dal farle vedere quel film. Doveva sapere quanto amore e quanta magia c’erano dietro la sua nascita. Lo ha imparato a memoria.
«Oh, non so. Forse il Nottetempo è più veloce di Falcor» la punzecchio.
Preferisco chiamare alcuni personaggi con i nomi della pellicola. La versione originale mi lascia sempre un po’ perplessa. Fùcur, il vero nome del Fortunadrago, sembra un incantesimo venuto male o un medicinale. E non oso pensare a come lo storpierebbe una bimba di tre anni. Temo per i miei rododendri una fine ben peggiore della tinta pistacchio.
«No! Faccol è ddago! I ddaghi tono velocissimi!» obbietta risentita.
«Cosa? Un drago più veloce di noi? Stai scherzando!» interviene Mick, fingendosi arrabbiato. «Noi siamo stravelocissimi, più di qualunque bestiaccia squamosa!»
«Faccol è ddago, no bettiaccia! E tu tei lumaca!» strilla inviperita.
Mai offendere uno di quei lucertoloni davanti a mia figlia, potrebbe scatenarsi la Terza Guerra Mondiale.
Per chi non lo avesse notato, Claire omette la esse a piacimento, specialmente quando è arrabbiata. E pensare che ho impiegato mesi per fargliela articolare a dovere. La erre invece, proprio non la vuol pronunciare. Philip crede sia allergica a quella consonante.
«Drago o quel che è… noi siamo più veloci, vero Aaron?»
«Fficuhoo!» ciancica il fratello.
Ho preso poche volte il Nottetempo, ma quel ragazzo non l’ho mai visto con la bocca immobile. È sempre impegnato a masticare qualcosa. Panini, bacchette di liquirizia, zenzerotti, fish & chips, cioccorane, pizza, una volta persino un piatto di spaghetti! Mangia in continuazione. Avrà il verme solitario. Oppure ha praticato un Estensivo Irriconoscibile allo stomaco.
«Un giorno o l’altro devi raccontare questa storia ai tuoi compagni, Claire» s’intromette Lavanda, sistemandole un codino. «Col drago e…»
«Fottunaddago, si dice!» la corregge, agitando il ditino con fare saccente.
«Giusto, Fortunadrago, e… come si chiamano i due bambini? Atreiu e Bastian, giusto? Credo proprio non la conoscano. Tu invece conosci tantissime belle storie. Molte più di quante ne conosco io»
«Mamma acconta tempe le sttoje!» sorride, dimenticandosi del battibecco con il controllore.
Ogni sera, per farla addormentare, le leggo le favole di quando ero bambina. Biancaneve, Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Il pesciolino d’oro, Il gatto con gli stivali,… Oppure io e Philip le inventiamo al momento. Spesso chiude gli occhi quando non siamo nemmeno a metà del racconto, ma tiene a mente ogni dettaglio e la sera successiva dobbiamo proseguire da dove avevamo interrotto, senza sbagliare. È molto attenta. Philip sostiene che non sarà una Tassorosso come lui, ma una Corvonero. Quella che, sempre secondo la mia dolce metà, sarei stata io se fossi nata strega.
Guardo Lavanda sistemare i capelli biondi. È davvero bella e spesso mi domando come sia possibile che ancora non abbia trovato un fidanzato. Eppure, più d’una volta, ho visto uomini guardarla con interesse. Maghi e non. Non credo a quella malalingua gelosa di Hermione, che insiste nel dire che l’unico che abbia mai amato sia Ron e che quindi stia a macerarsi nel suo ricordo. Al di là del fatto che se Ron sapesse di questa supposizione, con ogni probabilità morirebbe d’imbarazzo, non è tipo da vantarsene. Tornerebbe a lavorare con George per non dare adito a questo genere di congetture. Ogni tanto le vedo uno sguardo triste negli occhi, come se qualcosa in lei fosse malato. Accadeva con maggior frequenza nel periodo appena successivo al suo trasloco sotto di noi, col passare degli anni le capita più raramente. Ha gli occhi di Elizabeth Taylor: un blu così intenso e vibrante che sembrano dello stesso colore del fiore di cui porta il nome. Non dovrei, ma glieli invidio. Emanano magia.
«Ci siamo, donne!» esclama New, piroettando attorno ad un sostegno.
Scivoliamo in avanti sul sedile mentre fuori dai finestrini appare la sagoma del Ministero.
«New, non dovevamo passare dai Docks?» chiedo.
Non ricordo la fermata. Lui impallidisce lanciando uno sguardo in fondo al bus e tira un pugno in testa al fratello.
«Cervello di Billywig! Che strada hai fatto?!? Dovevi girare per Butcher Row!»
«Non l’ho fiffa… faffo afeenfo queffi...» e mostra un sacchetto vuoto e sconsolato di Scarafaggi a grappolo.
Scendiamo di soppiatto, lasciano i fratelli Jersey alle loro diatribe sul rapporto tra cibo e lavoro. Lavanda ci dà appuntamento nell’atrio e, in uno svolazzo di giunchiglie, svanisce tra la folla di turisti e impiegati. Noi entriamo nella cabina telefonica, verniciata di fresco. Claire infila il gettone e poi lascia che le guidi la mano a comporre il numero. La solita voce ci accoglie, domandando nome, ufficio e ruolo.
«Jillian Taylor, Ufficio Rapporti con le Creature Magiche, Responsabile. E figlia»
«Cle-e-el!» scandisce alla cornetta, dispiacendosi come sempre che la voce non la saluti.
Nella hall c’è un discreto via vai di dipendenti, a cui si mescola il vociare di alcuni bambini. Lavanda ne sta salutando alcuni che le tirano la gonna in cerca d’attenzione. Alcune mamme stanno avvisando la signorina Brown delle necessità dei figli per quella giornata. Hermione, in disparte, sembra impaziente di muoversi. Rido. Sa come la penso riguardo le sue ridicole piazzate.
Claire raggiunge Erin e Suzanne, due coetanee con cui gioca spesso. Ognuna porta in braccio il suo pupazzo prediletto. La prima ha una fenice ormai senza coda, la seconda un rospo che tiene a testa in giù. Poche hanno delle bambole come le avevo io. Mi chino a sistemare un’altra volta i codini della mia piccolina.
«Fai la brava, Claire. Io e papà veniamo a prenderti più tardi per la pappa, okay?»
«O-cche-ii» e, con la lingua fra i denti per l’impegno, chiude indice e pollice a cerchio.
È un gesto che sta copiano da Rose e Hugo, che a loro volta lo hanno ripreso dal padre.
«Un bacio portafortuna dalla mia Fortunadraghetta?» chiedo.
«Vai lontano anche tu? Anche la mia mamma» dice una voce seria vicino a noi.
È Rose, la figlia maggiore di Hermione. Ha cinque anni ed è la copia in piccolo della madre. Non fosse per quegli occhi azzurri, tipici della famiglia Weasley, rischierei di pensare che il mio superiore abbia bevuto una dose esagerata di Pozione Ringiovanente. Non che ne abbia bisogno, ma il risultato sarebbe pressappoco quello.
«Sì. Dobbiamo andare a nord, dove fa più freschino» sorrido.
«Tanto lontano? Come papà?»
La voce di Claire ha un brivido di paura. Nonostante sia in compagnia dei suoi amichetti e della sua maestra, vuole saperci vicini. Si agita appena sente parlare di spostamenti a cui non prende parte, costringendomi a tacere sulle nostre uscite di servizio, anche su quelle a Londra. Tutto per colpa di James Sirius Potter, che l’ha spaventata a morte. Un giorno le ha detto che quando i genitori tardano ad andare a prendere i figli, è perché stanno pensando di lasciarli per sempre all’asilo, che non li vogliono più. Risultato: Harry ha rischiato che gli facessi un occhio nero appena mi è capitato a tiro, e Claire ha dormito una settimana nel lettone. Io e Philip abbiamo dovuto persino anticipare l’uscita dal lavoro di dieci minuti per andare a prenderla in perfetto orario e dimostrarle che quelle di James erano solo bugie.
Le annodo il nastrino punteggiato di ciliegie attorno ai capelli.
«Sì, amore, ma non ti preoccupare. Te l’ho detto, torniamo per mangiare tutti insieme. E col tuo bacio non posso non riuscirci! Il tuo è un bacio magico! Lo sai, vero fatina?» la rassicuro
«Steghetta!» ribadisce baciandomi sulla fronte.
«Oh, sì, streghetta, giusto! Mi confondo sempre!» rido ricambiando.
La osservo mescolarsi al codazzo di frugoletti. Cammina impettita imitando Lavanda. È così buffa.
Hermione mi richiama all’ordine.
«Jill? È ora di andare»
Non prendiamo l’ascensore, ci dirigiamo ai camini. Ho le ginocchia molli e il respiro corto. Odio dover passare in quegli affari almeno quanto odio le Smaterializzazioni. Purtroppo non c’è altro mezzo per raggiungere Hogsmeade. O così o l’Espresso. Preferirei di gran lunga la seconda opzione, che però ci costringerebbe ad almeno tre giorni di assenza. Improponibile per due madri.
Nessuna di noi due indossa abiti da ufficio, li abbiamo nelle borse per cambiarci più tardi. Ci attende una lunga scampagnata e ieri ha piovuto lassù. Abbiamo indossato scarponi da montagna e pantaloni comodi. Si prospetta un incontro molto lungo.
Ci fermiamo davanti ad un caminetto. Mi porge una catena d’oro spessa due dita decorata con un ciondolo enorme e pacchiano tempestato di pietruzze colorate.
«Mi hai preso per una rapper?» le domando storcendo il naso.
«Dai, smettila» sghignazza infilandomela al collo.
«Il Magipass dell’altra volta era meno vistoso» mugugno, nascondendo il vistoso pendente nella maglia.
Grazie a quell’affare non sarò soggetta agli incantesimi che permeano la zona. In caso contrario non potrei metterci piede nemmeno se volessi. È un mezzo resosi necessario dopo l’assunzione di noi Babbani negli uffici del Ministero. Sarebbe impossibile penetrare negli ambiti protetti per effettuare i sopralluoghi, dato che gli incantesimi sono talmente numerosi e complessi che difficilmente si troverebbe qualcuno capace di creare un varco.
«Accontentati. Non sei la sola a cui serve e ce ne sono pochi. Sei pronta?» fa lei, indicando il focolare.
Ha la mano piena di Metropolvere, che scintilla smeraldina. Scuoto la testa, impallidendo.
«No, per niente» sospiro aggiustando la borsa sulla spalla.
«Bene. Tutto nella norma allora!»
Getta la polvere e un muro di fiamme verdi si leva in aria. Mi prende per mano e saltiamo dentro. Non la sento pronunciare la destinazione, sto trattenendo il respiro. Detesto passare nel Flusso di Scorrimento, è persino più insopportabile del Canale di Migrazione. Nel secondo ti senti schiacciare, nell’altro oltre alla compressione vieni tirato e sballottato come in un frullatore. Non so quanto tempo occorra per andare da un capo all’altro dell’Inghilterra. So solo che mi sembra infinito.
Quando riapro gli occhi, trovo un volto di bambino davanti a me. Capelli rossi, occhi azzurri e carnagione olivastra, privo di lentiggini.
«Salve, Fred» saluto, cercando di sorridere.
È uno dei nipoti di Ron, il figlio di George, quello del negozio di scherzi.
«Che straccio… vuoi?» e mi allunga una Cioccorana bianca.
Prendo un bel respiro e annuisco. Sono ancora bocconi sul pavimento, forse dovrei rimettermi in piedi. Due mani mi sostengono.
«Beh? Come ti senti?» chiede Hermione appena riapparsa con del the caldo.
«Come un frappé, ma posso sopravvivere»
Fino a qualche anno fa, un trasferimento del genere mi avrebbe quasi uccisa. La mia claustrofobia mi avrebbe colpita in maniera atroce. Invece, qualche mese dopo il concepimento di Clarie, mi sono accorta di risentire sempre un po’ meno dei miei attacchi. Philip mi ha portata al San Mungo, dove un guaritore ha decretato si trattasse di una sorta di trasferimento. La magia che pareva essere presente nel feto aveva agito in qualche modo su di me. Mi piace pensare che questo sia stato il suo primo incantesimo, anche se ciò non fa di me una strega o una maganò.
«Fred, si può sapere dov’è tuo padre? Doveva aspettarci qui» chiede versando il the.
Il ragazzino si dondola sui talloni, l’aria furba.
«Oh, si sta facendo perdonare dalla mamma. Si nella cameretta di là. Se ascolti bene li senti»
Quasi mi scappa di mano la tazza. Ha otto anni, non dovrebbe intuire cosa facciano i genitori di nascosto! Lo scruto da dietro la ceramica. No, certamente intende altro, che stanno discutendo, litigando… ma ha una faccia da “hai capito benissimo di cosa parlo” allarmante.
«Cos’ha combinato questa volta?» devia Hermione, rapidissima.
«Nieeeeeente»
Lei gli tira un’occhiataccia delle sue. Terribile e inquisitrice.
«Fred, sai che se racconti frottole puoi solo cacciarti nei guai…» lo redarguisce.
«Ma zia…»
«Niente ma. Cos’avete combinato, tu e tuo padre?»
«Perché noi due soli? E Roxanne?» protesta vivacemente.
«Tua sorella è da zio Bill per il compleanno di Dominique, ergo, non po’ aver preso parte ai vostri esperimenti. A proposito, hai fatto gli auguri a tua cugina?»
Logica inoppugnabile. Il piccolo Weasley deve cedere le armi e ammettere la verità. Angelina è incappata nelle Pazziglie, stoviglie incantate che non possono essere riempite perché il cibo le attraversa o si tramutano in “simpatici” animaletti quando vengono toccate. Di solito l’allenatrice in seconda delle Holyhead Harpies sa stare al gioco e si diverte, ma dopo una giornata no era meglio accoglierla con un mazzo di Rose Scintilline. Il povero George è stato costretto a dormire sul divano, insieme al figlio, esiliato dalla sua camera.

Dalle 9:00 alle 13:00 di Ely79

Mi sento sollevata. Molto sollevata. George e Angelina sono arrivati, e dalla porta socchiusa ho potuto scorgere un tavolino apparecchiato per una romantica colazione, petali di Rose Scintilline sparsi ovunque e sfere dorate che fluttuavano nell’aria. E io che facevo Fred un po’ troppo sveglio per la sua età…
Il nuovo negozio sta viaggiando piuttosto bene, a sentire il cognato di Hermione. Lee Jordan ha impiegato anni per convincerlo che a Hogsmeade c’era assolutamente bisogno di una succursale. George non voleva sentir parlare di questa sede, ma alla fine ha ceduto. Se non altro per rendere omaggio al gemello defunto. Infatti l’insegna recita a caratteri mutevoli: Tiri Vispi Weasley – Fred’s Welcomeback. Suona bene.
Salutiamo la famigliola, ringraziando per il punto d’arrivo e il the, avviandoci lungo Main Street. Sono venuta qui solo un’altra volta, l’anno scorso, per una diatriba tra Aberforth Silente e un abitante che proprio non poteva soffrire il suo animaletto da compagnia: un Ghoul. Ammetto che ho visto creature davvero brutte in questi anni, ma quella era in assoluto la più ripugnante mai incontrata. A parte la dentatura sporgente, storta e mancante di diversi elementi, era coperto di verruche e ciuffi di pelo luridi, ed emanava un tanfo pestilenziale. Cosa ci trovasse in quell’essere proprio non so, ma Aberforth non aveva intenzione di disfarsene, tanto più che lo deteneva legalmente.
Al di là della visita lavorativa, la cittadina è deliziosa. Piccola, ordinata, pulita, allegra. Faticherei a crederla un borgo magico se non vedessi oggetti fuori del comune nei negozi. La vetrina di Scrivenshaft attira subito la mia curiosità. Nell’esposizione sobria e composta, penne dagli sgargianti colori scrivono da sole rime e frasi, attingendo da calamai altrettanto variopinti. In un’altra, mantelle da maghi e abiti di gusto parecchio retrò stanno in bella mostra su manichini che s’inchinano ai passanti. Mi divertirei come una bambina se avessi tempo per visitare i negozi, ma in breve superiamo le ultime case ed arriviamo alla stazione. Là ci attende un cocchio, trainato da… un bel niente.
«Thestral» spiega Hermione, accarezzando il vuoto con aria un po’ triste. «Li vedono solo i maghi che hanno visto morire qualcuno. Credimi, non ti perdi niente» aggiunge con un sorriso.
I Thestral somigliano ai cavalli, ma hanno ali squamose, sono carnivori e piuttosto brutti. Quanto non so, ma dalle sue parole capisco di poter fare a meno di scoprirlo. Preferisco non assistere ad un decesso, se rappresenta la contropartita per una cosa di così poco conto.
Saliamo sulla carrozza, dirette alla scuola. Il cielo che ci aveva accolte velato di nubi si sta trasformando in un lenzuolo turchese, gonfio e luminoso. L’aria è pungente di resina. Percorrendo il viale di Hogwarts, non posso fare a meno di immaginarmi ragazzina, zaino in spalla e bacchetta alla mano, attorniata da maghi e streghe della mia età. La risa, gli scherzi, i compiti, le chiacchiere prima di andare a dormire, le esercitazioni pratiche e i compiti in classe.
«Va tutto bene, Jill?»
«Sì, perché?»
«Hai un’aria strana»
Sospiro dando uno sguardo alle colonne sormontate da cinghiali alati.
«Pensavo a come sarei stata qui» mento.
Per fortuna lei se la beve. In realtà ho un altro pensiero che in testa, ma non è il momento di rivelarlo.
«Ti saresti trovata benissimo. Probabilmente avremmo fatto subito amicizia»
«Philip dice che sarei finita di sicuro a Corvonero. Non ho abbastanza slancio Grifondoro, né cattiveria Serpeverde, né infinita pazienza come i Tassorosso. Sono troppo fissata con lo studio»
Ci pensa su, e conviene che sarebbe stata la casa perfetta.
In fondo alla strada, di fronte alla mole grigia del castello, compaiono due figure. Una decisamente mastodontica. È Hagrid, il Guardiacaccia ed insegnante di Cura delle Creature Magiche. Accanto a lui, avvolto in un mantello verde salvia, c’è il professor Paciock, fresco di nomina a Vicepreside. Ci faranno da guida nella Foresta Proibita, in cerca dei contendenti. Oggi sarà grama, non si tratta di sciami di Fate bizzose o di Pixie arrivati chissà come da quelle parti (in realtà, per queste apparizioni misteriose, il colpevole è quasi sempre Hagrid). Nient’affatto. A darci filo da torcere saranno nientemeno che i Centauri.
Il Ministero cerca da anni di ampliare i loro territori, secondo le loro richieste, ma i proprietari terrieri sono molto restii a cedere i loro superflui acri di terra incolta per alcune migliaia di galeoni. Situazione simile a quella del mondo Babbano.
A far più storie di tutti sono i soliti Malfoy, era scontato. Basta dar loro un’occasione per pestare i piedi ed eccoli, puntuali come orologi svizzeri. Eppure non mi sembrano dei totali decerebrati, visto che sanno sempre trovare cavilli e leggine a cui attaccarsi. Possibile siano solo dei grandissimi avari?
«No, sono anche illustrissimi Purosangue, con uno dei pedigree più lunghi del mondo!» sghignazza aspro Neville facendo strada.
«Mica c’hanno tanto sale in zucca quelli là!» rincara Hagrid, che avrebbe parecchie cose da ridire sulla platinata famiglia di Strizzapuffole. «E ci hanno dei paraocchi che bastano a una diligenza di Cavalli Alati
«A proposito di Cavalli Alati, come sta Madame Olimpe?» chiede Hermione.
«Oh, b-bene. Oly sta benone, la mia Oly» balbetta, arrossendo sotto la barbona brizzolata.
Parlare della moglie lo manda sempre in confusione. Sarà pure mezzo gigante, ma è un tenerone che si commuove per un nonnulla! La moglie e il figlio vivono a Beuaxbaton, ma a quanto pare quest’anno Alexander studierà qui. Una volta Hagrid mi ha detto che il ragazzo somiglia molto al nonno paterno, ed è orgoglioso di  portarne il nome.
Ci addentriamo sempre più nel bosco. Nonostante il mio senso dell’orientamento sia abbastanza buono, se dovessi perdermi, non saprei proprio come uscirne. Accanto a me trotterella Balder, un cucciolone di danese. È il successore di Thor, morto due anni fa. La scuola aveva predisposto persino un funerale per il fedele amico del Guardiacaccia.
Sono quasi le dieci e a me sembra di camminare da giorni. La foresta si stende in ogni direzione, identica a sé stessa.
«Come vanno i rododendri, Jill?» chiede Neville fermandosi.
«Per il momento sono rossi, anche se Claire si ostina a colorarli di verde con i pennarelli. Grazie ancora per avermeli sistemati»
«Figurati. È forte quella piccoletta!» ride. «Scommetto che ti piacerà la figlia di Jill quando verrà qui, sai Hagrid? Adora i draghi»
L’omone si gira a guardarmi con gli occhi scintillanti d’emozione. Pessimo segno.
«Ci piacciono i draghi alla bimba? Davvero?» domanda, stropicciando trepidante le manone.
«Ha la stanza piena di poster, figurine e peluches di draghi! Conosce tutte le specie a memoria» ammetto orgogliosa.
«Ma è… è… forte! Io ce ne avevo uno. Una. Norberta, la mia bambina! Adesso sta in Romania e c’ha tanti cuccioli. I miei nipotini! Charlie mi ha mandato le foto…» e singhiozza con tanta foga che Balder attacca ad ululare in controcanto.
«Sì, delle pesti bubboniche che non si sa da che parte li si deve guardare, tanto sono brutti!» bisbiglia divertita Hermione, mascherata da Hagrid che si soffia il naso.
Per fortuna la sceneggiata dura poco. Il terreno inizia a vibrare, un rombo sommesso riempie l’aria. Non capisco da dove provenga, finché non vedo i cespugli fremere ad una cinquantina di metri da noi. Le felci si scuotono di dosso l’ultima rugiada appena prima d’essere calpestate.
Una ventina di Centauri ci raggiunge al galoppo, sollevando zolle e fili d’erba. Alla loro testa ce n’è uno dal mantello sauro, con i capelli biondi e gli occhi d’un azzurro tanto pallido che è quasi impossibile distinguere l’iride. Dalla descrizione fattami da Harry alcuni giorni fa, riconosco in lui Fiorenzo. Per qualche tempo ha insegnato Divinazione a Hogwarts, quando è stato bandito dalla società dei Centauri per aver dato il proprio appoggio a Silente. Saluta educatamente, gli altri tacciono. Da come scalpitano, direi che sono piuttosto nervosi. I volti sono tutti molto giovani, anche se so perfettamente che lo scorrere del tempo per loro è una questione relativa. Puramente di concetto, un tema di speculazione filosofica se vogliamo dirla così.
Il secondo gruppo (trovo avvilente definirli mandria come scritto in alcuni documenti ufficiali) sbuca pochi minuti dopo, all’altro capo dello spiazzo. Un Centauro tozzo e nerboruto li guida verso di noi. Le zampe terminano con lunghi crini bianchi mentre il resto del corpo è di un bel nero lucente. Mi riscuoto appena in tempo per non pensare che è proprio un bel “cavallo”, concentrandomi sulla parte umana per non ricascarci. I capelli e la folta barba sono nerissimi, e ha gli stessi occhi di Fiorenzo. Forse sono parenti.
«Dunque, costoro credono di poter dirimere le nostre dispute?»
La voce è ruvida, non minacciosa, quasi arrendevole, ma è abbastanza chiaro che non gli andiamo a genio. Fiorenzo gli parla chiamandolo Saturnino. Nome azzeccato, per uno con quel carattere. I suoi compagni sono schierati lungo il margine della foresta, e ci fissano di sottecchi. Ne scorgo uno che potrebbe essere definito un cucciolo, tanto è minuto e dinoccolato. Agita la coda tracagnotta e riccioluta nell’aria, tradendo impazienza.
«Non preoccuparti, Jill» bisbiglia Hermione. «Non ci faranno del male. Semplicemente hanno tutti i motivi del mondo per detestare gli esseri umani»
Ha ragione. Per secoli i maghi hanno tentato di soggiogarli, di domarli, addirittura di farne le proprie cavalcature. Li hanno definiti bestie semiumane, la peggior rappresentazione che si potesse dare a creature sulla cui sapienza si fonda la magia più antica. Quella degli albori della storia, quando maghi si chiamavano druidi e vedevano i Centauri quali amici, con cui essere parte di un unico mondo senza pregiudizi.
Nella selva si ode un nuovo rumore. Non è greve e poderoso, è diverso da un galoppo, meno irruento.
I Centauri s’irrigidiscono, alcuni storcono il naso, altri sono turbati. Ascolto. Ad un tratto, una nota acuta e dolcissima vela il primo suono. Un semplice vocalizzo, una “a” lunghissima.
Sbucano da una macchia di rose canine, lasciandoci senza fiato. Procedono al piccolo trotto, in una doppia fila ordinata, i movimenti egualmente misurati e sincroni. Nelle mani stringono lunghe lance dalle punte di pietra. Portano tralci di edera intrecciati ai capelli, che in alcuni casi arrivano a sfiorare il prato. I loro volti sono di una bellezza ninfale, delicatissimi, ieratici ed indefinibili nell’età. Rallentano, avvicinandosi con passo lieve, eleganti. La pelle manda strani riverberi, come fosse cosparsa di madreperla.  
«Tu lo sapevi?» chiedo a Hermione con un filo di voce.
Anche lei è molto colpita e fatica a rispondere.
«C-cosa?»
«Che l’altro gruppo era di sole femmine»
«No»
Neville è rimasto a bocca aperta. Credo sia la prima volta che incontra delle Centaure. Io pure. Per non parlare di Hermione. Nutro dubbi persino su Hagrid.
Una avanza, le mani sui fianchi umani ed il mento appena sollevato come a voler sfidare i maschi. Il mantello pomellato è lucido di sudore, ma non respira con affanno. Fa un breve cenno del capo, accompagnandosi con la mano destra. Decido che è simpatica, se non altro per i modi meno grezzi.
«Bene, ci siamo tutti!» esplode all’improvviso Hagrid, facendoci trasalire. «Cominciamo?»
Fiorenzo e Saturnino si scambiano un’occhiata indecifrabile.
«Orsù, a chi la favella?» domanda lei.
Parla lentamente e sottovoce, passando in rassegna noi bipedi con un’espressione che non credo di riuscire a comprendere. Scherno? Curiosità? Astuzia? Indulgenza? Di sicuro trova ridicolo il nostro intervento, la sua gente è abituata a risolvere da sé i problemi.
Il Guardiacaccia dà una vigorosa gomitata al professore, che per poco non capitombola a terra.
«Credo… sarebbe gentile che cominciasse lei» tossisce, massaggiando le costole in cerca di fratture.
Freia, così chiamano la Centaura storna, è la portavoce delle giumente. Cielo, questo termine mi sembra così ridicolo, ma non so proprio come chiamarle!
Il problema è presto detto. Ha a che fare con le questioni territoriali, ma non con quelle che immaginavamo noi. La questione degli spazi troppo esigui è relegata in un angolo. La faccenda è molto più seria a quanto pare, legata ad una forma cultuale ancestrale, cui sembrano essere molto devote le femmine.
«All’interno della Grande Foresta, madre e dimora del nostro popolo, vi è un luogo che da sempre è interdetto a costoro» racconta Freia, indicando gli altri ambasciatori con lo sguardo.
«Perché è così importante questo posto?» domanda Hermione.
Freia la considera a malapena, proseguendo il discorso.
«Da tempo immemore esso rappresenta il fulcro delle nostre esistenze, il centro del divenire. In esso custodiamo ciò che abbiamo di più importante. Imporci di starne lontane è ingiustificabile»
«E voi cosa…» tentiamo di sapere, ma Saturnino ci interrompe.
«La cosa non ci riguarda. È vostro appannaggio»
«Dici che non vi riguarda? Eri di questo avviso, quando l’hai veduto correrti incontro?» sibila Freia, indicando il piccolo di poco prima. «Siete dello stesso avviso per lei?» e indica una compagna, il cui ventre bianco e marrone è la culla di un nuovo Centauro.
Sulle prime la fronteggia muto, gonfiando impercettibilmente il petto. Poi china la testa, quel tanto per dare ad intendere il torto.
A quell’ammissione, Freia sorride e io, che fino a quel momento le avevo tenuto gli occhi incollati addosso incantata, sento un brivido di gelo scorrermi lungo la schiena. Dietro all’apparenza tanto angelica, questa creatura nasconde una terribilità impensabile, superiore a quella che potrebbero sfoggiare i due maschi di fronte. Ha denti piccoli ed bianchi, aguzzi come quelli di uno squalo. Improvvisamente sembra molto più sinistra di una fotografia di Bellatrix Lestrange a grandezza naturale.
Getta indietro i lunghi capelli candidi, scoprendo i seni appena accennati. Sembrano quelli di una ragazzina. I Centauri non paiono curarsi di quelle nudità, che invece impongono un doveroso cambio di prospettive a Neville e Hagrid.
Né io né Hermione riusciamo a trattenere una fugace occhiata ai rispettivi decolleté, decisamente più abbondanti. No, come Centaure proprio non potremmo esistere. Avremmo serie difficoltà anche al passo. Incrociamo le braccia ostentando nonchalance e ascoltiamo le ragioni di ciascuno.
Questo luogo è, a quanto posso capire, un sito legato al culto della fertilità muliebre, pur non essendomi  chiaro in che modo. Il progressivo ridursi del territorio, specialmente quello esterno al perimetro di Hogwarts, ha costretto i gruppi a spostarsi. Un po’ alla volta, questo spazio è rimasto inglobato nell’areale dove vivono i maschi. Questi ne hanno il massimo rispetto, ma non concedono alle femmine di accedervi, in nome delle antiche usanze che vogliono per i due sessi una vita separata. Ciò implica il divieto tassativo di condividere territori. Ma se ci sono una gravidanza in atto ed un ragazzino, questa separazione non può essere tanto netta.
«Potete mostrateglielo» concede Fiorenzo, svogliato.
Le Centaure concordano, ma Neville e Hagrid non possono seguirci. Il fatto che non siano addetti ministeriali ha poco a che vedere con le ragioni del diniego: sono maschi. Quel luogo non è per loro.
Silenziose, riprendiamo a camminare tra gli alberi. Freia ogni tanto si volta a guardarci. Quando siamo ben nascoste dalla vegetazione, ci fanno montare in groppa. I Centauri normalmente deplorano questa pratica, tuttavia, la posta in gioco è tale da permettere uno strappo alla regola.
La Foresta fila via, le fronde basse frustano le gambe. È molto difficile reggersi e non osiamo appoggiarci alle loro spalle.
Una grande quiete si spande nel verde. Tutto tace. Il gruppo torna al passo. Vediamo le chiome degli alberi aprirsi ed sole illumina d’oro il vuoto. Cespugli di ginestre coronano ad uno spiazzo ricoperto di sfagni. Gli zoccoli delle Centaure affondano silenziosi nel soffice tappeto. Una fila di pietre bianche descrive a terra una spirale, che culmina al centro con una sorta di pedana, fatta con gli stessi sassi, più piccoli e tondeggianti.
«Il Soffio racchiude in sé la sacralità della vita. Qui si compiono i riti del Grande Viaggio. Ogni fase della vita passa da qui» spiega una delle nostre accompagnatrici, indicando rispettivamente il centro ed il termine della spirale.
«Qui trasmettiamo il sapere alle nostre figlie» aggiunge commossa quella che mi porta. «Vengono educate alla conoscenza degli astri, apprendono l’arte della guarigione, imparano il linguaggio della natura. E conoscono la maternità»
«Il soffio della vita. Dal primo vagito all’ultimo respiro» conclude solenne Freia.
Ecco il problema. Nel Soffio vengono alla luce tutti i Centauri, e sotto l’egida delle antiche tradizioni esso è deputato alla crescita spirituale e culturale delle femmine. I maschi non possono imporre loro di rinunciarvi in nome di un confine. Questo luogo è alla base delle vite di entrambi!
Socchiudo gli occhi, respirando a fondo. Può essere che lo stia immaginando, sulla scorta di quanto ho appena udito, credo di percepire un qualcosa, una vibrazione. Provo un’immensa solidarietà per queste femmine, costrette da eventi esterni a rivoltarsi contro i propri simili. Sono certa che non vorrebbero farlo, ma la loro conoscenza vale tanto quanto quella dei maschi.
«Non possiamo promettervi nulla, ma tenteremo di convincerli che lasciarvi passare nel loro tratto di foresta non è una tragedia» sentenzia Hermione decisa.
Sulle labbra di tutte appare un riso ironico. Conoscono i loro avversari, sono l’altra metà del clan.
«Lasciateci tentare» insisto io.
Mentre torniamo sui nostri passi, una mano mi afferra, rischiando di gettarmi a terra. È la Centaura pezzata.
Chiede a quella che mi accompagna di attendere. Si avvicina, tanto che gli occhi bruno scuri finiscono coll’essere la sola cosa che riesco a scorgere. Hanno una coppia di minuscole corna sopra le tempie, non l’avevo notato prima.
Posa un dito sulla mia fronte, scende fino alla punta del naso e allo sterno, poi appoggia la mano sul mio ventre. Le sue dita sono leggermente più lunghe di quelle di un normale essere umano. Il suo palmo trema un poco.
«Oh!» è tutto quello che sospira, scostandosi.
Tornare a Hogwarts con le pive nel sacco ha demolito gran parte delle fantasie sul mio ipotetico soggiorno di studi là dentro. Fiorenzo e Saturnino non sviliscono il valore del Soffio all’interno della socialità, ciò nondimeno la nostra idea di concedere al gruppo di Freia un “corridoio” di transito per andare e venire liberamente è inaccettabile. Hanno addotto un elenco di motivazioni filosofico-teologici talmente lungo e complesso, che alla fine non abbiamo potuto ribattere nulla. Le Centaure non ce ne fanno una colpa.
«Almeno avete strappato la possibilità di un nuovo incontro dopo le prossime acquisizioni di terreno»
«Neville, hai idea di quanto sarà dura convincere i Brennan a cedere?» rimbrotta Hermione appoggiata al cancello della scuola.
Seduta sul predellino della carrozza, cerco di liberare la suola degli scarponi dal fango sbattendoli a terra con tanta foga che uno schizza via. Un’ombra raccoglie la calzatura.
«Giornataccia?» domanda una voce.
Balzo in piedi e gli getto le braccia al collo prima ancora di capire che è lui per davvero.
«Philip!» grido.
La sua presenza ed il suo bacio mi rianimano. Le sue guance pungono per la barba di due giorni, ma non m’importa. Tornando in città raccontiamo a vicenda quel che abbiamo vissuto in quei giorni di separazione ed ovviamente il discorso, dopo tutte le parole sugli impicci del lavoro, cade su Claire. Mancano venticinque minuti alle tredici, arriveremo in anticipo.
Decliniamo l’invito a pranzo di George. È meglio darsi alla fuga anche in assenza di motivi pregressi: dire che è un pessimo cuoco è fargli un complimento.
Stretta a Philip balzo nel camino, ansiosa di riabbracciare mia figlia. Sono certa che le piacerà sentir parlare dei Centauri. A Londra devo essere sorretta per i primi minuti, ma lo stordimento passa presto e mi fa venire ancor più voglia di correre all’asilo.
Svoltiamo nel corridoio, giusto in tempo per vedere Lavanda sulla porta. Di fronte a lei una colomba d’argento batte le ali.
«Oh, meno male che siete qui!» esclama sollevata, facendo sparire il suo Patronus.
Dalla porta si affaccia un’altra maestra e sento un pianto disperato risuonare nel corridoio. Sbarro gli occhi. Nello stesso istante, dietro di noi, delle suole di gomma compiono una brusca frenata, cigolando maldestramente mentre tentano di allontanarsi.
«Tesoro…» ringhio.
Mio marito leva la bacchetta. La fuga ha termine. I passi cambiano repentinamente direzione. Una figura alta e magra ci affianca.
«Potter»
Il mio non è un saluto, è una minaccia. Lui cerca di sorridere, pallido come un cencio. Se scopro che mia figlia piange per colpa di suo figlio, stavolta lo uccido. Sa che lo sto pensando, l’avevo avvisato.
Lavanda è molto imbarazzata e le occorre un bello sforzo per convincerci che chi sentiamo piangere è il secondogenito di Harry. E la causa del pianto è proprio Claire.
«Albus stava dicendo agli altri bambini che suo padre è il più potente eroe del mondo. Claire si è alzata, gli è andata davanti e dopo averlo guardato malissimo gli ha detto “Harry Potter? Harry Potter? Il più potente pasticcione del mondo! Ragazzo, ho più magia io nel mio dito mignolo!” e gliel’ha messo davanti agli occhi» spiega, mimando la scena alquanto perplessa.
Sento la mano di Philip stringere la mia. Ci capiamo al volo: nascondere il dvd de “La spada nella roccia” per almeno un mese. L’ha imparato a memoria, come temevo.
«E… Al?» s’informa Harry.
La maestra scrolla le spalle.
«Piange da mezz’ora e Jamie non fa che prenderlo in giro. Perdonami, Harry… Non riesco a calmarlo!» ammette affranta.
«Scusa, Lavanda, non per cambiare discorso» s’intromette Hermione, cercando di reprimere un risolino divertito all’indirizzo dell’amico, «ma chi sarebbe secondo Claire il più grande eroe del mondo?»
Rido. Conosco la risposta, e anche l’interpellata, che si trattiene meglio di me.
«Ma Boggie il Vermicolo, naturalmente!»

Dalle 13:00 alle 14:30 di Ely79

Cerca di trattenersi. Lo guarda. Abbassa la testa per nascondersi. Non ce la fa. Prova ad interessarsi al piatto che ha riempito all’inverosimile. Gli do trenta secondi, non di più. Anche Philip, seduto accanto a me, si trattiene a stento, prendendo un’altra grossa fetta di Shepherd’s Pie*. L’ilarità serpeggia in maniera inquietante, lo sfogo è dietro l’angolo.
«Allora, Ron, vuoi finirla?» sbotta Harry, schermato da alcune bottiglie di Burrobirra.
Vinco la scommessa con me stessa. Scoppia a ridere battendo una mano sul tavolo, rischiando di far rotolare dappertutto le Jacket Potatoes** che stanno di fronte a lui sulla tavolata.
Dopo un primo istante d’incertezza, io, Philip, Hermione, Rolf e Tonks ci uniamo, con le lacrime agli occhi.
«Non capisco cosa ci troviate di tanto divertente» rimbrotta, fingendosi offeso.
In realtà è molto contento di essere stato definito un emerito incapace da una bambina di tre anni. Lo prende quale segno che la gente inizia a non identificarlo più come una specie di dio in terra. É una cosa ce non ha mai potuto soffrire, anche se da ragazzo l’appellativo di “Prescelto” gli dava un brivido d’orgoglio nei momenti in cui era prossimo a cedere.
«Surclassato da un Vermicolo, è fantastico!» fa Ron, riprendendo fiato e guardando intorno con gli occhi annebbiati dalle lacrime. «Dov’è? Dov’è quella meraviglia, voglio farle i complimenti! Non ne sentivo una così bella da… da quando?»
«Direi da quando la Dippet ha annunciato che si sposava» suggerisce Potter, afferrando James per la maglietta mentre tenta di strisciare giù dalla sedia. «Qui, tu. Lo sai che sei in punizione»
«Ma papà, non ho fatto niente!» mugola il bambino, poggiandogli il mento sul braccio con occhi imploranti.
«Inventane un’altra, e smettila di fare la brutta copia di Sirius. Non sei capace» lo riprende, aggiungendo a bassa voce: «Non mi costringere ad un Legamenta come fa mamma… Non voglio usarlo per farti obbedire»
Credo che questa la minaccia sia tutt’altro che reale, dubito abbiano mai provveduto ad attuarla.
James sbuffa, incrociando le braccia e mettendo il muso. Il padre, per punirlo delle prese in giro al fratellino, gli ha imposto l’assoluta immobilità a pranzo. A parole s’intende, non affatturerebbe mai un bambino, nemmeno se lo meritasse. Non può allontanarsi di un centimetro dal suo fianco e la cosa lo disturba parecchio. È da venti minuti che lancia occhiate infuocate agli altri bambini, liberi di muoversi e di intralciare a piacimento gli inservienti.
«Tonks, come mai Remus non è venuto?» domando alla mia dirimpettaia.
«Ci raggiungerà per il dolce. É andato a Diagon Alley con Teddy a comprare le cose per Hogwarts» replica, indicando la porta che dà sul retro con la costoletta che tiene in mano.
«E ti fidi? Gli lasci fare le compere?» domanda esterrefatto Harry, a cui Ginny ha tassativamente vietato certe incombenze.
Pare che il qui presente abbia l’innata tendenza a tornare a casa con la lista della spesa arricchita da voci non richieste, generalmente attinenti al quidditch. Dalle riviste specializzate ai modelli in miniatura delle scope dei campioni del passato, se non direttamente dei manici nuovi e biglietti per le partite. Passi che la moglie è stata un’ottima giocatrice e ora fa la commentatrice sportiva, e che la dimora in Grimmauld Place è dotata di un numero di stanze prossimo all’infinito, ma a tutto c’è un limite. Solo che lui proprio non lo vede. Rimarrò sempre dell’idea che un buon oculista Babbano aiuterebbe. E ripeto, Babbano. I medimagi del San Mungo mentirebbero in maniera indegna sulla sua miopia, pur di entrare nelle sue grazie. Credo sia per questo motivo che non si fa visitare da un secolo.
«Di libri ci capisce più Remie di me! Teddy poteva andarci anche da solo, è grande, inizia il terzo anno. Sa bene cosa gli occorre. Però Remus ha insistito, aveva voglia di fare un po’ il topo mannaro di biblioteca e aveva un sacco di ore di permesso da farsi scalare… Solo che avrebbero potuto dirmelo prima, così sarei andata anch’io!» brontola, addentando il manicaretto con foga da mannara digiuna.
Sappiamo tutti perché quei due si sono defilati lasciandola qui: la sua goffaggine associata agli scaffali del Ghirigoro è sinonimo di disastro. Ron porta ancora i lividi di qualche mese fa, quando è andato a ritirare alcuni volumi per me ed Hermione e ha incontrato la signora Lupin proprio là dentro. O meglio, si è scontrato con lei, ritrovandosi sepolto da una pila di libri e mensole, alta e battagliera quanto il Platano Picchiatore.
«Merlino, ha già tredici anni!» sospira Hermione, accarezzando una testolina rossa che sbuca appena oltre il tavolo. «Come passa il tempo! Sembra ieri che strillava perché doveva essere cambiato ed ora…»
«Mamma, quando io ho tredici?» chiede curioso Hugo.
«Tu? Fra nove anni. Questi» e gli mostra le dita.
Il bambino le conta una alla volta con l’indice, incespicando nei numeri. Fa una smorfia.
«Sono tanti» lamenta.
«Sono quelli che ci vogliono, per la miseria!» risponde Ron, prendendolo sulle ginocchia. «E se non mangi abbastanza e diventi grande come me, gli anni aumenteranno e a Hogwarts ci andrai quando avrai l’età di nonno Arthur! Vuoi essere il primo studente con la dentiera?»
Prontamente, il bambino accalappia un boccone di torta salata dal suo piatto e lo intinge nella salsa di rafano. Lo manda giù praticamente intero, suscitando i rimproveri della mamma. Io gli farei i più vivi complimenti per la resistenza, oggi quell’intruglio è davvero piccante.
Un altro commensale che non lesina sul condimento è Rolf Scamandro: le protuberanze nel suo piatto sono glassate di salsa al punto tale che è difficile capire che sono patate ripiene. Incontrarlo mentre veniva a prendere Lorcan è stata una bella sorpresa. Mi aspettavo di vederlo solo domani, al seminario di Linguistica Magica. Purtroppo Luna non ci sarà stavolta: è rimasta a casa con Lisandro. Il poveretto è gonfio come una zampogna per aver stuzzicato con un po’ troppa foga un Mimbulus Mimbletonia, che l’ha ricoperto di siero. Siero a cui entrambi i gemelli sono allergici in maniera preoccupante. Così, l’esimio professore, ha dovuto portare con sé l’altro erede per evitare che, nel tentativo di risollevare il morale del fratello, questi finisse coll’imitarlo. Non sarebbe la prima volta che tentano di condividere le loro sventure. In quattro anni hanno accumulato una lista di “incidenti” da far invidia a Tonks. La sola differenza tra di loro -età a parte- è che i piccoli Scamandro i sinistri se li cercano.
Luna è rimasta incinta poco dopo il matrimonio, e i bambini somigliano molto a Rolf, anche se l’espressione sognante che gli si dipinge sul volto in alcune occasioni è identica a quella della mamma. È una madre molto affettuosa, presente, comprensiva, affatto assillante. Certe volte penso che dovrebbe essere più severa con loro, perché li lascia un po’ troppo liberi di scoprire il mondo in autonomia, non stabilisce regole vere e proprie. Guardando però Lorcan seduto per terra accanto a Claire, intenta narrare chissà quale astruso racconto, mi dico che forse sono io ad essere troppo severa con la mia amica. Quel bambino non è affatto un pericoloso, piccolo selvaggio. È persino più educato di Albus, che è il ritratto spiaccicato di suo padre.
«Jill?»
«Sì?»
Hermione ha una faccia strana, molto pensierosa.
«Che impressione ti hanno fatto?»
«Chi?»
«Le Centaure»
«Hermione, sai che non…» inizio io.
La regola è di non parlare di lavoro quando pranziamo, lo sa. E per quanto la mattinata sia stata densa di eventi, non mi sento di voler mandare a monte le abitudini che da anni portiamo avanti.
«Centau-re? Centau-ri, vorrai dire. Sono esseri sapienti, che posseggono i pregi ed i difetti dell’intero genere umano, anche se portati ad un livello di elevazione inarrivabile. Profondi conoscitori delle stelle e del destino. Guaritori. E sono maschi» corregge Tonks, dopo essersi fatta spuntare una lunga barba da filosofo greco.
«Non voglio parlare di lavoro» si schermisce. «Voglio solo sapere che effetto ti hanno fatto le Centau-re. Femmine, Tonks. Le abbiamo incontrate stamattina»
«Femmine? Dite sul serio?» chiede Ron, assolutamente incredulo. «Pensavo che non esistessero»
«Ti sei mai domandato come si riproducano, senza femmine?»
Ron è interdetto e ammette di non essersi mai posto il problema.
«Beh, io avrei un’ipotesi bavosa a riguardo…»
Tutti si girano a guardare Tonks, perplessi oltre misura.
«Pensavo fossero come le lumache»
Vedendo che nessuno osa proferir parola, anche solo per tentare di sviare il discorso, spiega:
«Ermafroditi! Fanno tutto da soli!»
«No… ehm, Tonks, scusa se te lo faccio notare, ma proprio non è possibile che lo siano»
«Perché, Harry? Ti intendi di ermafroditi?»
Il poveretto cambia colore con la stessa rapidità dei capelli della Metamorphomagus, sordo all’insistente richiesta di James, che gli domanda se lui è quella cosa che ha appena detto la zia. Parecchi sguardi inquieti si ricorrono sopra il desco, pregando che gli altri bambini non abbiano sentito. Non sapremmo come spiegar loro cos’è un ermafrodito.
«N-no! Non è q-questo che intendevo!» cerca di replicare, in evidente difficoltà.
«E cosa? Gli hai chiesto di alzare la zampa per vedere sotto?»
«Dora, guarda che si vede la differenza»
«O-oh! E come mai ne sei tanto sicura, Hermioncina cara?» ammicca.
«Forse perché il dimorfismo sessuale è evidente, cosa che tu sfuggi con perizia per portare la discussione sul piano a te più congeniale» la rimprovera pacato qualcuno alle sue spalle.
Remus e Teddy ci salutano allegramente, prendendo posto.
«Oh, i miei pellicciotti preferiti!» esclama abbracciandoli e baciandoli energicamente, incurante della sedia che rovescia a terra insieme alla borsa. «Avete finito di scialacquare la pecunia?»
«“Scialacquare la pecunia”? Mamma, hai mangiato un dizionario?» domanda preoccupato Teddy, sbirciando tra i piatti vuoti.
Concordo: non è da lei usare vocaboli tanto elevati.
Subito Albus, Rose, Lily e Hugo circondano il cugino, tartassandolo di inviti al gioco. Accetterebbe, se Alicia non arrivasse giusto in quel momento a portare in tavola il dolce.
Da un  po’ di tempo a questa parte Tom, il proprietario del locale, ha ridotto le sue mansioni, passandole a sua figlia Delice, in veste di cuoca, e ad Alicia e Russell, i due camerieri. Ormai, il vecchio oste si occupa solo della supervisione della sala e dei conti.
I bambini riprendono posto diligentemente. Non certo per obbedire ai nostri richiami: il cheese cake ai frutti di bosco ed i muffin assortiti sono infinitamente più attraenti. Briciole piovono ovunque, sulle faccine golose appaiono allegri pastrocchi di cioccolato, marmellata e salse varie. Un piccolo carnevale.
La faccia cupa di James si distende addentando una fetta di torta sproporzionata per le sue capacità. Harry non riesce a nascondere un’ombra di dispiacere per sé stesso. Gliel’ha tagliata lui, oppresso dal senso di colpa per averlo sgridato. Vorrebbe essere in grado di imporsi su quel ragazzino troppo esuberante come fa Ginny, che riesce a tenerlo sempre in riga. Proprio non riesce. Lo guarda con tenerezza e lui ricambia, un po’ strafottente. Remus scuote la testa: ha ripetuto alla nausea a Harry che mettere insieme i nomi del padre e del padrino defunti era una pessima idea. Quando guarda quel marmocchio impertinente gli si legge in faccia che la pensa ancora così.
Clarie, finito il suo muffin alle fragole -ribadisce: le cose rosa sono da femminucce e questo era fuxia come i capelli di Tonks, quindi assolutamente perfetto-, sbadiglia accoccolandosi contro il petto di Philip.
«Ttanca» sospira soddisfatta, pulendo le mani sulla tovaglia martoriata dalla sbadataggine dei commensali.
Sorrido. Il suo adorato papà non resiste al segnale e comincia ad accarezzarle i codini ormai sfatti. Starei a guardarli per ore. Sono un quadretto dolcissimo. La mia piccolina giocherella con un bottone della sua camicia, intanto lui le arriccia una ciocca attorno al dito, solleticandole l’orecchio. Fin dal primo momento in cui ho saputo di essere incinta ho capito che Philip sarebbe stato un padre meraviglioso. Ne ho la conferma ogni giorno. Senza accorgermi, porto una mano sul ventre. Non avevo idea di quanto forte potesse essere il legame che si crea tra una donna e la creatura che porta in grembo per nove mesi.
La discussione sulle Centaure cade nel vuoto, mentre i vassoi vengono vuotati delle leccornie, lasciandone solo il profumo invitante.
Presi dalla noia, i bambini riprendono i  giochi e anche Claire si rianima, cercando di raggiungerli.
«Ehi, ehi, ehi! Dove scappi?»
«A giocae con Loccan!»
«Ancora? Hai detto che eri stanca!» obbietta Philip, dandole ad intendere di sentirsi deluso da quell’abbandono.
Non gli ha nemmeno accennato al regalo, cosa molto insolita. Di solito è la prima cosa che chiede.
Claire gli si accosta all’orecchio e bisbiglia, con le manine stretta a coppa:
«Lui sa i ddaghi!»
«Ah, beh, se conosce i draghi…» e la lascia scendere dalle ginocchia.
Il quintetto di maghetti e streghette si riunisce accanto ad un’alta credenza. Con tutto lo spazio che ci sarebbe sotto la scala che porta di sopra, loro occupano sì e no un metro quadro nel posto più problematico del locale.
«Lorcan ha un futuro come ricercatore nel settore dei draghi. Due mesi fa in Galles ha scovato un nido di Sabbionari! Era praticamente intatto, c’erano ancora i resti delle uova. Incredibile. Io non lo avevo notato»
«Sabbionari? Cioè come dire…» domanda Tonks, ma prima ancora che possa azzardare una delle sue battute, Rolf la interrompe, intavolando un’interessante lezione di Dragologia.
I bambini si avvicinano, ascoltando estasiati la descrizione dei Sabbionari, piccoli draghi delle dimensioni di una pecora, privi di ali e dotati di zampe anteriori piatte e tozze, adatte a scavare. Vengono chiamati così per due motivi: il primo è che le coste sabbiose sono il loro habitat, il secondo è che per vivere lungo le spiagge hanno sviluppato una livrea che imita perfettamente i colori e la grana della sabbia. Si nutrono dei crostacei che trovano scavando nei lidi.
«Addiamo a ceccalli?» trilla Claire, ma non sta parlando con me o con Philip.
La domanda è unicamente per il suo nuovo amichetto, che annuisce, chiedendo però una cosa in cambio.
Trascina Claire accanto a Rolf e lo chiama. Ha un’aria molto seria. Vorrà chiedere al suo papà se possono cercare draghi lì nel Paiolo Magico.
«Gli fai vedere il dito?» e le prende il mignolo.
Cielo, no… non ci credo. Non so che fare, se ridere o morire d’imbarazzo.
«Lei dice che ha tantissima magia qui dentro. Più di Harry!»
«Sì» conferma lei,  alzandosi sulle punte per mettere in mostra la sua presunta arma. «Io sono steghissima!»
Lo studioso è perplesso e finge di analizzare la mano. Potter ridacchia trionfante, sorseggiando il succo di zucca avanzato da Lily.
«Papà, quanta magia ci sta in un dito?» chiede compunto Lorcan.
Quando pone domande è identico a Rolf. Durante i seminari spesso si rivolge agli uditori coinvolgendoli allo stesso modo, obbligandoti a ragionare su quanto appena esposto o su quel che sai. Non puoi limitarti a startene seduto passivamente nella tua poltroncina prendendo appunti, devi partecipare. E in un modo o nell’altro, farai quel che chiede.
«Dipende dal dito» dice Tonks, sventolando un pollice delle dimensioni di un’anguria.
Lily, che ha le dita piccole e sottili, piagnucola che lei ne ha poca di magia e corre a farsi consolare dal padre. Povero Harry, non so come riesca a gestire quel terzetto. James non perde l’occasione per mostrare a tutti che invece è in possesso di un paio di appendici prensili abbastanza capienti, oltre che sporche di crema e di macchie di pennarelli. Teddy, che ha un’indole piuttosto tranquilla al pari del padre, non replica, ma apre e chiude le dita sotto al tavolo. Le sue mani sono il doppio di quelle del piccolo rompiscatole. Hugo e Rose invece scambiano pareri confrontandosi palmo contro palmo, giungendo all’inspiegabile costatazione che sono in possesso della stessa quantità di magia, anche se Rose è più grande.
«Io sono forte, ho mangiato tanto come papà e ho tanta magia!» esclama il maschietto trionfante.
«Non vuol dire un Bubotubero secco!» prorompe la sorella. «Puoi averne tanta o poca, ma tanto se non sai usarla la magia, non ti serve a niente!»
Un ragionamento degno di Hermione.
«In realtà» interviene Scamadro Senior, «si tratta di una questione ampiamente dibattuta, e che non possiede un autentico fondamento oggettivo…»
«Rolf!» esclama stizzita Hermione, cercando di zittirlo.
«Sì?»
«Sono bambini, cosa pensi che capiscano di queste cose?»
«Io capisco!» obbietta acido James.
«Anch’io, non sono stupida!» fa eco Rose, guardando in tralice la mamma.
Non ho mai visto Hermione in crisi come ora. Non sa cosa dire alla figlia che la fronteggia altezzosa. Harry intanto è riuscito a recuperare punti di stima presso il maggiore dei suoi ragazzi. Gli a ha assicurato che certamente è un tipo intelligente, ma che quelle cose non sono facili per nessuno. E soprattutto sono molto più noiose dei racconti sui gatti della signora Figg. Un argomento sufficiente a farlo desistere.
«Rose, tesoro, io non ho mai detto che tu…»
«Hai detto che non capisco! Invece a casa dici sempre il contrario! Tu dici le bugie!» strilla, con due grossi lacrimoni in procinto di scorrerle sulle guance.
«Ma no, ma no!» interviene Ron, prendendo la per mano e tirandosela vicina. «Vieni qui, cervellina mia. La mamma non voleva dire che sei stupida, anzi! Tu ci capiresti tutto, anche più di lei! Solo che queste faccende sono così complicate che fanno venire il mal di testa. E se viene a te o a Hugo o a gli altri, come fate i vostri bei lavoretti con le maestre? Eh? Me lo dici? Miseriaccia, io voglio il mio bel disegno giornaliero da mettere in ufficio domani mattina!»
Il suo sorriso tranquillizza la bambina, ma non può toglierle il broncio mentre si volta verso la mamma. Ha uno sguardo accusatorio.
«Rose, tu sei una bimba intelligente. Non sei stupida» dice Hermione facendole una carezza. «Ho sbagliato ad esprimermi»
«Come quando dici che quelli che fanno Quiggit sono tutti somari sulle scope e poi dici alla zia Ginny che lei è bravissima?»
La bocca della verità! Il mio capo prende una deliziosa tonalità amarena, in tinta coi capelli del marito. Il cognato la fissa con una buffa smorfia, sul tipo “ah, le cose stanno così?”.
«Sì, amore. Esatto» ammette imbarazzata.
I più piccoli cominciano a sbadigliare e a strofinarsi gli occhi. È ora di rientrare al Ministero per il pisolino.

*Shepherd’s Pie: torta salata con carne d’agnello, ricoperta di purè di patate.
**Jacket Potatoes: patate al forno, ripiene di tonno o carne e formaggio.

Dalle 14:30 alle 17:00 di Ely79

Guardo il tuttofare allontanarsi. Quando sta per svoltare verso l’atrio lancia un’occhiata al fondo del corridoio, dove siamo fermi. Non guarda noi. Guarda Lavanda, che lo saluta sorridendo con una sbadigliante Claire tra le braccia. Ha gli occhi che le brillano e le guance un po’ arrossate.
«Chi è?» domando incuriosita.
Quell’uomo e mio marito hanno scambiato alcune parole come se si conoscessero da parecchio.
«Quello? È Sheldon, un mio compagno di scuola. Ricordi? Te ne ho parlato qualche volta. Era nella tua casa» spiega, strizzando l’occhio.
Magari fosse così.
«A Quidditch ce le siamo date di santa ragione per un paio d’anni, poi si è rotto una spalla e tanti saluti alla scopa! E adesso, dopo anni che bazzico qui, scopro che ci lavora anche lui! Però m’aspettavo qualcosa di meglio…»
«Perché dici così, Philip?» chiede Lavanda, improvvisamente curiosa.
Prima che notasse la nostra presenza, Sheldon stava parlando fitto con lei. Fitto e… ammaliato. Avevano un’aria molto complice. Forse Lavanda non è poi tanto sola come pensavo. Credo abbiano pranzato insieme, nell’aula accanto all’asilo.
«Beh, cosa ti posso dire? Era tra i migliori del nostro corso, anche a Pozioni. Figurati che una volta Piton gli ha quasi detto che aveva fatto un lavoro appena decente! È tutto dire!»
«A me diceva che ero un disastro, ma ai M.A.G.O. gli ho fatto vedere io chi faceva schifo!» esclama Tonks, che ci ha scortati fin lì.
La guardiamo disgustati, per varie ragioni. Chi ha avuto a che fare con l’arcigno docente per l’orrore di veder ricomparire la chioma nera e unta da cui sporge un grosso naso adunco. Chi come me o i bambini non ha avuto il dispiacere, proprio per la brutta impressione che fa quella testa sul corpo dell’Auror.
«Mamma ti prego, farai venire gli incubi a papà…» la supplica Teddy.
«Incubi? Ti faccio venire gli incubi peluchetto, se mi presento a letto così?»
Il sorriso che sfoggia fa apparire ancora più orrida e surreale l’immagine dell’insegnante. Per non parlare di quando gli fa l’occhiolino. Remus scuote il capo.
«Credo non dormirò mai più, dopo questa visione»
«Sei butta» sbadiglia Claire.
Le do un ultimo bacio prima che scompaia oltre le porte insieme agli altri.
Passiamo davanti alla guardia, Frank, che per una volta non mi chiede la bacchetta: è troppo impegnato a sbranare tramezzini. Dev’essersi perso tra scartoffie e indicazioni, vista la rapidità con cui attacca il pranzo fuori orario.
Philip scende al terzo piano, dove lo attende un pomeriggio di noiosissimi resoconti. I Lupin vengono con me ed Hermione. Nonostante Remus sia di riposo, insiste a voler passare dall’ufficio. Più per l’ospite che vi staziona che per gli incartamenti arretrati.
«Cos’hai preso stavolta?» domanda Hermione.
Di solito non è molto curiosa di scoprire chi stia bivaccando tra le pareti di vetro, perché la detenzione di creature magiche -di qual si voglia genere- è per lei un abominio. Ne fa una questione di principio, che in larga parte condivido.
«Uno Svimpio Canadese»
«Un cosa?»
Ho letto spesso i libri di Cura delle Creature Magiche e gli articoli del Cavillo, ma questo nome mi è assolutamente nuovo. Lo stesso vale per la mia collega. Entriamo nella stanza e ciò che vediamo nella penombra ci lascia indecise. Delizioso o tristissimo?
Lo Svimpio Canadese è steso sul fondo dell’acquario, nella posa della Sfinge di Giza. Ha le dimensioni di un gattino ma la forma è quella di un levriero. Un levriero a pelo lungo e lilla. Le zampine magre sono invece nere e quelle anteriori hanno lunghe dita da scimmia. Sentendoci avvicinare solleva un poco le lunghissime orecchie a nastro, anch’esse nere. Deve piacergli la compagnia, perché appena ci affacciamo si avvicina scodinzolando curioso, annusando la parete trasparente che lo divide da noi. Sul muso lungo e camuso ha tre paia di piccoli occhi. Ho la strana sensazione che ognuno di essi fissi una persona diversa, anche se non distinguo la pupilla dall’iride: sono talmente minuscole!
«Quant’è piccolo…» sospira Hermione.
«Qualche stupido deve averlo abbandonato. Girava dalle parti del Golf Club di Suffron Walden quando io e Teddy l’abbiamo trovato. Era ridotto in uno stato pietoso, sporco, triste, digiuno da giorni…»
«Mi ricorda tanto quando ti ho incontrato la prima volta» sghignazza Tonks. «Tu però non eri così colorato!»
«Abbandonato? Vuoi dire che è un animale da compagnia?» chiedo.
Se c’è una cosa che depreco ancor più della prigionia di questi animaletti, è il loro ingrato abbandono.
«Sì. La razza è stata creata circa sei o sette anni fa, partendo dagli Svimpi Maggiori. Sono animali selvatici che vivono in Irlanda. Creature molto graziose, grandi come un cane, inoffensive per noi, ma terribili per le coltivazioni. Le devastano, letteralmente!» spiega, sbucciando la mela che ha portato via dal Paiolo Magico.
«Sono vegetariani? Anche questo?»
In risposta, Remus solleva un poco il coperchio e spinge dentro una fetta di mela. Lo Svimpio la afferra con le zampette prensili e comincia a sbocconcellarla soddisfatto, sedendo sui posteriori. Non vedo denti in quella minuscola bocca, forse è come il becco degli uccelli.
«Cosa ne farai?» s’informa Hermione.
Creature del genere non possono essere reintrodotte in natura. Non sopravvivrebbero.
«Non lo so»
Teddy si è già voltato verso la madre, gli occhi scintillano supplichevoli, ma lei non ci casca.
«No. Lo so che da me non te lo aspetti cucciolino, ma pensaci un secondo. Se lo portiamo a casa dobbiamo smazzarcelo io e papà mentre sei a Hogwarts. Cacca, pappa, nanna… E tu sai cosa vuol dire!»
«Che te lo perderesti dopo cinque minuti che sono uscito dalla porta» sospira affranto. «Però c’è nonna…»
«Lascia perdere la nonna» interviene Remus, scompigliando la chioma turchese.«Dice già che noi tre messi insieme siamo peggio di una mandria di Graphorn imbizzarriti e che…»
I due si scambiano un’occhiata. Sembrano aver compreso una qualche profonda verità. Emettono una specie di basso latrato d’assenso,  girandosi contemporaneamente verso Tonks.
«“Scialacquare la pecunia”, eh?» ridacchiano in coro.
«Beh?» fa lei, stizzita.
Credo abbia intuito dove vogliono andare a parare. Io no.
«Cara ex-signorina Tonks ora signora Lupin, questa non è farina del tuo sacco…» insinua con trascuratezza.
«Ma del sacco dei Black!» esclama saccente Teddy, sfoggiando un elegante chignon castano. «Nonna è passata da casa e tu devi averle detto che andavamo a Diagon Alley senza di te! Ecco perché parli così!»
Il suo dito la punta imperterrito e la capigliatura rosa stinge in un bel color mandarino, arricciandosi.
«E va bene…. Sì, okay! Quella vecchia ciabatta è passata da casa nostra per “sincerarsi che non avessi messo a ferro e fuoco la lavanderia in sua assenza” e che non vi potessi seguire oggi, col rischio di “scialacquare la pecunia destinata all’istruzione di suo nipote”! Ma insomma, per chi mi ha presa?!?» rimbrotta spazientita, virgolettando con le dita nell’aria più del necessario.
La signora Andromeda ha un modo di fare molto rigido, ma come biasimarla? Ha per figlia un ciclone arcobaleno, per genero un licantropo e per nipote un mix dei primi due! Tenta con ogni mezzo, inutilmente,  di portare un po’ d’ordine in quell’allegro caos che chiamano famiglia.
«Ehi, guardate!»
Hermione indica lo Svimpio. Sempre seduto sulle zampe dietro, stava imitando con le dita sottili i gesti di Tonks. Ora fa il verso a Hermione.
Tamburello con un dito sull’acquario e lui fa altrettanto.
«Sono molto intelligenti, imparano ad aprire le gabbie e le porte in pochi giorni. Questo però sembra non avere intenzione di svignarsela» mormora Remus, infilando un altro pezzo di mela sotto al coperchio.
«Bravo amore, sei riuscito a trovare l’unico tonto che c’era in circolazione» lo prende in giro la moglie, ancora piccata dalla scoperta.
«Non è tonto! Vuole una famiglia!» piagnucola il tredicenne, tirandola per la manica.
Anche l’ennesimo tentativo di convincimento fallisce. Lo Svimpio intanto ha finito di mangiare e si pulisce le zampe con la lingua piccola e bruna. Somiglia alla punta di una fogliolina.
«Mi rivolgerò a qualche allevamento. A Parigi ce ne sono alcuni. Chiederò a Fleur di darmi una mano, non sono bravo con la lingua»
Si accorge troppo tardi dello strafalcione. Tonks è trionfante, le ha appena servito una battutaccia su un piatto d’argento.
«Ma cosa dici, sbrodoletto mio? La sai usare molto bene, invece… anche con la luna piena!»
«Dora!» strilla lui, avvampando.
«Per pulire i vetri della soffitta, ovviamente…»
Giuro che non voglio sapere cosa ci sia dietro a questi doppi sensi. Preferisco restarne all’oscuro e per ribadirlo, io ed Hermione ci dirigiamo di filato al nostro studio. È un sollievo poter rimettere le mani sulle nostre solite pratiche. I promemoria interpiano si sono accumulati sulla mia scrivania, in attesa di essere spianati, letti e archiviati. Mentre mi siedo sento qualcosa battere pesantemente sul piano di legno. Mi ero dimenticata di aver ancora indosso il Magipass!
Sfilo quella catena da rapper di terz’ordine, soffermandomi un secondo a guardarla. Peggio che le Passaporte. É fatto con della banale bigiotteria, di bassa qualità per giunta: la lamina dorata della catena in alcuni punti si sta staccando e sotto emerge il metallo ossidato. Diamine, avrebbero potuto sprecarsi un po’ di più. Voldemort ha creato i suoi Horcrux con oggetti molto preziosi e raffinati, il Ministero non poteva fare altrettanto? Lo ammetto, questo lato del grande Mago Oscuro mi attira. Era un uomo con molto gusto. Che poi fosse pure un pazzo assassino, beh, quello è un altro discorso.
Ripongo il catenaccio nella custodia che la mia cara collega ha lasciato accanto al mio portatile e mi decido a metter mano alla pratica Johnson. Nulla di che, una richiesta di risarcimento per il passaggio di un gruppo di Knarl nel giardino di casa.
Subito dopo passo alla pratica Mac Lean, alla Hughes, alla Moore, alla Jefford, alla Coleman. Tutte cose poco impegnative, tre moduli al massimo. Meno male. Dopo la mattinata di oggi dubito sarei riuscita a restar concentrata su qualcosa di più impegnativo del rinnovo di una licenza per la caccia ai Murtlap sull’isola di Arran. Di tanto in tanto lo sguardo della Centaura pezzata mi torna in mente, come anche quel suo “Oh!”. Riporto la mano sul ventre, pensierosa.
«Che silenzio…»
Hermione è affacciata alla porta del suo studio con in mano le tisaniere autoriscaldanti.
«Un the?»
«Sì, ci vuole» rispondo gettando un’occhiata all’orologio sulla parete.
Mancano poco meno di dieci minuti alle sedici. Faccio per alzarmi quando nel portapenne vedo spuntare un bel girasole. Sgrano gli occhi. Altri cominciano a sbucare dagli angoli dei cassetti. Non sono gialli: mentre le corolle ruotano lentamente i colori cambiano, lungo tutto lo spettro dell’arcobaleno. È un ingresso ben noto.
«Signor Mercury, entri pure!» chiamiamo.
La porta si apre e, accompagnato dal suo elfo domestico Nojno, fa il suo ingresso il più grande mago che abbia mai calcato i palcoscenici Babbani: Freddy Mercury. Roba che chiunque sverrebbe con le convulsioni. La prima volta che ha messo piede qui, in effetti, stava capitando pure a me. Sono passati anni da allora, non posso dire di averci fatto l’abitudine ma almeno non sbianco e non mi si azzera la salivazione.
Il signor Mercury (non riesco a chiamarlo per nome come mi ha chiesto tante volte, è più forte di me), in virtù di una legge del ‘700 è costretto a farsi firmare annualmente un visto, una specie di permesso di soggiorno. Lo trovo ridicolo. L’essere il figlio di un Veela nato all’estero crea questo genere di grattacapi, per via di una legislazione obsoleta. Anche la cognata di Hermione ha lo stesso problema.
«Mie gentili signore, buon giorno. Vengo ad annoiarvi come di consueto»
«Annoiarle, Farrokh?» cinguetta una voce impastata dall’altra stanza.
Il mago leva con eleganza il mantello grigio antracite ed il cilindro. Sotto porta abiti assolutamente normali, che ricordano la copertina del “The Freddy Mercury Album”. Il fascino di quest’uomo è innegabile, sangue Veela o no. Qualcuno potrebbe domandarsi perché non è biondo come le donne Veela, ma per gli uomini è diverso, non ereditano questi tratti specifici, ma lo charme rimane immutato. Non so però se si trasformino in creature inguardabili quando si arrabbiano.
Scomparve dalle scene per via di una malattia molto rara, che andò a curare in India, dove aveva vissuto per anni. Dover inscenare la sua morte gli costò parecchio, ma non aveva alternative. In Inghilterra non esistevano centri specializzati e la gravità della patologia era tale da lasciar spazio a timide speranze.
«Salve, Silente. Sempre a mettere il naso dove non dovresti, eh?» risponde affabile.
«Le ragazze stavano per prendere un the, vorresti partecipare?»
Questo vizio del defunto Preside di avanzare proposte in nostra vece ci è costato spesso ore di lavoro, ma oggi non mi sento di declinare la proposta. Purtroppo è l’ospite a rinunciare, con nostro grande rammarico.
«Sono solo passato a ritirare il rinnovo della Legge Beckford-Lennox» si scusa. «Avrei mandato Nojno se ultimamente non manifestasse la tendenza a perdere l’orientamento»
«Nojno è vecchio, ma aiuta Freddy finché può» replica l’uomino, sfoggiando un sorriso grinzoso tra le orecchie cadenti.
Scoprire che Harry non è stato il solo a liberare un elfo domestico è stata una versa conquista per Hermione. Sono ancora pochi quelli che aderiscono al progetto di affrancamento, principalmente perché agli stessi elfi non interessa.
«Ha altri progetti per oggi?» m’informo, allungando il documento timbrato e controfirmato.
«Sto lavorando ad un paio di brani con le Sorelle Stravagarie. Qualcosa di onirico e molto potente»
«Tipo la colonna sonora di Highlander?» azzardo.
«Non percorro mai due volte la stessa strada» sorride educatamente.
Cosa mi aspettavo? So benissimo come lavora il divino Freddy, altro che i cantanti di oggi che ripetono i brani dei colleghi con le fotocopiatrici. Ogni suo brano è un pezzo unico. Lavorare per i maghi mi concede un’immensa fortuna: quella di poter conoscere le sue nuove produzioni. “The clock is ticking away”, “Stars and pillows”, ma soprattutto “Avada Kedavra”, il brano che ha dedicato a Harry, Ron ed Hermione.
«Che uomo» spasima lei, mentre sorseggiamo il the.
«Ma non lo cambieresti mai con Ron, vero?» la stuzzico, allungandole la scatola dei biscotti.
«Perché? Tu lo cambieresti con Philip?»
Ridiamo. Silente si unisce a noi, ma tace. Nel suo quadro le briciole dei pasticcini al cioccolato e zenzero si spargono sulla sua veste e sul pavimento a olio. Mi domando dove vadano a finire le cartacce che durante la settimana si accumulano sulle assi dipinte. Secondo me, le butta fuori dal quadro quando passano gli inservienti per le pulizie, perché il lunedì la tela è sempre linda.
«Tra un’oretta escono i bambini. A che punto sei?»
Sbuffa, intingendo rabbiosamente il biscotto nell’infuso.
«Ti pareva che non mi sarei trovata con certi documenti sul tavolo?»
«Ancora?»
Parla dell’incartamento per l’acquisizione di alcuni terreni dei Malfoy per i Centauri di Hogwarts. Ero sicura che l’avrebbe ripresa in mano appena tornate.
«Herm, lo sai che dobbiamo passare dalla Tesoreria. Se prima non ci dicono che somme abbiamo a disposizione, non possiamo sapere quanto proporgli per l’acquisto!»
«Un calcio nel sedere basterebbe» sibila.
«Mia cara, non è da te essere così poco… diplomatica» interviene il Preside bidimensionale.
«Essere diplomatica con i Malfoy? Professor Silente, è già un miracolo che non chiedo l’esproprio forzato! Se lo meriterebbero» sbotta, tracannando quel che resta nella tazza per impedirsi di dire di peggio.
Alzo gli occhi al soffitto. E dire che l’avvocato Zabini ci sta aiutando non poco nelle trattative.
«Facciamo così. Se mi prometti di mettere via quella pratica almeno per oggi, rimando la visita ad Hampton Court per quel problema di Snasi, e martedì vengo con te all’incontro. Stavolta li battiamo»
«Sei ottimista»
«Ci tieni proprio a metter pace fra quei tre gruppi, non è così?»
«Tu non vorresti?»
Mi tornano di nuovo in mente gli occhi della Centaura, il suo sguardo malinconico e profondo. Odorava di muschio. Ricordo di aver visto il suo ventre muoversi mentre camminava. Il suo piccolo si stava girando nel poco spazio a disposizione. Quando sentivo Clarie agitarsi dentro di me provavo una gioia immensa, ma qualcosa ora non va. Rimango immobile, tremo.
«Jill? Che ti prende?»
«Co… cos’è?»
«Cosa?»
«C-c’è qualcosa che mi sta toccando il piede…» biascico.
Lo sento strusciarsi con forza contro la scarpa, a tratti mi sfiora la caviglia. Non tento di chinarmi a guardare sotto la scrivania. Ha delle punte che si piantano fastidiosamente nelle cuciture. Se solo non mi fossi cambiata prima di rientrare da Hogsmeade… con gli scarponi da trekking non mi sarei accorta di nulla.
«Oh, questa poi…»
«Cos’è? Herm… »
«Calma, calma. Non muovere un muscolo»
«Ti pare che abbia voglia di mettermi a ballare per caso?!?»
«Ssshh! Parla piano altrimenti potrebbe morderti»
«Mordermi?!?»
Un Libro Mostro, uscito da chissà dove, ha deciso che la pelle delle mie ballerine è un buon materiale su cui darsi una grattatina.
«Tiralo via!» piagnucolo.
«Calma, stai calma! Se non riesco a…»
«Faccio io, faccio io!» bisbiglia una voce da sotto la mia sedia. «Brava Jill, rimani così, ci sono quasi… ecco… vieni, bello, vieni… Non devi star qui»
Sento il libro scivolare via docilmente. Tiro un sospiro di sollievo guardando Teddy alzarsi con quell’affare dalla pelliccia ispida e verdastra tra le braccia. È il suo libro di Cura delle Creature Magiche, gli è scappato poco fa. La sola idea che anche la mia bimba debba portarmene a casa uno mi dà i brividi.
Teddy è in fibrillazione e accarezza il libro animato facendo mille versetti. A quanto pare, Remus ha trovato il modo per accontentarlo e sistemare lo Svimpio senza portarlo a casa. Ha contattato Neville, informandosi sulla disponibilità da parte sua di tenerlo nelle serre in qualità di “animale spazzino”: mangiando i frutti eccedenti delle piante coltivate per Erbologia, le manterrà in buono stato, evitando al professore la noiosa incombenza della raccolta e dello smaltimento di questi prodotti. L’unico problema sarà tenere a freno le fantasie da allevatore di Hagrid quando verrà a sapere del nuovo ospite.
«Alla mia amica Joy piacerà un casino!» trilla, accarezzando il suo libro. «Le piacciono un sacco le Creature Magiche! Anche ai gemelli! E anche a Victoire…» sospira in ultimo, sognante, prima di riprendersi con uno scatto euforico. «Che fico! Chissà quando glielo farò vedere! Dobbiamo trovargli un nome»
«A me sembra già buono Svimpio» ridacchia Hermione.
Quest’idea di trovare un nome a tutti gli animali la fa sorridere. E fa sembrare Teddy un po’ più piccolo.
«No, ci vuole qualcosa di più bello, una roba tosta… Tipo… Sgnaffo!»
La perplessità si spande sovrana nell’ufficio.
«Sgnaffo? Andiamo Teddy, vuoi rovinargli la digestione? Che razza di nome è? Persino Luna Lovegood ne troverebbe di più normali»
«Beh, ma quando mangia fa “sgnaff-sgnaff”, non credi, Herm? Sgnaffo va benissimo»
Hermione mi guarda. Levo le mani in alto. Teddy mi ha salvata dal Libro Mostro, per me può chiamarlo anche Mezzemaniche se gli pare carino, visto come le zampe nere emergono dalla pelliccia lilla.
«Mezzemaniche?» mi domanda, ripetendo il nome sottovoce. «Mezzemaniche… fichissimo!» e corre fuori, chiamandolo a gran voce.
Abbiamo giusto il tempo di riordinare l’ufficio e scendere. La giornata è volata.
Davanti all’asilo troviamo Ron, Harry e Philip intenti a discutere del’ultima partita della Nazionale di Quidditch. I bambini dentro stanno raccogliendo i giocattoli. Si sente James lamentarsi per non poter usare una bacchetta per farlo. Rolf arriva quando Lavanda ha aperto le porte da un pezzo.
«Scusa Lorcan, papà stava leggendo» dice prendendolo in braccio. «Ti sei divertito?»
«Claire è streghissima. È insolita!»
Parla come sua madre. Lui e Rolf ci accompagnano ai camini. Torneremo a casa con quelli. Loro invece staranno al Paiolo Magico per i prossimi tre giorni, prima di tornare a casa. Quello che non posso prevedere però è che Claire si è messa in testa di portare Lorcan a casa con noi.
«Ma non può venire, tesoro. Deve stare col suo papà, come te»
«Io lo vojo!» ribadisce abbracciandolo stretto.
«Su, andiamo. Domani giocherete ancora, non ti devi…»
«No!» singhiozza nascondendosi dietro l’amichetto. «Adesso!»
«Claire…»
Scamandro viene in nostro soccorso, allontanandosi un poco e richiamando il figlio che, obbediente, saluta tutti e lo segue. Claire lo guarda terrorizzata e cerca di rincorrerlo, ma sono più svelta di lei e la prendo in braccio. Il gesto, che di solito è seguito da un fitto scambio di baci, questa volta non sembra sortire il solito effetto. La mia piccola comincia a piangere, invocando il compagno di giochi, ormai nascosto tra la ressa dei dipendenti diretti a casa. Si agita e cerca di allontanarmi. Alcune streghe piuttosto anziane scuotono la testa ai suoi capricci. Sembrano voler dire “se fosse la mia non farebbe così”. Brutte arpie, se lo ricordano ancora cosa significhi avere un figlio?
«Claire, adesso basta!» la riprendo, un po’ alterata. «Domani lo rivedrai, non è il caso di fare tutte queste scene!»
«Butta! Butta! Sei cattiva!» strilla, cercando di saltare a terra.
Resto interdetta. Mia figlia non mi ha mai detto cose simili.
«Claire, stai facendo la monella. Non mi piaci così» interviene seccamente Philip.
Incurante della sgridata, lancia un ultimo richiamo con tutto il fiato che le resta tra una lacrima e l’altra:
«Lorcan!»

Dalle 17:00 in poi di Ely79

Mi sento male.
Anzi, no.
Malissimo.
Mia figlia mi odia.
E quella erre, pronunciata forte e chiara nel nome del suo amico, è stata uno schiaffo. Penso di essermi fatta un’idea del dolore che si prova con un Cruciatus.
Appena tornati a casa, Claire, in lacrime, è corsa a nascondersi nella sua stanza. Piange da mezz’ora e ad ogni singhiozzo mi sento peggio. Abbiamo stabilito di lasciarla sfogare.
Sono ancora frastornata dal passaggio nel Flusso di Scorrimento, eppure il malessere che provo non dipende da questo. Odio veder piangere mia figlia, anche se si tratta di un capriccio. Detesto la parte della mamma severa, anche se so che questa cosa le servirà a non crescere viziata. I miei genitori mi sgridavano in continuazione, qualunque cosa facessi o dicessi. Non voglio diventare come loro, non voglio che il nostro rapporto madre-figlia sia basato su una sfilza di ottusi dinieghi, e Philip fatica non poco a tenermi in carreggiata. Mi sento un mostro, ben più del libro di Teddy invaghito della mia scarpa.
«Che razza di madre sono?» chiedo, seduta sul letto.
Philip, davanti all’armadio, si volta e mi guarda con affetto. Abbandona la felpa che stava infilando e siede accanto a me. Sono così stanca. Nascondo il viso tra le mani. Non voglio che veda le mie lacrime. Lo sento appellare la scatola dei fazzoletti di carta e allungarmene uno.
«Jillian, ti prego non fare così. Ha solo tre anni, ti ripeterà queste frasi un altro milione di volte come minimo da qui a quando sarà adulta. È solo delusa, le passerà. Come sempre»
Ha un tono molto quieto, pacato, e la sua mano scalda dolcemente la mia.
«Tre e mezzo» lo correggo io, in ritardo.
«Tre e mezzo» concorda, circondandomi con le braccia e baciandomi. «Dai, non piangere… Sai che non sopporto di vederti triste. Non è la prima volta che fa i capricci»
«È la prima volta che mi dice che sono cattiva con lei» singhiozzo contro il suo collo.
Vorrei sprofondare. Ora capisco come si sentiva mia madre quando a dire queste cose ero io. Certo, lei era molto più rigida e distaccata di quanto lo sia io, ma la sofferenza è identica. Philip mi culla per un po’ cercando di tranquillizzarmi. Chiudo gli occhi, ascoltandolo bisbigliare frasi rassicuranti. Il calore della sua pelle mi conforta.
Dopo un po’ (non so quanto sia trascorso dal nostro rientro) riesco a far chiarezza nelle meningi. Siamo genitori, non posso lasciare sola la nostra piccola. Dobbiamo andare da lei. Ha bisogno di essere coccolata più di me. E dobbiamo cercare di farle capire che non siamo cattivi, solo che ci sono delle regole e vanno rispettate.
Mi sporgo dalla porta. Claire è raggomitolata nell’angolo del suo letto, contro i draghi di peluches. Ha in braccio Nessie. La tiene così stretta che finirà col farle schizzare fuori l’imbottitura. Philip mi appoggia una mano sulla spalla, spingendomi ad entrare.
Se penso che quella stanza fino a quattro anni fa non c’era… L’ha fatta Sam, quando abbiamo detto a lui e ad Agnes che ero incinta. Ha impiegato una giornata intera a mettere insieme tutti gli incantesimi per realizzare il vano. Al resto abbiamo pensato io e mio marito. E i nonni. E Martin, ovviamente. Metà delle cose che ci sono in questa stanza sono arrivate dal suo negozio. L’apporto di mio fratello è stato impagabile, anche perché è l’unico della mia famiglia a sapere la verità su di noi.
Ho dovuto ricredermi sul suo conto. L’avevo sempre ritenuto una mente logica e razionale, un freddo realista identico ai nostri genitori. Invece, quando gli ho raccontato la verità ed ha visto Philip usare la bacchetta, non credevo ai miei occhi. Era entusiasta, è tornato bambino, diceva che aveva sempre sospettato che i miei sogni fossero qualcosa di più concreto, ma che non aveva mai osato ammetterlo per timore dei rimproveri di mamma e papà. Ora però, ora che sapeva, poteva infischiarsene e credere senza timore: sua nipote era una strega!
Quell’immagine mi dà un briciolo di coraggio.
«Claire?» chiamo sottovoce, sedendomi vicino a lei.
Nasconde la faccia in mezzo ai giocattoli. Sconfortata aspetto che sia Philip a fare la prossima mossa. Ho paura di scoppiare a piangere di nuovo.
«Ehi, principessa? Che vogliamo fare? Eh?»
Si contorce piagnucolando e continua a nascondersi. Si seppellirà sotto i pupazzi se non la fermiamo.
«Allora, principessa?» insiste pacato. «Sai che le principesse non piangono?»
«Sì che piangono!» mugugna.
«Quelle un po’ sciocchine, ma tu non sei un principessa sciocchina, vero? Sei la mia principessa!» e le fa una carezza, sciogliendo il codino ormai disfatto.
Claire si gira un poco. Le tenerezze di suo padre sono sempre un buon punto di partenza per le trattative.
«Vojo Loccan» bisbiglia con il drago rosa premuto sulla faccia.
«Chi? Non ho capito» fa lui, cercando il suo sguardo fra le pellicce multicolori.
«Loccan!» ripete, un poco più forte.
«Non lo conosco, chi è?»
Ho tutta l’intenzione di strozzarlo. La mia bambina sta per rimettersi a piangere e lui fa lo stupido! Ma che cos’ha in testa!?!
«Lorrrcan! Vojo Lorrrcan!» strilla e chi finisce strangolata è Nessie, a cui cade un orecchino.
Philip le sorride compiaciuto, sciogliendo anche l’altro codino. Rivedo me stessa alla sua età. In molte fotografie ho gli occhi lucidi, i miei sorrisi erano merce rara. Avevo genitori troppo duri, ne sono convinta.
«Ah, Lorcan! Il tuo nuovo amico! E che problema c’è? Domani arriva presto e vi vedrete all’asilo»
Claire rimette il broncio, nascondendo il faccino contro la povera draghetta rosa, ormai deputata a baluardo di difesa.
«Adesso!» piagnucola.
Guardo Philip, incapace di formulare un pensiero coerente. Lui mi fa un cenno, sa quel che fa. Non ama alzare la voce con nostra figlia. Da bravo Tassorosso, sa che la via migliore in certe situazioni è quella della calma. Parlare con una  bimba di tre anni e mezzo per spiegarle che i capricci sono una cosa sbagliata, anche se dettata dall’affetto, è un’impresa titanica a mio avviso. Tuttavia confido riuscirà nell’intento: ha avuto l’esempio di suo padre, un uomo paziente e gentile. Altre volte ho potuto notare quanto questi atteggiamenti li accomunino.
«Domani» ribadisce, facendole un’altra carezza.
«Io vojo adesso!» insiste cocciuta.
«Claire, fai sempre così quando non ci sono? Tutti questi capricci da bambina cattiva?» le domanda, improvvisamente serio.
«No» rispondo io abbracciandola e tirandola vicina, «la nostra bimba è sempre bravissima, perché sa che quando il suo papà si allontana poi torna sempre da lei, vero streghetta?»
Annuisce con forza. Ha gli occhi arrossati. Devo metterle un po’ di collirio, quello omeopatico che le ho messo l’altra settimana quando si è graffiata con le rose di Sam. Se solo ricordassi dove l’ho messo…
«E non sei contentissima di vedermi quando ritorno?»
«Tì» ammette, continuando a nascondersi, questa volta contro di me.
«Bene, perché anche Lorcan tornerà da te, domani»
Ci guarda, non sembra convinta. Credo proprio non abbia intenzione di farsi abbindolare da questa coppia di adulti chiacchieroni. Devo trovare una soluzione. E alla svelta.
«Mamma…»
Abbasso la testa, poggiando la fronte sulla sua. I suoi boccoli mi solleticano il naso. Sento la sua manina sulla mia pancia. Vuole che le dia un po’ di sostegno, che le dica qualcosa di buono. Se potessi l’accontenterei, ma so che non posso dargliela vinta ogni volta. Non è giusto nei suoi confronti. Deve imparare la lezione, per quanto possa risultarle sgradevole.
«Papà ha ragione» mi sforzo di dire. «Ogni tanto bisogna dividersi, così è più bello ritrovarsi. Credo che anche Lorcan sarà più contento di rivederti domani mattina, perché avrà sentito la tua mancanza, sai?»
«Tanto?»
«Tantissimo» confermo.
«Tantissimo così?» e spalanca le braccia.
«Oh, no! Molto di più! Ha detto che sei streghissima, come puoi mancargli così poco?» la prende in giro Philip e lei, prontamente, cerca di allargarle ancora.
Finalmente sembra cominciare a capire, o almeno ad accettare l’idea. Forse ha bisogno di un ulteriore motivazione, di un qualcosa che la distragga dal pensiero di Lorcan. Non so se sia il caso. Non vorrei dirlo ora, ma l’alternativa è continuare a giocare sui rapporti a distanza. Alla prossima occasione ci ritroveremo punto e daccapo, preferirei evitarlo. Ha bisogno di qualcosa che la spinga a comportarsi sempre bene, in ogni occasione.
«E poi» mi decido ad aggiungere, «sei una sorella maggiore. Devi dare l’esempio. Sei grande!»
Tento di ignorare l’espressione sbalordita di Philip. Non avrei voluto farglielo sapere così, pensavo di parlargliene questa sera a letto, e di preparare insieme il modo carino per dare la notizia a Claire.
«Sorrrella di chi?» domanda marcando nuovamente su quella magica consonante.
Guarda intorno, in cerca di qualche nuovo arrivato.
«Beh, ancora non so. Tu cosa preferisci? Un fratellino o una sorellina?»
Ci pensa un attimo, la lingua che le spunta da un angolo della bocca.
«Sorrrellina»
So perché vuole una sorella. Pensa a Emily e Brigit, le figlie di mio fratello, e a quanto si divertono insieme.
«Bene, allora bisognerà far capire alla sorellina come ci si comporta. Non vogliamo che faccia i capricci, vero?»
«No»
«E chi le insegna a essere una brava sorellina?»
«Io!»
Sollevata, la prendo in braccio e le copro il viso di baci. Stavo morendo di paura all’idea di averle fatto del male, di aver rovinato il nostro legame.
«E sai cosa fa una brava sorella maggiore? Primo, non piange e non fa i capricci. Secondo, fa il bagnetto con la mamma mentre il papà prepara la cena»
«Anche Nettie fa il bagnetto!» esclama e finalmente la vedo sorridere di nuovo mentre agita il pupazzo all’indirizzo di Philip.
Vuole che glielo animi, per giocarci nella vasca. Lui però impiega un secondo di troppo a capire e si prende una sgridata dalla figlia impaziente.
«Papà, tu dommi!»
La sua faccia è il ritratto dell’incapacità di comprendere.
«Papà è un po’stanco, tesoro» cerco di prender tempo io.
«Eh? Io, sì… un pochino. Ehm… Ah, sì, certo. Iocus animis
Non so se sia una buona idea quella di lasciarlo solo in cucina a preparare il suo famoso Timballo del Ritorno, la notizia lo ha sconvolto un po’ più di quel che mi aspettavo. Temo per i pensili. Non vorrei dover chiamare Sam in tutta fretta per qualche disastro. Adesso è lì, con indosso solo i pantaloni del pigiama, ancora confuso. Mi fissa, seduto sul letto. Cerca la mia mano, portandomi dinnanzi a sé.
«Perché non me l’hai detto?» rimbrotta, fingendosi offeso.
So che non è arrabbiato. I suoi occhi sono pieni di gioia e si mordicchia il labbro, chiaro segno della sua agitazione repressa.
«Ho ricevuto i risultati delle analisi solo ieri sera. E oggi ho avuto la conferma definitiva, mentre ero a Hogwarts»
«A Hogwarts? Non mi hai detto di essere andata da Madama Chips»
«No, infatti. È stata una delle Centaure a farmelo capire» e gli racconto quanto è successo nel Soffio, di quello sguardo, di quel gesto e di quell’esclamazioneo finale. «È stata una sensazione strana, sembrava vedesse dentro di me»
Lui sorride, posando entrambe le mani sui miei fianchi. Mi fa avvicinare ancora, sistemandomi fra le sue ginocchia. Gli accarezzo i capelli.
«Di quanto…»
«Due mesi»
Sospira. Sta cercando di ricordare in quale occasione siamo riusciti a compiere questa magia. L’unica che si può compiere a prescindere dall’essere maghi. Probabilmente è stato durante il Festival internazionale del Docklands e di Greenwich*. La fiera aveva entusiasmato la bambina al punto che è crollata subito dopo cena, lasciandoci tutto il tempo di allestire il nostro personale spazio festivo in camera da letto. Sì, dev’essere andata così. Una notte felice per un evento altrettanto radioso.
«Credi che… mi senta?» chiede titubante.
In risposta sollevo la camicia da notte, finché non sento il suo respiro sull’ombelico.
«Perché non provi a domandarlo al diretto interessato? O interessata?»
Rido quando la sua bocca si posa sulla mia pelle. Soffro il solletico ma resisto. Ogni bacio è una tortura dolcissima. Lo abbraccio. La sua pelle un po’ ruvida per la barba non fatta non mi infastidisce, anzi. Gli avrò detto un milione di volte che lo preferisco in questa versione “uomo rude dal cuore tenero”.
Un brivido mi scuote dalla testa ai piedi. Un brivido diverso. Philip si ferma, preoccupato.
«Cosa c’è?»
Sorrido, chinandomi a sfiorare le sue labbra.
«Ti sente» sussurro.
Ricambia il mio sorriso e il mio bacio.
«Pensi che… possiamo…»
«Philip, sai che non c’è problema… e poi non hai ancora un cavallo marino spiaggiato sotto le coperte»
«Ippocampo, non cavallo marino» corregge, trascinandomi sul letto. «E comunque, ti ho sempre trovata stupenda durante la gravidanza di Claire, mi pareva di avertelo fatto notare in più occasioni»
Cielo, se ripenso agli ultimi due mesi prima del parto mi torna il mal di schiena. Avevo preso quasi dieci chili e pur essendo abituata al mio fisico non propriamente da Veela, mi sentivo un disastro. Solo quando Claire si agitava dentro di me ritrovavo la giusta prospettiva. Allora mi sentivo bellissima. Interpretavo il suo scalciare come un modo per dire che non dovevo deprimermi, che stavo portando un essere meraviglioso dentro quell’ingombrante rotondità.
Lui mi sfiora una guancia con le dita.
«Posso fare l’amore con te? Te la senti?»
Amo mio marito. Arrivare a chiedermi il permesso per una cosa simile. Quanti uomini lo farebbero?
«Mi prendi in giro? Sei stato via due giorni! Sei in arretrato, caro il mio signor Cross…»
«Mi farò perdonare, cara la mia signora Cross e mamma bis!» replica.
Fare l’amore è un problema da quando è nata la piccola. Prima erano le colichette e le poppate notturne a rompere la magia. Ora sono i brutti sogni, il bisogno di coccole, il sentirsi al centro dell’attenzione. Abbiamo perso il conto delle volte che abbiamo dovuto interrompere le nostre effusioni per via dei suoi pianti o perché piombava in camera senza che la sentissimo arrivare.
Ci spogliamo in fretta, non c’è tempo da perdere. Ogni secondo è prezioso per la nostra intimità.
La luce azzurra dell’illuminazione stradale filtra soffusa attraverso le tende. Avremmo voglia di fare tutto con calma, di sentirci liberi di gridare se necessario, di ansimare e gemere senza preoccuparci di tendere l’orecchio in attesa di un suono o una voce. Philip cerca di essere delicato, mi riempie di baci, carezze, tenerezze, sfiora il mio ventre ogni volta che può.
Questa volta siamo stati fortunati. Siamo riusciti ad arrivare fino in fondo senza sorprese.
Mentre ce ne stiamo lì, l’uno nelle braccia dell’altra, appagati, azzardo una domanda.
«Cosa vorresti? Un maschietto o una femminuccia?»
«Questo l’ha già deciso Claire, mi pare» risponde stringendomi.
«No, sul serio, Philip. Tu cosa vorresti che fosse?»
«Vorrei solo che fosse sano, e che avesse ancora i tuoi occhi. Mago o Babbano, non importa»
Sto per ribattere che non è giusto, che questa volta il bambino dovrebbe ereditare i suoi, quando una vocina chiama. Sprofondiamo entrambi la testa nei cuscini. Niente da fare, non è un sogno che la fa parlare nel sonno.
«Su, papà, tocca a te!» sospiro, spingendolo verso il bordo del letto.
«Okay, okay. Tu bada al piccolino, arrivo subito»
Mi sistemo sui cuscini, pronta all’ennesima mezz’ora di psicologia infantile. Ricompaiono poco dopo. Claire viene deposta sul materasso e gattona fino a raggiungermi, trascinando la povera Nessie sulle lenzuola.
«Brutto sogno?» chiedo.
Nega in silenzio, interessandosi al peluche.
«È scappato uno dei tuoi draghi?»
Altro diniego.
«Io ho pensato» dice, rigirando gli orecchini di Nessie.
Altra frase celebre di mia figlia, insieme a “Papà mi ha promesso”. Generalmente seguono dei voli pindarici che solo lei è in grado di seguire. La maggior parte delle volte noi restiamo inchiodati a quel breve preambolo, ascoltandola basiti e rallegrati dalla disarmante semplicità con cui riesce a mettere insieme i punti di vista più sconclusionati. Potere dell’infanzia.
«Cos’hai pensato, su, facci sentire» la invita Philip, tirando su le lenzuola.
«Io vojo il fatellino»
«Fratellino» la correggo.
«Frrratellino» ripete annuendo.
«Come mai questo cambio? Non vuoi più la sorellina? Non ti piace più?» domando, colpita dalla piccola rivoluzione.
«Lei poi mi ruba»
«Ti ruba i giochi?»
«No, rrruba Lorcan»
Ci scambiamo un’occhiata a metà fra il perplesso e il divertito. Adesso che ha deciso di dire la erre la raddoppia a casaccio. Ma è la sua uscita a divertirci maggiormente. Quel ragazzino deve averle fatto una grossa impressione se è ancora fissata con lui.
«Ma quando nascerà sarà piccola piccola, come nelle foto che ti faccio vedere di quando sei nata tu!» spiego, abbottonandole il pigiama.
«Ma lei poi diventa grrrande e mi ruba»
«E perché non deve rubarti Lorcan? Non potete giocare insieme? Sai, anche lui ha un fratellino. Potete giocare in quattro. È più divertente. Tu, la tua sorellina, Lorcan e…»
Inutile per Philip tentare di blandirla: lei replica prima che possa finire.
«No. Io pposo Lorcan»
Philip ha uno scatto strano, come se fosse inciampato. Il che è improbabile, visto che è sdraiato.
«Lo s-sposi?»
«Lui è amore a me, e io lo pposo»
«Ha detto lui che vuole sposarti?» s’informa.
«No, io ho detto. E lui mi pposa pecché sì!»
Decisa, non c’è che dire.
«E dove andrete a vivere?»
«Nella cameetta» risponde, indicando la porta della sua stanza.
«Nella tua stanza? E farai anche la lavatrice, da mangiare, le pulizie…» 
«No, fa mamma» sbadiglia.
Questa poi non me l’aspettavo. Credevo avrebbe accennato ai suoi elettrodomestici giocattolo.
«Ah, grazie! Furba la signorina qui, eh?» rido facendole il solletico. «Trovi il fidanzato, ti sposi e poi la mamma fa tutto il resto, vero? E chi lavora?»
«Papà!» ride additandolo.
«Meno male, pensavo avrei fatto anche quello… e  perché tu e Lorcan non lavorate?»
«Perrrché siamo piccoli! I bimbi non lavoano, giocano»
Il ragionamento non fa una piega. Per lei. Io non ricordo di aver mai fatto simili discorsi alla sua età. Mi torna in mente una cosa che Rolf ha detto oggi, di ritorno dal Paiolo Magico: che i nostri figli sono più svegli rispetto a come eravamo noi alla loro età. E io che l’avevo sempre ritenuta una frase fatta. Ha perfettamente ragione.
Sarebbe ora di dormire. Per stanotte staremo insieme in questo letto e domattina telefoneremo a Martin per dargli la bella notizia. E per avvisarlo che sua nipote si sposa. Forse dovrei dirlo anche a Rolf e Luna. Magari anche a Lorcan, ma credo che a questo penserà direttamente Claire.

* Festival internazionale del Docklands e di Greenwich: si tiene nell’ultimo fine settimana di giugno. Il pubblico può assistere gratuitamente a processioni, spettacoli, concerti e fuochi di artificio.

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