Mathesis di Phidia

"Aveva portato a termine il suo compito brillantemente, passando coscientemente persino sulla vita dell’unico uomo che avesse mai avuto un significato per lui, dell’unico uomo che avesse avuto fiducia in lui, che l’avesse guardato come un figlio. E poi era morto. Sì. E non aveva desiderato altro per tutti quei diciassette, lunghi anni. Ma non avevano voluto lasciarlo nella pace che aveva tanto bramato, non avevano voluto che rimanesse in quello stato di perenne ed eterno oblio di sé e del mondo che il fato, generoso per una sola volta, gli aveva voluto donare. No, bastardi. Avevano voluto manovrare i naturali eventi, piegarli al loro egoistico volere, fare un patto con la morte, stringere le sue mani nere e putrefatte, e prelevarlo da quel riposo nel nulla per riportalo alla fatica del tutto, senza che lui lo volesse."

Alcune volte ciò che ci preme sapere e conoscere è già dentro di noi. Dobbiamo soltanto riuscire a comprendere la combinazione di quel grande criptex che è la nostra anima, allineare le giuste lettere della parola segreta ed avremo la chiave del tutto. "Mathesis" è il percorso che fanno Severus Snape ed Hermione Granger, individualmente ed unitamente, per giungere alla conoscenza di quella combinazione.


Categoria: Post-DH Personaggi: Hermione Granger, Minerva McGranitt, Nuovo personaggio, Severus Piton
Era: Harry Post-Hogwarts (1998-)
Generi: Introspettivo, Romantico, Sentimentale
Lunghezza: A Capitoli
Pairing: Altro
Avvertimenti: Libri di Testo, No Epilogo, Nomi Originali, OOC (Fuori Canon)
Sfide: Nessuno
Series: Nessuno
Capitoli: 2 Completa: No Parole: 13033 Read: 7547 Pubblicata: 09/09/10 Aggiornata: 21/11/10
Note alla storia:

Devo ammettere che non amo molto queste premesse che precedono una storia: le trovo dispersive e distolgono l'attenzione da ciò che interessa realmente il lettore. Tuttavia mi trovo costretta per spiegare che sarà, appunto, una storia a capitoli ( la mia prima a più "puntate" in generale, e su Harry Potter in particolare), incentrata sopratutto sui due personaggi principali da me trattati. Due personaggi che adoro moltissimo: Hermione Granger e Severus Snape - quest'ultimo maggiormente.

Ci sono cinque avvisi importanti: 1) Ho deciso di tenere il nome originale di Snape perché la traduzione italiana del cognome non esprime, a mio parere, realmente l'essenza di questo personaggio così "s-quadrato" e difficile da "quadrare", e potrà capitare anche che troviate nel corso della lettura nomi originali, sempre per lo stesso motivo; 2) Il nome della fanfiction "Mathesis" è latino ed è di derivazione greca, naturalmente; significa propriamente "apprendimento, conoscenza". Il perché di questo titolo? Lo troverete nelle Note finali; 3) Il titolo di ogni nuovo capitolo sarà anch'esso in latino, oppure in greco testuale, e troverete sempre la sua traduzione in italiano affianco o nelle note al capitolo.Questo perché il latino/greco ha la grande, grandissima capacità di riassumere in una singola parola concetti che in italiano siamo soliti esprimere con una frase intera e perché, di conseguenza, il latino/greco, per me, riesce ad essere più profondo e "concentrato"; 4) Troverete molto probabilmente dei termini tipicamente Potteriani - il cui merito di inventiva non va a me, ma alla grande Rowling - che ho preso da un altro libricino, di cui la Row ha parlato più volte all'interno della saga e che ha pubblicato realmente, ossia " Gli animali fantastici: dove trovarli - Newt Scamandro ". Ovviamente, troverete alla fine di ogni capitolo la spiegazione di quel determinato termine, usato in quel capitolo; 5) Non so se e quanto piacerà questa storia, cui comunque tengo moltissimo, ma vi avviso che non ho molto tempo per scrivere e meno ancora per postare quello che scrivo, ciò significa che - anche se cercherò di pubblicare il più puntuale possibile - sfaserò sicuramente; spero mi scuserete per questo, ma tra l'università e lo studio il tempo è esiguo alquanto.

Bene, grazie mille per aver letto questa premessa parafrasante, e grazie anticipatamente a chi leggerà ed a chi avrà la pazienza e la voglia di commentare.

Buona lettura!

Phidia

Capitolo 1 - Cupiditas di Phidia
Note dell'autore:

- Il titolo del capitolo tradotto significa "ambizione, desiderio".

- * Demiguise: Il Demiguise si incontra in Estremo Oriente, anche se solo con gran difficoltà, perché è in grado di rendersi invisibile quando minacciato e può essere visto solo da maghi abili nel catturarlo. Il Demiguise è una bestia erbivora pacifica, simile nell'aspetto a un grosso scimmione, con grandi occhi neri e tristi molto spesso celati dal pelo. Tutto il corpo è ricoperto di pelo lungo, sottile, setoso, argenteo. Alle pelli di Demiguise viene attribuito un gran valore perché il pelo può essere filato per fare Mantelli dell'Invisibilità.

- * Lethifold: Noto anche come Velo Vivente, il Lethifold è per fortuna una creatura rara diffusa unicamente nei climi tropicali. Assomiglia a un mantello nero dello spessore di oltre un centimetro (più spesso se di recente ha ucciso e digerito la vittima) che scivola sul suolo di notte. Tramite il resoconto del mago Flavius Belby, he ebbe la fortuna di sopravvivere, sappiamo che in genere il Velo Vivente aggredisce chi dorme, perciò le sue vittime hanno di rado la possibilità di usare qualsivoglia magia contro di esso. Una volta che la sua preda è stata soffocata con successo, il Lethifold la digerisce lì stante, nel suo letto. Poi abbandona la casa appena più spesso e grasso di prima, senza lasciare alcuna traccia di sé o della vittima. 

Mathesis

 

 

 

Capitolo I - Cupiditas

 

 

 

 

 

Seduta al tavolo della propria cucina, gomiti appoggiati al bordo del legno scuro, continuò a rigirare il liquido ambrato nella sua tazza finemente intagliata che teneva fra le mani, ormai calde grazie al tepore irradiato dalla ceramica. Quel calore bruciante che sentiva sui palmi, fastidioso, la faceva sentire meglio. Le provocava una sorta di intorpidimento dei sensi, le annebbiava momentaneamente le facoltà mentali, che volteggiavano ormai slegate tra loro nella periferia del suo cervello.
E non era poi così male.
Tè nero doppio con qualche goccia di limone e niente zucchero, grazie.
Sempre perfetto quando riceveva certe notizie.
Soprattutto se di mattina.

Dal un lato del tavolo guardava assorta fuori dalla finestra, posta davanti a sé, facendo scorrere il suo sguardo ambrato sul bellissimo giardino di stampa quasi autunnale, che era riuscita a riportare all’ordine così faticosamente.
Cedri, pini, abeti, cipressi: per anni le erbacce avevano potuto liberamente crescere ed inghiottire nella loro espansione ogni pianta presente in quell’ampio terreno, nascondendo alla vista rare meraviglie della botanica britannica di cui non ricordava neanche di averne degli esemplari. Proprio da lei, nella sua vecchia villa nello Scottyshire.
Ghignò al pensiero della vastità di piante che era riuscita a riportare alla luce: la Sprite sarebbe di certo impazzita di gioia a quella vista.
A quel punto sentì svanire il sorriso dal viso, sbatté gli occhi diventati ormai asciutti, ed abbassò lo sguardo alla sua sinistra.
Il foglio dispiegato di pergamena era ancora là, faceva sfoggia di sé in bella vista, spavaldo, incurante dello sconquasso che era riuscito a creare con poche, semplici parole.
L’osservò con timore, come si potrebbe osservare uno schiopodo sparacoda perfettamente adulto nella propria cucina.
Riflettendo su quanto poco simpatico sarebbe stato ritrovarsi uno schiopodo sparacoda adulto e sicuramente arrabbiato nella propria cucina, si alzò per posare la tazza nel lavandino.
Sospirando ed appoggiandosi al marmo del ripiano, scostò un lato della tendina della finestra, immergendo gli occhi ancora una volta in quello spettacolo rosso autunnale.
Piccolo espediente per distrarre la mente.
Inutile.
Quando quasi un anno prima si era trasferita in quella villetta, sperava di rinchiudercisi dentro per un lasso di tempo vicino ad una decina d’anni.
Almeno.
Avrebbe trascorso le sue giornate nella sua casetta accogliente, ciondolando nella sua amatissima ed ormai fornita biblioteca per la maggior parte del tempo; avrebbe curato da efficiente editor i futuri libri che il Ghirigoro le commissionava, ed avrebbe gironzolato qua e là per il suo appezzamento di terra, approfondendo così i suoi studi di erbologia e sperimentando nuove pozioni con le piante raccolte nel suo laboratorio sotterraneo.
Niente incontri, niente approcci, niente confronto, nessuna possibilità di fare conoscenze. Nessun pericolo, niente di niente.
Decisamente la scelta migliore. Isolamento totale, soltanto lei e la natura.
Tuttavia, non avrebbe mai pensato di poter ricevere una proposta come quella che il giorno prima era arrivata fra il frusciare delle ali di Leotordo ed il suo continuo stridere per la felicità di esser riuscito a portare la missiva tutta intera.
Da Londra alla sua ormai dimora c’era sicuramente un bel po’ d’aria da attraversare.
Osservandolo, comodamente appollaiato su ciò che ormai era divenuto il suo trespolo -  la cima del frigorifero - si annotò mentalmente di dargli una ricompensa.
E di fargli cambiare la scelta del nido.
Tanto, ormai, da quanto aveva potuto leggere sul piccolo pezzetto di carta che aveva trovato legato alla zampa del gufetto, sarebbe stato suo per il resto dei suoi giorni.
Forse avrebbe potuto portarlo con sé, sperando che evitasse di provocare gli altri gufi decisamente più grossi di lui.
Si fermò nell’atto di lavare la tazza.
Effettivamente, ammise, aveva già preso in modo inconscio la sua decisione.

Si era sorpresa non poco, quando in allegato al pezzetto microscopico di carta, aveva preso dal becco del piccolo assiolo la lettera.
Soprattutto perché nessuno sapeva dove si era trasferita.
Nessuno tranne le persone essenziali, ovviamente.
E chi aveva inviato quella lettera, non era stato decisamente informato del suo trasferimento.
Le sue mani avevano tremato appena nello scorgere il sigillo impresso a caldo nella ceralacca che univa i due lembi di pergamena; i suoi occhi si erano leggermente aperti per la sorpresa mentre scorrevano quella calligrafia fine ed elegante che aveva già letto per la prima volta il giorno del suo undicesimo compleanno.
Arrivata alla fine della lettera, l’aveva appoggiata sul tavolo senza una parola, e come un automa si era diretta alla mensola delle emergenze posta sopra la cappa dei fornelli, per prepararsi il suo amato tè nero.

Dopo tutto quel tempo…
Aveva la possibilità di tornare in quella che era stata la sua casa per sette lunghi anni.
Hogwarts.
Ogni qualvolta quel nome le usciva dalle labbra, poteva assaporarne il gusto dolce-amaro nella bocca, il gusto particolare che si sente pensando a ciò che è stato.
Il gusto del passato.

Erano successe così tante cose da quando le alte ed imponenti facciate in pietra medievale l’avevano salutata, sparendo dietro gli alberi secolari mano a mano che la carrozza si allontanava, che non sapeva cosa aspettarsi, non sapeva neanche immaginare cosa aspettarsi.
Una sua piccola parte, però, quella che in qualche modo era rimasta tra quelle antiche e fredde mura, quella che si era inspiegabilmente assopita da qualche tempo, ora bussava con insistenza per farsi sentire, rammentandole che inconsciamente l’aveva sempre sperato e che non era una possibilità così remota da escludere.
Soprattutto considerando il suo alto grado di preparazione.
Ma trovarsi realmente di fronte a quella possibilità su cui si era fermata, dovette ammettere, più volte a fantasticare, proprio in quel periodo così sconquassato dai recenti avvenimenti accaduti, proprio quando stava cercando di rimettere insieme i pezzi della sua vita in un nuovo puzzle…beh, quella proposta era un problema.

O forse una soluzione.

Con un movimento improvviso, riprese il foglio e se lo rigirò fra le mani, pensierosa, sperando forse che potesse ispirarla. Si sorprese così di notare un piccolo post scriptum nell’angolo destro che prima le era sfuggito, probabilmente sbalordita dalla notizia.

 

 

 


                 

“ P.S.: Sai bene quanto tu saresti ben accolta qualora scegliessi di accettare la mia proposta, cosa che, ti confesso, spero vivamente.
Hogwarts sarà sempre disponibile per te, Hermione.

Un abbraccio ed un sincero augurio, qualunque sia la tua rispossta.

Minerva "





 

Con un sospiro alzò lo sguardo davanti a sé, fino ad incontrare il suo riflesso nel vetro della finestra.
Quello che le veniva restituito era l’immagine di una giovane donna, dallo sguardo sempre un pò indecifrabile, dal profilo sicuro, ed una malinconica tristezza che veniva a farle visita solo in alcuni istanti.
Si rese allora finalmente, pienamente conto dell’opportunità avuta.

Forse fu per il dolce e rassicurante tubare di Leotordo, forse per le materne e sincere parole di Minerva che ancora le aleggiavano in testa, forse per il pensiero di tutto quello che aveva passato e che stava ancora passando, o forse fu proprio per tutto questo messo assieme…

Decisa si diresse velocemente fuori dalla cucina, i capelli color miele svolazzanti.
Lo stridio di Leotordo, indignato per il repentino cambiamento, la seguì fino all’intimo salottino finemente arredato da lei stessa anni prima.
A grandi passi lo attraversò; prima che fosse troppo tardi si ricordò di saltare in tempo sul grande tappeto che ricopriva gran parte del parquet scuro, ed evitò così di inciampare di nuovo sull’orlo invisibile.
Accanto alla nota per Leo, registrò di spostare quel dannato tappeto: lavorato dalle sapienti mani dei folletti, era una chicca di rarità grazie al prezioso pelo di Demiguise*  ed alle rare pelli di Lethifold*, intrecciati a fili di Unicorno e tessuto, che rendevano come risultato un tappeto molto simile ad un gigantesco mantello dell’invisibilità.
Doveva soltanto capirne ancora l’utilità.
Dopo averlo sorpassato senza – sorprendentemente – incespicamenti, entrò di filato nel suo studio personale, cui si accedeva tramite una porta posta accanto alla credenza del salottino; accese il fuoco nel camino alla sua destra con un cenno impercettibile della bacchetta e si accomodò così alla grande scrivania di mogano.
Febbrile cercò, tra le varie scartoffie che ingombravano la scrivania, carta e penna mentre Leotordo faceva il suo ingresso con uno stridio.
“Non adesso Leo, per favore.”
Ansiosa aprì un cassetto, temendo seriamente di essere rimasta a corto di pergamene pulite.
Un altro stridio.
“Leo, dopo avrai la tua ricompensa, aspetta solo un minuto.”
Trovati.
Immersa la penna nel calamaio, sicura, cominciò a trascrivere in parole la sua scelta.
Con un ghigno un fugace pensiero le attraversò la mente: le erbacce del giardino avrebbero presto ripreso la loro occupazione.

 




                                     

 

 

 

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Non ce la faceva più.
Stava correndo a perdifiato da soli cinque minuti e già le faceva male la milza.
Era passato un po’ di tempo da quando per la guerra contro Voldemort doveva correre così. Non c’era più abituata.
Ma questo non la fece rallentare, non vedeva l’ora di arrivare a casa per dare la bellissima notizia che aveva potuto appurare al Ministero, mentre a metà mattina firmava annoiata delle scartoffie alla sua scrivania; probabilmente Ron non ne sarebbe stato entusiasta tanto quanto lei, ma sicuramente avrebbe condiviso almeno in parte la sua felicità.
Girò l’angolo, evitando per un soffio di gettare a terra un uomo dall’aspetto quantomeno troppo eccentrico persino per un mago, e senza neanche scusarsi continuò a galoppare, seguita da urla indignate.
Destra, sinistra, ancora destra.
Non aveva neanche pensato di smaterializzarsi direttamente a casa, tale era la sua felicità e la sorpresa.
Eccola.
Finalmente arrivò al cancelletto in ferro battuto della graziosa casetta coloniale; lo aprì di colpo e si fiondò dentro casa sfondando quasi la porta.
“Signora, ben torn…”

Non si premurò neanche di salutare Winky all’ingresso o di chiederle dove fosse lui; non si premurò di chiedere il motivo di quel velo di paura che avrebbe sicuramente scorto nell’elfa se si fosse solo fermata un attimo.
Semplicemente corse su per le scale, facendo rimbombare i suoi passi frettolosi fino alla sua camera da letto, fino alla loro camera da letto.
La aprì di scatto.
“Amore, non ci crederai mai, è successa una cosa bell…issima…”
Le parole le morirono in gola, alla vista che aveva davanti.
“Hermione…”
Un sussurro, una supplica, uscì dalle labbra di Ron, spaparanzato a letto, presumibilmente nudo, con accomodata sul suo bacino a darle le spalle una donna dai capelli scuri.
La donna si girò di scatto a quel nome e guardandola spaventata si sistemò affianco a lui, coprendosi con le lenzuola, in un gesto di pudore che poco si sposava con ciò che molto probabilmente aveva fatto nelle ultime ore.
Ron...”
Hermione… pensavo fosse Winky…
Non riusciva più a vedere nulla, né lui né lei, né quella che era stata la loro camera da letto per anni. Non sentiva più nulla, né le suppliche di Ronald, né lo sguardo timoroso della donna, né il battito furioso del suo cuore che faceva un gran male al costato.
Dopo aver direttamente guardato quegli occhi azzurri, forse per l’ultima volta, si girò di scatto e fece all’inverso il corridoio, giù per le scale.
Non capiva di chi erano quei singhiozzi, li sentiva troppo lontani, eppure c’erano.
Passò davanti a Winky ancora ferma all’ingresso e non seppe come ma riuscì a vedere la maniglia della porta abbastanza da poterla afferrare ed uscire così da quella casa, da quella vita, dalla vita di lui.

 

 

Si alzò di colpo a sedere, gli occhi spalancati, il respiro corto ed i capelli scarmigliati sul viso.
Una mano corse al cuore, l’altra a scostare i boccoli dagli occhi.
L’aveva sognato di nuovo.
Dopo ancora quasi un anno l’aveva sognato di nuovo.
Non sapeva se essere più sorpresa per quello che aveva sognato o per il fatto di averlo sognato.
Sospirò e con movimenti meccanici si districò dal groviglio di lenzuola che le si era avvolto al bacino per il troppo muoversi, e sedette sul bordo del grande letto a baldacchino.
Guardò l’ora sulla sveglia sopra il comodino e con un gemito vide l’orario che segnava: “11 : 34” del mattino.
Il sole era infatti ormai quasi allo zenit, ed i suoi caldi raggi attraversavano indisturbati la finestra al suo fianco, colpendola dolcemente in viso.
Erano mesi che non dormiva così tanto.
Effettivamente, pensò, la notte passata era rimasta sveglia fino a tardi, seduta sulla poltrona in pelle davanti al fuoco scoppiettante, nella sua piccola ma fornita biblioteca adiacente la camera, a pensare e ripensare a quali libri le sarebbero stati utili per il compito che avrebbe effettuato di lì a pochi giorni, e quali, invece, le avrebbero solo appesantito la borsa.
E così non si era resa conto dello scorrere del tempo, arrivando a coricarsi solo alle due del mattino.
Si alzò con uno sbadiglio, e, rabbrividendo per il cambio improvviso di temperatura, resistette all’impulso di coricarsi di nuovo sotto le calde coperte.
Tuttavia, il rumore che sentì subito dopo le fece dimenticare immediatamente il senso di intorpidimento che aveva.
Il suono inconfondibile di chi entra in casa senza essere stato invitato le era giunto chiaro alle orecchie.
Si stupì del fatto che le protezioni poste da lei attorno alla dimora non avessero incominciato a suonare, facendo da allarme.
Questo significava che il suo ladro era un mago.
Ed un mago molto esperto, per giunta.
Prese subito la bacchetta da sotto il cuscino – certe abitudini non sarebbero passate così in fretta – e, con i sensi all’erta, si diresse velocemente ma senza far rumore fuori dalla porta della sua camera, incurante del soffio gelido che la investì attraverso la sottile camicia da notte, giunta nel pianerottolo.
Subito si appoggiò la punta della bacchetta sulla testa, e si applicò un incantesimo di disillusione: regola numero 7/a del “Codice del perfetto Auror”.
Se l’avesse sentita parlare così il suo ex-capo, Schecklebolt, le avrebbe stretto la mano.
Gettò quindi uno sguardo al corridoio in penombra, e vide tutto al suo posto: i mobili, i soprammobili e le porte chiuse. Esattamente come aveva lasciato tutto il giorno prima.
Si mosse allora a sinistra, avvicinandosi alla ringhiera in legno delle scale che continuava il percorso del muro di fronte, e si azzardò a gettare uno sguardo al di sotto.
Con sommo dispiacere per sé, notò la porta dell’ingresso appena socchiusa ed il tappetino con su scritto “Welcome” girato di 90 gradi.
Sì. Decisamente qualcuno era entrato a farle una visita non gradita.
Dopo aver applicato un incantesimo di silenzio alle scale, cominciò a scenderle in fretta.
Giunta al piano di sotto, non molto lontano da dov’era, sentì dei passi allontanarsi, e fermandosi lì, con malcelata calma, chiuse gli occhi, mentre temeva quasi che il tamburellare incessante del cuore l’avrebbe fatta scoprire.
Subito li riaprì.
Sentì i passi tornare indietro, e mentre cercava di prevedere da dove sarebbe apparso il suo caro ladro, un altro rumore le giunse all’orecchio, quasi provenisse dal salottino posto in fondo all’ingresso alla sua sinistra. Provò a concentrarsi.
Era sembrato…sì, sembrava una sorta di tonfo seguito da un borbottio sconnesso.
Scivolò allora piano rasente al muro, e continuò fino a raggiungere la porta.
Quando lo fece, poté notare che questa rimaneva socchiusa, chiaro segno della presenza di qualcuno all’interno della stanza.
Prima di andare a dormire aveva l’abitudine di chiudere tutte le porte.
Trovando difficoltà ad inghiottire sbirciò tra lo stipite e la porta, e, tra la poca luce che filtrava attraverso le tende abbassate, riuscì a scorgere solo il lembo di un mantello nero a terra.
Prendendo un grande respiro e bacchetta sguainata davanti a sé, spinse la porta di scatto.


“ Stupefi…! ”

Le parole le morirono in gola di fronte all’ironia della scena che le si parava davanti.

Ecco spiegato il mantello nero come la pece.

Sdraiato sulla pancia, lungo disteso al centro della stanza tra il divano ed il tavolo, aggrovigliato dai piedi al busto nel tappeto di Demiguise, ed i capelli lunghi e neri, più del suo mantello, sul viso, stava Severus Snape.
Al suo ingresso improvviso aveva alzato di scatto gli occhi, nerissimi, sorpreso poi di non vedere altro che l’ingresso oltre la porta.
Prima che potesse recuperare la bacchetta, scivolata alla sua destra, e sferrarle uno schiantesimo la cui potenza l’avrebbe tenuta molto probabilmente per qualche anno al San Mungo (anche se il fatto che non l’avesse ancora presa le suggeriva che era davvero imbrigliato), con un cenno di bacchetta sciolse l’incantesimo di disillusione precedentemente applicato e lo guardò, con un misto di poca pietà e di grande derisione.

“Buongiorno, Professor Snape.”

Lui la fissò sbalordito, ancora supino sul tappeto, apparentemente incapace di proferir parola alcuna.
Quella scena non l’avrebbe dimenticata neanche con un Oblivion.

 







                                                       

 

 

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Era scocciato.
Entrò come una furia nera nei suoi quartieri, tra lo svolazzare del suo mantello.
Era tremendamente ed insopportabilmente scocciato.
Chiuse la porta alle sue spalle talmente forte che avrebbe potuto scardinarla.
A grandi passi raggiunse la sua scrivania, e dopo averla aggirata si lasciò cadere sulla sedia dall’alto ed austero schienale.
Con un sospiro si portò una mano al viso, prendendo la base del naso tra l’indice ed il pollice, in un gesto che molto spesso l’aveva calmato.
Non bastava il fatto che quella vecchia megera gli avesse affibbiato ad un mese dall’inizio dell’anno scolastico il compito di portare avanti per un pò anche le lezioni di Trasfigurazione, oltre a quelle di Pozioni, eh no!
Come se non gli fossero già abbondantemente sufficienti quelle zucche vuote che lui aveva il compito gravoso di tentare, inutilmente, di riempire con i suoi grandi sforzi, ne aveva altre!
In aggiunta, non soddisfatta dell’enorme mole di lavoro affidatogli tranquillamente un mese prima, con quei suoi modi spicci e secchi – che non erano cambiati minimamente da quando era divenuta Preside – adesso questo!
Non aveva neanche interpellato altri professori, prima di chiamarlo.
Aveva già deciso tutto, probabilmente, ed aveva già deciso anche di renderlo partecipe della sua decisione solo all’ultimo secondo, in modo da metterlo di fronte al fatto compiuto ed in modo che non potesse obbiettare.
Indice e pollice strinsero maggiormente la base del naso.

 

“Credo sia una buona idea, inviare te, Severus.” gli aveva detto – quasi fosse una missiva – guardandolo da sopra gli occhiali quadrati, seduta nella sedia dietro la scrivania del ben noto ufficio del Preside.
Probabilmente aveva notato l’indurirsi della sua espressione ed aveva interpretato nel modo corretto il suo silenzio, perché subitamente aveva proseguito con un tono più dolce, quasi materno, ed una strana espressione negli occhi ormai segnati dalla vecchiaia e dalla stanchezza.

“Sai che è necessario. Potrebbe avere bisogno di aiuto, e non c’è persona di cui mi fidi più di quanto mi fidi di te.”

 

Ecco.
Quello era stato un colpo basso.
Minerva sapeva bene dove andare a far leva con lui.

“Inoltre,” aveva proseguito alzando la voce e tornando ai suoi consueti modi aridi “trovo sia assai saggio e rispettoso che sia proprio l’attuale insegnante di Trasfigurazione a dare il benvenuto a quello nuovo.” aveva concluso, appoggiandosi all’alto schienale ed attendendo un suo cenno.
Aveva notato allora che il soggetto del grande quadro posto dietro la donna gli aveva fatto un cenno d’assenso in segno d’approvazione, per poi sorridergli amabilmente con gli occhi ilari da dietro le inconfondibili lenti a mezzaluna.
Avrebbe dovuto immaginarlo.
Quei due pazzi erano d’accordo.

Era tornato allora a guardare Minerva.
Osservandola, aveva sentito una gran voglia di rifiutarsi di adempiere a quella ulteriore seccatura.

Formulato il pensiero, la sua mente era corsa ad un anno prima.

Non sapeva ancora cosa provare esattamente, riguardo agli avvenimenti che erano successi.
Forse avrebbe dovuto provare sollievo, forse gratitudine.
Tutti coloro che avevano vissuto abbastanza da superare i tempi oscuri, tutti quelli che quindi avevano visto la storia con i loro occhi, ed anche tutti coloro che, fortunati, erano nati dopo e ne erano venuti a conoscenza solo dai libri e dai racconti dei genitori, tutti, si aspettavano che fosse proprio quello lo stato in cui si sarebbe dovuto trovare.
Si aspettavano grandi cerimonie da parte sua, e grandi discorsi strappa lacrime.
Ma erano rimasti delusi, naturalmente.
Con trepidazione, chi aveva avuto la possibilità di vederlo cercava di notare il barlume di un sorriso, sperava di vedere un’aria di riconoscenza sul suo volto sempre imperscrutabile e granitico.
Riconoscenza.
Riconoscenza per aver potuto stringere fra le mani una seconda possibilità di vita, riconoscenza verso quella donna dai capelli sempre stretti in una severa crocchia che nel suo ufficio l’aveva fissato immobile, in attesa, quasi riuscisse a sentire le sue elucubrazioni.

Forse, ancora, avrebbe dovuto provare felicità.

Quasi non era riuscito a trattenere uno sbuffo di scherno a quel pensiero.
Cosa che si lasciò sfuggire adesso, adesso che era chiuso nel suo studio, adesso che era solo.
La felicità gli era stata preclusa da molto tempo, ormai.
Non sentiva sollievo, non gratitudine, né riconoscenza, e tanto meno provava od aveva provato anche per un solo istante felicità.
La verità era che non sentiva proprio niente.
La verità era che avrebbe volentieri gridato a tutti quegli sciacalli, che, avidi, aspettavano un suo cambiamento, che erano tutti dei ritardati e dei pazzi.
Ritardati, perché non avevano ancora compreso l’entità delle loro scelte e le ripercussioni di tali scelte sulla sua misera vita.
Pazzi, perché solo dei pazzi potevano realmente credere che una seconda vita – a lui, proprio a lui! – avrebbe potuto anche solo lontanamente far piacere.

Nonostante questo, ripresosi, in un gesto meccanico si era stretto i lembi del mantello nero attorno al corpo, ed aveva piegato impercettibilmente la testa, in un chiaro segno di assenso.
La donna allora l’aveva guardato in uno strano modo, per poi chinarsi assorta su dei fogli della scrivania.
A quel punto non avevano più niente da dirsi, e così si era diretto veloce verso la porta.
Proprio quando stava per aprirla la voce della donna l’aveva bloccato.
“Allora ti consiglio di prepararti subito, Severus, vorrei che andassi proprio stamattina dato che da oggi sono iniziate le vacanze di Halloween, ed hai, perciò, il tempo necessario a disposizione.”
 
Era sicuro che se si fosse girato avrebbe visto il suo sguardo accendersi ilare.
Dopo aver ascoltato in silenzio, e trattenendosi dal sospirare, aveva abbassato la maniglia per uscire da quel calvario.
Ma evidentemente la megera non aveva ancora sparato tutti i colpi nella bacchetta.

“Ed inoltre,” ormai stava per attraversare l’uscio “ti consiglierei vivamente di portati dietro qualche ricambio.”

Si era fermato di botto.
E, girandosi lentamente su se stesso, aveva leggermente inarcato un sopraciglio, attendendo chiarimenti.
Lei aveva abbandonato le scartoffie, e lo aveva osservato con lo stesso sguardo di poco prima, forse in attesa che esplodesse.

“Qualche ricambio, Minerva…?”

La sua voce, sempre inflessibile, aveva mostrato un piccolo tentennamento.
A quelle parole gli occhi della strega si erano fatti ancora più strani.

“Esatto, Severus. Qualche ricambio. Ed aggiungerei anche qualche tua pozione se fossi in te, e se ti può far sentire più sicuro avere una piccola scorta di emergenza. Non si sa mai.”
Senza accorgersene i suoi piedi si erano mossi un po’ in avanti, mentre il cervello stava cominciando a registrare il probabile significato di quella frase.

“E perché mai, Preside, dovrei portarmi appresso armi e bagagli oltre alla sola cosa sufficiente per un “compito” – aveva accompagnato le parole con una nota sarcastica e con un gesto della mano sinistra – del genere, ossia la bacchetta? ”
Sentiva una strana sensazione, uno strano formicolio alla base della nuca che non gli presagiva nulla di buono.
“Perché non credo, Severus, che alla Signorina Granger farebbe piacere dover sentire il suo coinquilino che puzza per tre giorni.”
A quelle parole si era dovuto aggrappare saldamente alla maniglia, quasi caricando tutto il suo peso su quel dannato pezzo di metallo.

“Granger…coinquilino…tre giorni…?” per la prima volta dopo tanto tempo aveva farfugliato.
“Che cosa vorresti dire, Minerva…?” le aveva chiesto con lo sguardo più nero del solito.

Lei per tutta risposta era tornata a dedicare la propria attenzione alle scartoffie.
“Esattamente ciò che ho detto, Severus. Passerai tre giorni con la Signorina Granger, durante i quali, approfittando delle vacanze a disposizione, fornirai con molta calma e pazienza le direttive essenziali all’insegnamento, se vedrai che sarà necessario.”
Aveva parlato piano, con il tono che si usa per spiegare ad un bambino disubbidiente che, no, non si gioca con le forbici.
Apparentemente indifferente alla situazione, aveva continuato a fare scorrere la penna su delle pergamene.

“Io credo proprio che non ce ne sarà alcun bisogno.” aveva ringhiato di rimando.
“A quanto mi è stato riferito, la Granger ha alle spalle abbastanza esperienza da non dover necessitare del mio intervento.” aveva scandito a denti stretti, mentre le nocche delle mani diventavano via via più bianche.

“Suppongo di no, è vero, ma credo che un ripasso non solo su Trasfigurazione, per appurare le sue qualità didattiche, ma anche in generale su un po’ tutte le materie strettamente collegate con essa, quali Erbologia, Difesa contro le Arti Oscure, ed in primis Pozioni, sarebbe decisamente auspicabile. Sai quanto me, Severus, che i professori di Hogwarts devono avere una conoscenza che spazi in tutti campi, e che non si cristallizzi solo sulla materia d’interesse.”

Avrebbe davvero voluto prenderle quella piuma e ficcargliela dritta in gola.

“Ti ricordo, inoltre, che puoi sentirti libero di prendere anche un giorno in più, ma ti pregherei di tornare qui insieme a lei almeno il giorno prima la festa di Halloween, se non due, in modo che la nuova professoressa possa familiarizzare con il proprio ruolo e conoscere i membri del corpo insegnante nuovi per lei.”
Si era concessa allora una pausa per alzare gli occhi dalla scrivania e – l’avrebbe giurato – solo per potersi godere lo spettacolo di lui, livido di rabbia masticata tra i denti quasi digrignanti, e le sopraciglia talmente aggrottate da far sembrare di avere un singolo, lungo monociglio.

“Ma suppongo di poter contare sulla tua, come dire, naturale esigenza di puntualità.” lo aveva detto con un tale brillio negli occhi castani da poter far invidia a Silente stesso.
Così, gettandogli un ultimo sguardo, si era ritirata dietro la Gazzetta del Profeta.
Questo era troppo.

“Minerva…” aveva ringhiato, non intenzionato a sottostare a quell’insulso incarico.

Lei, per tutta risposta, aveva fatto apparire gli occhi da sopra il giornale per guardarlo con le sopraciglia alzate, come se si fosse dimenticata di qualcosa.

“Ah, sì. Buona permanenza, Severus.”

Detto questo, indifferente, si era rituffata di nuovo nel quotidiano.


Ed ora se ne stava lì, seduto alla sua scrivania a sistemare le ultime cose, rodendo dalla rabbia.
Maledetta megera.
Non gli aveva dato neanche un preavviso di qualche ora, incastrandolo così in quel seccante compito.
Era tutto pronto come sempre.

Aveva preparato la sua settimana in modo da avere sette lunghi giorni di relax, lontano da mocciosi dalle teste di legno: si sarebbe alzato verso le nove, piuttosto che alle sette e mezza del mattino, e dopo aver fatto colazione – fingendosi interessato alle vuote conversazioni dei suoi colleghi, e sopportando la vista di quei marmocchi petulanti – si sarebbe rintanato nelle sue stanze per l’intero giorno a preparare alcune pozioni che aveva dovuto accantonare per dare precedenza al lavoro.
Si sarebbe staccato dal calderone o dai suoi amati libri solo per i pasti, e poi, alle undici di notte, sarebbe andato a dormire.
Una vita tranquilla, insomma.

Ed invece no
.

I suoi piani migliori dovevano sempre essere sventati, in qualche modo.
Chissà cosa diavolo era successo a quella sciocca ragazzina perché aspettasse così tanto per rispondere alla lettera di Minerva.
Ed inoltre, qualora non le fosse successo nulla, doveva farle pure da “professore”.
Di nuovo.
Sospirò e spostò la mano che teneva il naso per andare a coprire gli occhi stanchi.
Ma chi voleva prendere in giro.
Sapeva benissimo che la causa della sua reticenza non era solo quella.
Non poteva più nasconderlo.
Non a se stesso, almeno.
Incontrandola di persona, senza nessuno attorno, lo scontro sarebbe stato inevitabile, in un modo o nell’altro.
Quelle domande che da mesi e mesi gli frullavano in testa stavano divenendo sempre più pressanti ed insistenti.
Di solito le allontanava come si scacciano le mosche.
Ma poi quelle, quando meno se lo aspettava, quando abbassava la guardia, quando era solo, nei suoi quartieri, lontano dal vociare degli studenti, gli ritornavano in mente a tradimento.
Era combattuto su cosa decidere.
Voleva avere delle risposte, doveva se voleva chiudere definitivamente con il passato.
Ed il problema era quello però.
Perché al contempo non poteva riuscirci.
O forse non voleva.
Non poteva sperare seriamente di vivere davvero.
Il suo passato, ciò che aveva fatto, le scelte sbagliate che aveva preso, che avevano segnato molte persone, non solo lui, gli avevano macchiato l’anima, la coscienza, il cuore.
In modo indelebile.
Non poteva anelare a poter vivere la vita come tutte le persone ormai avevano già incominciato a fare, dopo la sconfitta di quel pazzo degenerato dieci anni prima.
La sua mente, il suo cuore, il suo stesso corpo erano troppo stanchi.
Tutti e tre portavano i segni delle sue decisioni.
Ogni volta che si guardava allo specchio, ogni singolo giorno della sua miserevole vita, vedeva sulla sua pelle i segni del passaggio di una vita sotto la sua bacchetta.
Ogni singola cicatrice gli rammentava quante giovani e vecchie esistenze gli fossero parse così insignificanti e vuote da metterci la parola fine.
Non poteva sperare davvero.
La speranza è per chi ha qualcosa per cui vivere.
Quel suo qualcosa era morto con Voldemort.
Il suo unico appiglio alla vita, ciò che per anni lo aveva tenuto in piedi, evitando che cadesse in ginocchio, ciò che gli aveva dato la forza di guardare dritto in quelle iridi rosse il Signore Oscuro e che gli aveva fatto sopportare tutte le cruciatus che l’avevano investito con ferocia, era svanito quando Potter li aveva liberati tutti.
Ora, non aveva più nulla per cui lottare, per cui alzarsi la mattina, per cui mangiare, per cui insegnare, per cui voltare pagina.
Era costretto a vivere di nuovo una vita a metà, una vita spezzata.
L’unico lembo che univa i due blocchi di allora era Lily.
Era la promessa che aveva fatto, piangente, sulla sua tomba il giorno in cui tutto cambiò.
Era la vita di Harry Potter.
Ed infatti aveva portato a termine il suo compito brillantemente, passando coscientemente persino sulla vita dell’unico uomo che avesse mai avuto un significato per lui, dell’unico uomo che avesse avuto fiducia in lui, che l’avesse guardato come un figlio.
E poi era morto.
Sì.
E non aveva desiderato altro per tutti quei diciassette, lunghi anni.
Ma non avevano voluto lasciarlo nella pace che aveva tanto bramato, non avevano voluto che rimanesse in quello stato di perenne ed eterno oblio di sé e del mondo che il fato, generoso per una sola volta, gli aveva voluto donare.
No, bastardi.
Avevano voluto manovrare i naturali eventi, piegarli al loro egoistico volere, fare un patto con la morte, stringerle le sue mani nere e putrefatte, e prelevarlo da quel riposo nel nulla, per riportalo alla fatica del tutto, senza che lui lo volesse.
Ed una di questi maledetti pazzi che l’avevano voluto strappare da quell’oscurità così confortante era stata lei.
Proprio lei.
Senza accorgersene strinse le mani attorno ai braccioli, fino a conficcare le unghie macchiate dalle pozioni nell’imbottitura, fino a non far passare più sangue nelle dita.
Si era sempre chiesto il perché, più volte dopo aver compreso ciò che era successo, dopo aver messo a fuoco la situazione grazie anche alle parole pacate di Minerva.
Eppure nonostante i lunghi discorsi e le lunghe risposte che la Preside, paziente, gli aveva dato alle sue domande, non riusciva a darsi una spiegazione razionale al suo intervento in quella scelta.
Perché tra tutte le persone nel mondo magico, sicuramente molto più preparate di lei, e sicuramente molto più desiderose di poter partecipare ad un procedimento così unico, di poter dire di essere stato importante per la “rimpatriata” del grande ed eroico Severus Snape, perché proprio lei aveva insistito così tanto come gli aveva detto Minerva?
Si era tormentato per questo.
Voleva capire.

Con un gesto stanco si spostò quella cortina nera dal viso.
Sospirando si massaggiò gli occhi con due dita, e si alzò facendo strisciare la sedia sul pavimento.
La prima cosa che doveva fare, comunque, era compiere l’incarico affidatogli.
Poi…sarebbe arrivato anche il momento del poi.
Proprio in quell’istante sentì un leggero “poff”, proveniente dal di fuori della porta del suo studio, seguito da un veloce bussare.
Felice di poter riversare sulla malcapitata vittima tutta la sua frustrazione e pronto ad assalire chiunque avesse avuto intenzione di disturbarlo in un momento in cui era più nero del solito, si diresse veloce alla porta e la spalancò di colpo, per poi fermarsi di fronte a quella vista.
Fuori dai suoi quartieri, in piedi sulle gambette verdi e scheletriche, con i grandi occhi blu fissi su di lui, stava un elfo domestico con un pezzetto di carta tra le piccole mani ed in mezzo a quelle che potevano benissimo essere valigie.
A quelle che, precisamente, erano le sue valigie.
Sentendo il suo umore raggiungere i meno cento, si rivolse all’elfo con il viso che esprimeva una calma mortale.


“Cosa dovrebbero essere questi, di grazia?” la voce con cui lo disse, in effetti, era alquanto sepolcrale.

“Prof-fessor Snape, signore, sono i suoi b-bagagli, signore…”, gli occhi della creatura raggiunsero grandezze esorbitanti, fino ad assomigliare a due pluffe, forse perché avevano notato che il suo sopraciglio era scattato subito in alto, a formare un arco poco rassicurante.
“La Preside McG-Granitt ha inviato B-Blinky a portargliele perfettamente preparate per l’occorrenza, così ha detto a Blinky, si-signore, ed ha a-anche detto che ha sosp-peso momentaneamente le protezioni per farle u-usare la smaterializzazione, signore…”
La vena della tempia cominciò a pulsare vistosa, e le labbra divennero una sola linea austera.
Visto che continuava a rimanere zitto e fermo e si limitava ad osservare la creatura – perché se avesse parlato sarebbe stato solo per scagliare urlando un Avada Kedavra in direzione dell’insetto –,  l’elfo-Blinky cominciò a tremare sugli stecchini instabili che si ritrovava per gambe.
A quel punto, pensando che non sarebbe stato piacevole ricevere un richiamo dalla megera per aver ucciso un elfo con un infarto, decise di mandarlo via, per il suo bene.

“Bene…”
L’elfo si rilassò.

“ORA SPARISCI!” urlò con sguardo maniacale.

Terrorizzato, l’elfo-Blinky, si girò a sinistra lanciando per aria il pezzetto di carta, e si dileguò correndo per i sotterranei, squittendo qualcosa su “questo non era previsto nelle mansioni” e lasciando armi e bagagli ai suoi piedi.
Il fatto che non si fosse smaterializzato gli suggeriva che probabilmente l’aveva davvero spaventato.
Riluttante, notò il pezzo di carta a terra e lo afferrò.

 



“ 161, Road Phidiana, Scottyshire.
Anche se sei certamente un grande mago, non sei altrettanto certamente un indovino.
Perciò non potresti raggiungerla senza indirizzo.

Ancora buona permanenza,
Minerva”

 



L’accartocciò fremente per poi gettarlo a terra, e, con un gesto stizzito, tolse la bacchetta dall’interno della veste, puntandola verso le valigie e spostandosi di lato, per farle levitare all’interno del suo studio.
Seguendole le portò al centro, sul grande tappeto.
Controllato che tutto fosse al suo posto, puntò la bacchetta dietro di sé, sulla porta, e le applicò un incantesimo di protezione, qualora qualche impavido moccioso avesse voluto fare una visita ai suoi quartieri.
Fatto ciò, la infilò nella veste e prese le valigie nelle mani.
Lanciò un ultimo sguardo al proprio studio circolare, sconsolato per le sfumate vacanze, e prendendo un bel respiro roteò su se stesso, pensando che quelli che stava andando a passare sarebbero stati giorni lunghi e difficili.

 

 

Note finali:

Mathesisl'arte combinatoria, così Leibniz chiamava la Mathesis Universalis, cioè lo studio finalizzato alla scoperta dei segreti della natura. Il concetto si basa sul pensiero del geniale filosofo catalano Raimondo Lullo, che immaginò un meccanismo composto da cerchi concentrici, ognuno dei quali avente un movimento rotatorio indipendente dall'altro. Il confronto, il rapporto, l'accostamento tra lettere e simboli contenuti nei cerchi rotanti doveva servire alla soluzione dei problemi ed all'espansione del sapere; da ciò infatti la traduzione in "approfondimento, conoscenza". Quì, da me, naturalmente viene intesa in una accezione più meramente sentimentale ed introspettica. Quì, la Mathesis vuole essere processo di apprendimento e di conoscenza di sé da parte dei personaggi. E come nella concezione originaria, anche in questa fanfiction l'accostamento di determinati simboli ed indizi da parte del personaggio di Severus Snape forse ci darà una visione di sé che ci consentirà di capirlo meglio e di conoscerlo, almeno secondo il mio punto di vista. Questo perché vedo Severus Snape un po' come un enigma, come una sorta di criptex che contiene al suo interno il segreto della sua persona, e, come nel criptex, solo allineando tra loro le lettere giuste, nella giusta sequenza, si potrà aprire l'enigma e scoprire cosa c'è al suo interno.

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