Harry Potter's Les Miserables di exHogwarts

Inghilterra, anno 1815. Severus Piton viene rilasciato da Azkaban dopo 19 anni di galera. Incattivito e amareggiato, viene però miracolosamente indirizzato a nuova vita dopo l'incontro con un anziano mago molto speciale. Finirà a prendersi cura di una bambina, Luna, figlia di un'infelice prostituta, mentre continuerà a scappare dal poliziotto Lucius Malfoy, deciso a riportarlo in cella. E nel 1832, la sua storia, e quella di Luna ormai cresciuta, si intreccerà con quella di un gruppo di studenti ribelli al potere.  

***

Adattamento del romanzo di Hugo, oltre che del film musical attualmente nelle sale con Hugh Jackman, Russell Crowe e Anne Hathway.


Categoria: Post-DH Personaggi: Albus Silente, Draco Malfoy, Ginny Weasley, Harry Potter, Hermione Granger, Lucius Malfoy, Luna Lovegood, Nuovo personaggio, Peter Minus, Severus Piton
Era: Altra Era (?-?)
Generi: Avventura, Introspettivo, Romantico, Sentimentale
Lunghezza: A Capitoli
Pairing: Draco/Hermione, Ginny/Harry, Harry/Luna
Avvertimenti: AU (Alternate Universe), Character Death, Nomi Originali, OOC (Fuori Personaggio)
Sfide: Nessuno
Series: Harry Potter's Library
Capitoli: 2 Completa: No Parole: 3104 Read: 5385 Pubblicata: 19/02/13 Aggiornata: 03/04/13
Note alla storia:

La storia è ambientata in universo alternativo simil-Ottocento, quindi quello che leggerete potrebbe non corrispondere in tutto e per tutto al canone della saga. In tal caso, vi informerò.

1. Look Down di exHogwarts

2. The Mayor di exHogwarts

Look Down di exHogwarts

“Alzati!” gli urlò la guardia, accompagnando quell’ordine con un calcio. L’uomo, colpito allo stomaco, si raggomitolò per contenere il dolore. In teoria, non era possibile che gli facesse ancora male, visto tutti gli anni che aveva passato lì dentro e tutti i calci che aveva incassato, ma in pratica era un dolore ogni volta più atroce.

“Avanti, topo di fogna, in piedi! Non sei contento che oggi te ne vai?” tornò a dire la guardia, afferrandolo per i pochi capelli che aveva in testa e mettendolo brutalmente in piedi. Controvoglia, l’uomo si alzò, cercando disperatamente di tenersi dritto, di dare forza a quelle gambe scheletriche e tremanti che cedevano già per la fatica, mentre il dolore allo stomaco era ancora forte.

Gli occhi gli si posarono sulla sua cella, quei quattro metri quadrati che avevano costituito la sua vita per tanto, troppo tempo. La branda sfatta, la finestra a sbarre, le pareti sporche e segnate. Quante volte le aveva graffiate con le sue dita, quando la disperazione si faceva troppo forte, quando l’angoscia e la fatica di stare lì dentro erano intollerabili, e allora in qualche maniera bisognava sfogarsi. Si era rotto le unghie una volta, lasciando lunghe tracce sanguinanti che le guardie non avevano lavato, perché gli fosse monito.

La guardia non gli concesse altro tempo e lo spinse fuori, e continuò a spingerlo avanti di malagrazia, insultandolo e deridendolo.  La cosa che sembrava divertirlo di più era che oggi quel disgraziato sarebbe stato di nuovo libero, di nuovo un uomo mandato nel mondo. L’uomo sentiva quelle parole crudeli fare a pezzi quel suo sogno di libertà e di luce, negarlo, avvelenarlo, frantumarlo in tanti piccoli pezzi; e cercava disperatamente di non ascoltarlo, perché una vocina dentro di lui gli diceva che era solo un’illusione, e che per lui la libertà non sarebbe mai stata una realtà.

Uscire alla luce del sole, nel cortile, fu come essere accecato. L’odore del mare e del sudore degli altri uomini, i suoi compagni di pena, gli riempirono le narici, ricordandogli che non era ancora finita. Erano tutti lì, a fissarlo, invidia e rabbia negli occhi consumati dalla fatica, nei lineamenti provati da giorni passati assieme sotto il sole e sotto la pioggia, estate e inverno, sorvegliati a vista dalle guardie umane e dai Dissennatori, cui la luce del sole sembrava non fare nulla (o almeno, così pareva a loro).

Giovani, vecchi, uomini maturi: c’erano tutti, di ogni età, in quella bolgia infernale. Alcuni erano criminali incalliti, avvezzi alle peggiori malefatte, altri semplici poveracci che avevano compiuto un passo falso, quello sbagliato. C’era chi era innocente, e chi invece era più che colpevole. Ma erano tutti uguali, tutti sporchi alla stessa maniera, tutti segnati uguali, tutti con i crani scoperti, tutti attaccati alla stessa catena. E per tutti loro, i guardiani e i Dissennatori avevano lo stesso trattamento: disprezzo e senso di superiorità. Perché loro, le guardie, loro erano le persone oneste che facevano il loro lavoro, e quelli solo dei criminali.

La guardia lo spinse avanti proprio in mezzo a loro, verso l’ufficio del responsabile. Per quanto possibile, l’uomo tentò di nascondersi allo sguardo dei suoi ex compagni, quelli che stava abbandonando per tornare in quel mondo a loro ancora precluso. Ma non c’era nulla da fare, continuava a sentirlo su di sé, quello sguardo pieno d’invidia che diventava rancore e poi odio, odio per lui che poteva andarsene. Guardavano la sua barba nera, lunga come la loro, il viso magro, la veste sbrindellata, la pelle dal colorito così olivastro, il naso aquilino, e a ogni sguardo si facevano la stessa domanda: Perché lui sì e io no?

Quello là in fondo era un uomo innocente incastrato per il delitto di un altro. Lo ripeteva ogni giorno da quando era entrato, sperando che qualcuno potesse aiutarlo. Il primo tentativo di evasione lo aveva compiuto assieme a lui: dopo due giorni li avevano ripresi. Nessuno dei due sapeva come comportarsi una volta fuori, così era stato facile individuarli e riportarli indietro. In quei due giorni, non era stato calmo un momento, tremava a ogni minimo rumore, così ansioso di essere libero di nuovo da non riuscire più a ragionare. Non che lui fosse stato molto meglio.

Vicino a lui, il giovane Ben lo osservava invidioso. Aveva solo vent’anni quando l’avevano sbattuto lì dentro a marcire, per aver osato guardare troppo una ragazza che era più ricca di lui. Aveva cercato di rapirla con il suo consenso, e questo era il risultato. Ora, non era altro che uno spettro emaciato e consunto, caricatura e parodia del bel giovanotto che era al suo arrivo, i capelli biondi divenuti di paglia, le pupille azzurre piene dell’amarezza di una vita soffocata sul nascere. La sua unica consolazione era la speranza che lei lo ricordasse: mormorava il suo nome nelle notti in cella, fra la derisione dei compagni che sapevano quant’era stupida quella speranza, perché i morti si dimenticano in fretta, e i vivi vogliono vivere. Lo sapeva anche lui che era inutile, eppure continuava a ripetere il suo nome come un incantesimo, sperando chissà che. O così, o la pazzia.

La risata di MacNair echeggiò nell’aria, la risata dell’assassino seriale che ormai non è più toccato dall’orrore del sangue perché è diventato quell’orrore, perché quell’orrore è divenuto la sua vita. Si vantava di aver fatto di tutto e di più, quel verme umano, dallo stupro alla mutilazione, e ne godeva dal racconto. Non sarebbe mai uscito da qui, ma non gli importava. Quello era il suo posto, all’inferno, e lui ci stava bene.

“Arrivederci, Piton!” gli urlò quella voce, gelandogli il cuore. Ancora una volta, qualcuno gli diceva che era tutta una bugia, che non stava davvero uscendo, che stava solo dirigendosi verso un’altra cella, solo più grande e spaziosa. No, si disse Piton, cercando di negare questa verità con tutte le sue forze. No, io sto uscendo. Io sarò libero, libero come l’aria, libero come il sole, libero come tutto quello che mi è mancato in questi diciannove anni.

Giunsero finalmente all’ufficio del responsabile, e Piton venne introdotto. Non si voltò a guardare i suoi compagni, non degnò di uno sguardo l’immondizia del genere umano di cui aveva fatto parte. Voleva tagliare i ponti con tutti loro, una volta per tutte. Potevano marcire all’inferno, lui non sarebbe tornato lì. Aveva pagato fin troppo un crimine fin troppo piccolo per meritare una condanna così dura.

“Allora, prigioniero 24601. Fatevi avanti.”

L’ufficio del responsabile era una stanza rettangolare scavata nella roccia, ammobiliata con una scrivania e una libreria piena di scartoffie: tutti i documenti relativi ai carcerati di Azkaban. Dietro la scrivania, sedeva il responsabile, nella sua divisa d’ordinanza nera, indossata con una strana eleganza, non molto comune in quel posto dimenticato da Dio. Lunghi capelli biondi, quasi pallidi, gli scendevano fino alle spalle, e due occhi grigi, freddi, scostanti, aprivano due fessure strette in un volto che aveva la durezza della pietra e il disprezzo del ghiaccio.

“Dunque, 24601… condannato nel 1796 per furto a cinque anni di reclusione, poi divenuti diciannove in seguito a ben tre tentativi di evasione… Molte volte elogiato per la buona condotta, negli ultimi tempi… Con un talento per le pozioni? Che significa?”

“Ecco…” deglutì Piton, cercando di spiegarsi. “Quando… c’è stata l’epidemia di vaiolo di drago, il nostro medico non sapeva come fare, e io ho… ho suggerito una ricetta. E ha funzionato. Sa, io ero farmacista, nel mio paese…”

“Ma davvero?” domandò il responsabile, con un ghigno. “E cosa ha portato un farmacista qui ad Azkaban?”

“Avevo bisogno di un ingrediente particolare, curavo la figlia di… un’amica. Mi sono rivolto a certa gente, ma è andata male.”

“Lo vedo” commentò ancora l’uomo, osservando con disgusto lo spaventapasseri di fronte a sé. “Comunque, il passato non conta. Quello che conta è che oggi sarai rilasciato. Dategli quel che gli serve.”

Un’altra guardia si avvicinò, porgendo a Piton una piccola scatola. L’uomo, tremante, la aprì. Dentro c’era una bacchetta nera, stretta e nodosa. Piton cercò di non sorridere troppo dalla gioia, al pensiero che aveva, di nuovo, una bacchetta in mano. Ci mise un po’ ad accorgersi che non c’era solo quella, nella scatola: una piccola pergamena gialla faceva bella mostra di sé, una pergamena su cui c’era scritto, a lettere cubitali, ALL’ATTENZIONE DEL CAPO AUROR DI QUESTA CITTA’.

“Che significa?” chiese Piton, sollevando il foglio.

“Significa” spiegò il responsabile “che ovunque andrai, 24601, dovrai mostrare quella pergamena alle autorità. Avverte che sei stato qui e che pertanto sei un soggetto pericoloso, da tenere d’occhio. Strappare quella pergamena, o non presentarla, equivale a tornare qui, stavolta a vita.”

Quelle parole fecero male, molto male. Significavano che MacNair aveva ragione, che non sarebbe mai stato veramente libero. Quel foglio, quel pezzo di carta, avrebbe ovunque testimoniato che era stato in galera, avrebbe ricordato a tutti da dove veniva. Erano una catena più pesante di tutte quelle che aveva portato in tutti questi anni, una condanna a vita ancora più implacabile.

“Bene, credo sia tutto, 24601. Buona fortuna.”

“Ho un nome, signore” scattò Piton, prima di pensare a quello che stavo dicendo. L’umanità negata in tutti quei diciannove anni tornò a galla di colpo, arrabbiata e amareggiata dall’ennesima beffa del destino, e si ribellò. “Mi chiamo Severus Piton.”

“Ah, sì?” fu la risposta, calma, tranquilla, indifferente. “Anch’io ho un nome: Lucius Malfoy. E farai bene a ricordartelo, 24601, perché al minimo accenno di un tuo comportamento… poco corretto, io verrò a riprenderti e ti riporterò qui. Dovessi impegnarci tutta la vita, lo farò.”

Ebano contro argento, i loro occhi si scontrarono. Due volontà di ferro, due forze della natura cozzarono l’una contro l’altra, e si ritirarono. Piton ingoiò la rabbia per l’insulto, ma non poté impedire ai suoi lineamenti di contrarsi in una smorfia; Malfoy invece non sembrò avere alcuna reazione, statuario come la legge che rappresentava. Ma il messaggio che si erano scambiati era lo stesso: Non finisce qui.

Poi, Piton venne portato via. In un’altra sala, gli vennero dati abiti più civili e delle provviste per qualche giorno. La pergamena gialla gli venne attaccata sulla tunica nuova, all’altezza del petto. In capo a dieci minuti, le porte di Azkaban si aprirono di fronte a lui, e Piton venne riportato a riva, nel mondo dell’onesta gente comune.

Era il 18 giugno 1815.

The Mayor di exHogwarts

Quella sera, l’aria era davvero fredda, a Godric’s Hollow. Per tutta la giornata, un vento freddo aveva soffiato da nord, accumulando per le vie quell’umidità che adesso penetrava nella pelle, sorpassando i vestiti pesanti, con l’abilità e la sveltezza di tanti piccoli serpenti. Tutti gli abitanti erano già nelle loro case, a godersi il tepore del fuoco acceso, e a cenare assieme il frutto di un’onesta giornata di lavoro. Era una visione dopotutto rassicurante, vedere tutte quelle finestre illuminate, per l’uomo anziano che passava sorridendo, avvolto in una lunga veste viola, e con un paio di occhialetti a mezzaluna che spuntavano in mezzo ai lunghi capelli bianchi e alla grande barba anch’essa bianca.

Fu forse per questo che notò subito l’uomo magro avvolto nel suo sdrucito mantello nero, raggomitolato sopra una panca in posizione fetale, tremante dal freddo. All’inizio, in realtà, non aveva capito bene cosa fosse, ma poi guardò meglio e riconobbe i movimenti fin troppo tristemente noti dell’uomo che non ha un tetto la sera dove riposarsi, quell’agitarsi per mantenere un po’ di caldo nelle membra intirizzite, quel movimento di denti e il borbottare della voce.

“Mi scusi” disse allora, avvicinandosi. Sentendolo, l’uomo immediatamente si rizzò in piedi, scoprendo il volto magro circondato da unti e sporchi capelli neri, dove due occhi anch’essi neri facevano capolino, con un’espressione da cane bastonato.

“Stia tranquillo, non avevo intenzione di spaventarla. Volevo solo invitarla a venire con me.”

“Dove?” chiese l’uomo, continuando a tremare, la diffidenza ben evidente nella voce roca.

“In un posto più comodo e caldo dove passare la notte. Prego, venga.”

E riprese a camminare. L’uomo lo guardò ancora per un momento, indeciso, poi raccolse una sacca da viaggio che aveva posato dietro la panca e lo seguì, ma tenendosi dietro, pronto a scappare non appena avesse visto qualcosa che non gli piaceva. Il vecchio, però, non diede segno di preoccupazione né di fretta.

“Senta,” disse dopo un po’ l’uomo in nero, sbottando “mi chiamo Severus Piton. Sono un forzato, rilasciato dalla prigione di Azkaban due mesi fa. Non ho un lavoro, non ho una casa, sono un cane randagio abbandonato in mezzo alla strada! Potrei essere un assassino!”

“E io sono Albus Silente, sindaco di questa ridente cittadina” fu la calma risposta. “E lei sarà mio ospite.”

“Suo… cosa? Ma ha sentito quel che ho detto?”

“Perfettamente.”

“E… e mi ospita? Da ogni altra parte mi hanno cacciato!”

“Ragione di più per darle un alloggio: che non si dica che nella mia città un uomo muore assiderato perché nessuno ha voluto aprirgli la porta!”

Completamente senza parole, Piton continuò a seguirlo, domandandosi se quell’uomo fosse matto. Da quando l’avevano rilasciato, il suo viaggio era stato un inferno. Aveva provato a rimettersi a lavorare, ma non appena esibiva quella maledetta pergamena gialla o tentavano di abbassargli il salario, oppure lo mandavano via direttamente. Per strada, i ragazzini lo insultavano e gli adulti lo guardavano male. Non era più un uomo, era un forzato: un uomo che ha perso il diritto all’umanità. E adesso, questo vecchio, bello bello, se ne usciva fuori invitandolo a casa sua? C’era qualcosa che non andava.

Erano intanto arrivati a una piccola abitazione, anche più piccola delle altre case, di forma quadrata. Silente bussò alla porta, e dopo qualche minuto un’anziana donna dall’apparenza severa venne ad aprire, con aria preoccupata.

“Albus, finalmente! Vieni dentro, presto! Ho sentito dire che c’è un galeotto in giro, un uomo pericoloso…”

“Lo so, Minerva, l’ho incontrato” rispose Silente indicando Piton. Minerva letteralmente gelò sulla soglia, mentre con gli occhi spalancati osservava lo spaventapasseri nero in piedi dietro Silente, sporco e stanco.

“Fai preparare un bagno e la stanza degli ospiti, credo ne abbia bisogno” sorrise Silente, entrando.

Un’ora dopo, Severus Piton, lavato e vestito con abiti puliti fornitigli da Minerva, sedeva alla tavola di Silente, intento a divorare, più che a mangiare, la zuppa che gli era stata posta davanti. Silente, però, sembrava non farci caso, e anzi conversava con lui come fosse stato un vecchio amico.

“Mi scuserà se la cena non è molto ricca, ma vede, io conduco una vita molto ritirata. Sono sindaco di questo paese da una ventina d’anni, e se tutto va bene conto di rimanere tale. Purtroppo il nuovo regime non mi vede di buon occhio, ma dovrei riuscire a trovare un accordo soddisfacente. Solo Minerva mi fa compagnia, è una vecchia amica. E lei, cosa faceva?”

“Io…” deglutì Piton, cercando di ritrovare la parola. “Ero farmacista. Ho sempre avuto un talento per le pozioni…”

“Davvero? Ma che combinazione! Ho un amico, in un villaggio poco lontano da qui, che avrebbe proprio bisogno di un farmacista nuovo, il loro villaggio è rimasto senza. Potrei proporla per il posto.”

“I-io non… non credo sia una buona idea. Non prenderanno mai un ex-forzato.”

“Oh, non si può mai dire. Se non la prenderà, venga pure di nuovo da me, e vedrò come aiutarla. Ma ne parleremo con più calma domani.”

La conversazione continuò ancora un po’ sulla situazione politica del paese, che davvero non era buona. Il Partito dei Mangiamorte, dopo anni di insistita campagna politica, aveva finalmente vinto le elezioni, e il loro capo, Tom Orvoloson Riddle, era stato eletto Ministro della Magia. Tempi duri si preannunciavano per tutti coloro che non facevano parte della ristretta cerchia dei Purosangue, vale a dire per la stragrande maggioranza del paese, un paese già messo in ginocchio da tutta una serie di fatti violenti. Tuttavia, Albus Silente parlava di tutto questo con apparente calma, come se si trattasse di una parentesi, un momento particolarmente delicato ma non eterno.

Venne l’ora di andare a dormire, e Silente in persona mostrò all’ospite la sua stanza. O, per essere più precisi, lo spinse quasi dentro, visto che Piton, di fronte a quelle quattro mura e a quel soffice materasso, sembrò essersi di nuovo bloccato. Sorridendo, Silente lo lasciò solo dopo avergli augurato la buonanotte, e andò a godersi anche lui il sonno dei giusti.

***

La mattina dopo, Silente fu risvegliato dalle alte lamentele di Minerva, che si sentivano ben oltre la cucina. Incuriosito, si mise la sua vestaglia e andò a chiedere cosa fosse successo di così grave.

“Albus, guarda!” rispose la donna, indicandogli per tutta risposta la credenza dell’argenteria aperta, e completamente vuota. “Il tuo ospite ha preso tutta questa roba ed è scappato durante la notte! Dobbiamo avvisare gli Auror!”

“Perché?” chiese Silente. “L’ho sempre detto che quel servizio d’argento era un po’ uno spreco. Se gli può essere utile…”

“Utile?” esclamò la donna, gli occhi fuori dalle orbite. “Utile? Albus, forse tu non capisci che quello è un ladro! Probabilmente se la venderà per comprare non so cosa, e darsi ad altri fur…”

Minerva non aveva nemmeno finito di parlare, quando bussarono alla porta. Albus andò ad aprire, e si trovò davanti tre Auror: uno aveva in mano un sacco, da cui spuntava la sua argenteria, gli altri due invece trattenevano Severus Piton. L’uomo aveva un brutto taglio sulla fronte, probabilmente ricevuto in seguito a qualche resistenza all’arresto, e teneva lo sguardo basso, per non dover guardare in volto l’uomo che aveva ricompensato così male della propria gentilezza.

“Signor sindaco” disse l’Auror col sacco. “Abbiamo trovato quest’uomo poco fuori dal paese con la sua argenteria. Dice che voi gliel’avete regalata, dopo averlo ospitato in casa per la notte.” C’era un ghigno sulla faccia dei tre Auror, il ghigno di chi sa riconoscere una bugia e già pregusta il suo smascheramento.

“E’ vero” disse sorridendo Silente, sbalordendo tutti quanti. Incredulo, Piton adesso trovò la forza di sollevare gli occhi, verso l’uomo anziano che ancora sorrideva, mentre si chinava su di lui e lo aiutava a rialzarsi.

“Mio caro amico, si rialzi, si rialzi” lo invitò. “Potete togliergli le manette, signori? Non credo ci sia più nessuna ragione per trattenerlo. Avete fatto il vostro dovere, ora rilasciatelo.”

Con qualche riluttanza, gli Auror obbedirono. Era chiaro che non credevano a una sola parola del loro sindaco, ma non potevano certo contraddirlo. Sciolto Piton dalle manette, se ne andarono scuotendo la testa, disapprovando il comportamento assurdo del loro sindaco.

“Venga adesso” disse di nuovo Silente all’indirizzo di Piton, ponendogli una mano sulla spalla. “Faccia colazione con noi. Poi, le scriverò la lettera per quell’amico mio di Spinner’s End. Non vorremo sprecare una buona occasione, vero?”

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