Ricordi e rimpianti di Ida59

Un mago scuro in una notte nera, con i suoi ricordi colmi d’ardente passione ed i suoi amari rimpianti.


Categoria: Post-DH Personaggi: Albus Silente, Narcissa Malfoy, Nuovo personaggio, Severus Piton
Era: Harry a Hogwarts (1991-1998)
Generi: Drammatico, Introspettivo, Sentimentale
Lunghezza: Oneshot (1000-?)
Pairing: Piton/OC
Avvertimenti: AU (Alternate Universe), OC (Personaggio Originale), Songfic
Sfide: Nessuno
Series: Nessuno
Capitoli: 1 Completa: S Parole: 1906 Read: 5089 Pubblicata: 05/04/17 Aggiornata: 05/04/17
Ricordi e rimpianti di Ida59
Note dell'autore:


Masnadieri - Atto Primo, Scena terza

 
Venerabile, o padre, è il tuo sembiante
come il volto d'un santo. Oh, sia tranquillo
il sonno tuo! T'involi
al dolor della vita, e ti consoli.
M'hai bandito il mio Carlo; ogni mia gioia
per tua cagion perdei,
ma con te corrucciarmi non potrei.
 
Lo sguardo avea degli angeli
che Dio creò d'un riso…
I baci suoi stillavano
gioir di paradiso.
Nelle sue braccia!...un vortice
d'ebbrezza n'avvolgea,
come due voci unisone
sul core il cor battea.
Anima uniasi ad adima
fuse ad un foco isttesso;
e terra e ciel pareano
stemprarsi in quell'amplesso.
Dolcezze ignote all'estasi
d'un immortal gustai;
sogno divin! ma sparvero,
nè torneran più mai.
 
 
NOTE
 
L’aria è cantata da un soprano, mentre nella storia è sempre e solo Severus a interpretarne le parole.
Ho usato l’intera canzone salvo la parte del verso "M'hai bandito il mio Carlo" di cui ho alterato in parte il significato legandolo al fatto che, dopo aver ucciso Silente, Severus si trova come bandito dal mondo magico per il quale, invece, ancora combatte e rischia la vita.
Il venerabile padre naturalmente è Silente, mentre il personaggio che ha lo sguardo degli angeli (Carlo Moor nell’opera) diventa la donna che Severus ama e che ha invece dovuto lasciare per compiere il proprio dovere ed obbedire all’ultimo ordine di Silente.
 
Link a youtube: https://www.youtube.com/embed/UAYA3Jfo6zA


Ricordi e rimpianti

 
La figura nera del mago si fondeva con la notte, quasi sciogliendosi in essa: senza alcuna luce scendeva con cautela la riva scoscesa per raggiungere l’acqua che scorreva tranquilla sotto lo sguardo rassegnato delle prime stelle di una notte che, ancora, sarebbe stata troppo lunga per la sua povera anima straziata.
Era finalmente riuscito ad allontanarsi dall’orrore che lo opprimeva ormai da giorni, da quando in quella notte agghiacciante aveva obbedito all’ultimo ordine di Albus.
Conosceva piuttosto bene il grande parco dell’antica villa dei Malfoy per sapere come muoversi anche senza l’ausilio della luce e in quale angolo recondito rifugiarsi, là dove non lo avrebbero trovato facilmente.
Molte cose erano cambiate nei possedimenti intorno alla dimora gentilizia, dai suoi giorni di giovane Mangiamorte alla ricerca del sapere e del potere, ma l’accesso al corso d’acqua che alimentava le eleganti fontane davanti all’ingresso era rimasto sempre impervio, ancor più difficile da individuare in mezzo alla folta vegetazione che era cresciuta disordinata mentre il padrone era relegato ad Azkaban, l’anno precedente.
Severus si sistemò tra le radici in parte esposte di un grande albero, la schiena appoggiata al tronco nodoso: non era una posizione comoda, ma almeno era solo, lontano dagli schiamazzi volgari degli altri Mangiamorte. Aveva colto il sospiro amaro di Narcissa, lo sguardo rassegnato mentre lui lasciava di soppiatto il grande salone; aveva distolto gli occhi da quelle tristi iridi azzurre che, colme di pianto materno, un anno prima lo avevano indotto a stringere il Voto Infrangibile: aveva già dannato la propri anima per salvare quella innocente di Draco, non poteva fare altro per lei.
Era solo, nel silenzio nero della notte, la luce fredda delle stelle lontane che si rifletteva nell’acqua che scorreva tranquilla e indifferente ai suoi piedi.
Solo, con i suoi rimorsi. I suoi rimpianti. E i suoi ricordi.

Venerabile, o padre, è il tuo sembiante
come il volto d'un santo. Oh, sia tranquillo
il sonno tuo! T'involi
al dolor della vita, e ti consoli.
[M'hai bandito il mio Carlo][1]; ogni mia gioia
per tua cagion perdei,
ma con te corrucciarmi non potrei.

 Anche Albus era solo: dormiva nella Tomba Bianca. Un sonno tranquillo, quello del caro amico, ormai lontano dal dolore della vita. Un sonno ben diverso dal suo, agitato dagli incubi tremendi che i suoi rimorsi ogni notte gli creavano nella mente, straziando a fondo il suo cuore, facendolo svegliare nel mezzo della notte, un lampo verde che gli lacerava ancor di più l’anima, mentre la sua voce fredda e insensibile ripeteva all’infinito le parole di morte.
Rivedeva ancora il viso del caro vecchio, il volto sorridente dell’uomo che amava come un padre, anche se non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo.  Però aveva avuto la forza di obbedire al suo ultimo, tremendo ordine. Ancora adesso, dopo una settimana, si chiedeva dove l’avesse mai trovato, quel coraggio…
Un lungo sospiro, colmo di amarezza, sfuggì alle labbra sottili serrate in una stretta linea nel volto pallido.
A sprazzi rivedeva il vecchio viso di Albus, bianco nella calma della morte, mentre Hagrid lo portava tra le braccia e lo adagiava sulla tavola di marmo bianco. L’aveva visto da lontano, solo grazie alla magia, già inesorabilmente bandito da quel mondo per il quale, invece, ancora rischiava ogni giorno la vita. Era  nascosto tra le pendici della collina dietro la Foresta Proibita e non aveva potuto nemmeno avvicinarsi, inginocchiarsi davanti all’amico perduto, al padre che lo aveva accolto dandogli una seconda possibilità. Aveva dovuto ricacciare indietro tutte le sue cocenti lacrime, strozzare in gola ogni straziato gemito.
Ripensandoci ora, nel silenzio amico della notte, il volto di Albus gli ricordava l’immagine beata racchiusa nella medaglietta che gli aveva regalato la nonna, quel santo che la povera vecchia sempre implorava affinché il figlio smettesse di ubriacarsi. Chissà dove era finita… Con tutta probabilità era rimasta da qualche parte nella casa di Spinner’s End, volutamente accantonata come tutto il resto della sua infelice infanzia. Strano che proprio in quel momento gli tornasse in mente…
O forse non era poi così strano.
Di nuovo era solo, rifiutato da tutti, accettato solo dai suoi orribili compagni di morte. Ma forse era meglio dire invidiato e temuto.
Sapeva che sarebbe accaduto, che ubbidendo all’ordine di Albus avrebbe perso tutto e sarebbe di nuovo sprofondato all’Inferno, perfettamente conscio di ciò che stava scegliendo, questa volta.
Eppure, non poteva certo prendersela con il caro, vecchio stratega, con il padre che gli aveva chiesto di dimostrargli fino in fondo la sua lealtà con quel gesto imperdonabile, con quelle parole orrende. Poteva prendersela solo con se stesso, con la scelta sbagliata fatta da un ragazzo che cercava la sua vendetta contro il mondo che lo aveva umiliato.
Aveva perso tutto, di nuovo.
E la colpa era sempre e solo sua.
Aveva perso Lily, un tempo, e adesso aveva dovuto rinunciare anche a lei.

Lo sguardo avea degli angeli
che Dio creò d'un riso…
I baci suoi stillavano
gioir di paradiso.
Nelle sue braccia!...un vortice
d'ebbrezza n'avvolgea,
come due voci unisone
sul core il cor battea.
Anima uniasi ad adima
fuse ad un foco isttesso;
e terra e ciel pareano
stemprarsi in quell'amplesso.

Severus chiuse gli occhi e si abbandonò alla dolcezza dei ricordi, all’amore cui aveva dovuto rinunciare a causa delle colpe del suo passato.
In un attimo la rivide davanti a sé, lo sguardo luminoso e azzurro più del cielo, l’angelo del perdono e dell’amore che aveva saputo far tornare a vivere il suo cuore. Quel cuore che aveva irrimediabilmente creduto morto, congelato nel rimorso della colpa e nel rimpianto di un sogno d’amore perduto, di un futuro che le sue stesse parole avevano ucciso.
Sentì il profumo inebriante della sua donna solleticargli le narici e inondarlo di irresistibile desiderio.
Il suo dolce angelo gli sorrideva e con lo sguardo gli regalava un pezzo di cielo limpido e terso nel quale il suo futuro risplendeva, libero dalle catene della colpa, il presente finalmente affrancato dal passato.
Severus serrò forte gli occhi ad impedire che inutili lacrime rigassero le sue guancie.
E sospirò, un lungo sospiro amaro.
Talvolta gli pareva che quei mesi meravigliosi fossero stati solo un sogno, un sogno che improvvisamente s’era mutato in un incubo tremendo.
Aveva perduto tutto, un’altra volta, proprio come quando Lily era morta.
Ora, però, era diverso.
Lily era stata solo un sogno d’amore perduto. Ma lei… lei l’aveva amata per davvero, l’aveva stretta con ardente passione tra le sue braccia, l’aveva baciata con intensità e nel miele di quei baci aveva trovato l’estasi.
Aveva gustato il sapore del Paradiso, solo per tornare all’Inferno e soffrire ancora più di prima, dannato non solo nell’anima e nel cuore, ma anche nel corpo. Quel suo corpo che, assaggiata la sensuale passione dell’amore, ora continuava a bramarla, con implacabile ostinazione, senza più potere averla.
Gli sembrava d’averla ancora tra le braccia, sentiva il suo profumo, e la pelle morbida e calda sotto le dita sottili, e il sapore delle sue labbra…
Un gemito di desiderio spezzò il tranquillo scorrere dell’acqua nella scura notte silente.
Severus la strinse a sé, nell’ardente passione di un ricordo perduto ma troppo vivido nella sua mente e nella sua carne. Lambì piano le sue labbra con la punta della lingua, tremante di desiderio, mentre gli abiti svanivano sotto le sue roventi carezze, le sue mani che volevano di più, sempre di più…
Il mago si sentì avvolgere dalla stessa ebbrezza che provava quando, con instancabile dedizione, la amava per l’intera notte, fin quando le stelle cedevano il passo ai primi, delicati raggi del sole del nuovo giorno. Era stata una passione ardente, inarrestabile, che aveva unito i loro cuori e le loro menti, e che nel congiungere i loro corpi aveva legato indissolubilmente anche le loro anime.
Ricordava quando affondava ripetutamente in lei, trattenendo l’infuocato desiderio che cercava impellente soddisfazione; quando le loro bocche si univano, l’una scoprendo gli intimi segreti dell’altra, rubandosi a vicenda il respiro, i loro nomi che come roventi sussurri riempivano l’aria insieme ad eterne promesse d’amore.
I loro cuori battevano all’unisono, all’impazzata in quell’amplesso infinito, traboccante d’amore; e si guardavano negli occhi, cielo luminoso ed abisso oscuro, e le loro anime si conoscevano e si riconoscevano, si comprendevano e si compenetravano ogni istante sempre di più; ed i loro corpi si incendiavano, nell’estasi intensa d’amore, strettamente avvinti, come se fossero una stessa carne bruciata dallo stesso ardente fuoco.
E il tempo svaniva intorno a loro, la notte che si faceva giorno ed il giorno che si mutava in notte, in lei l’accecante splendore del giorno ed in lui l’oscuro bagliore delle profondità notturne.

Dolcezze ignote all'estasi
d'un immortal gustai;
sogno divin! ma sparvero,
nè torneran più mai.

Un altro gemito straziato spezzò la notte.
L’aveva perduta, perduta…
Il suo dolce e meraviglioso amore, la sua unica ragione di vita.
Una lacrima scese lenta sulla guancia pallida, solo le stelle a vederla, troppo fredde e lontane per comprendere il dolore della sua rinuncia.
Aveva dovuto lasciarla, allontanarla da sé, respingerla…
Non voleva ricordare il suo sguardo, cielo che s’oscurava, e le sue parole, e le sue lacrime…
Avrebbe solo voluto stringerla stretta a sé, al suo corpo che la desiderava con indomabile passione, al suo cuore che anelava quel dolcissimo amore, alla sua anima che bramava il perdono.
Invece doveva obbedire all’ultimo ordine di Albus. Doveva compiere il suo dovere, fino in fondo, per espiare le sue colpe alla ricerca di un’impossibile redenzione.
Il suo passato era tornato prepotente nel suo presente e, di nuovo, aveva distrutto il futuro.
Come avrebbe mai potuto perdonarlo ancora? Come poteva, il suo splendido angelo del perdono, riuscire a  comprendere anche quel gesto tremendo?
Severus riaprì gli occhi, nero abisso di disperazione immerso nel nero della notte.
Era stato in Paradiso e aveva gustato il nettare di un amore meraviglioso; ma ora doveva sorbire, fino all’ultima goccia, l’amaro calice delle sue colpe.
Il mago emise un lungo sospiro e tornò all’incubo infernale della sua realtà.
Sentiva delle voci in lontananza, risate sguaiate ed urla eccitate.
Non poteva appartarsi oltre: si staccò dal tronco dell’albero e si arrampicò veloce sulla riva emergendo dal folto fogliame.
Narcissa era là, immobile, bionda ed irreale nella sua veste dalle delicate tonalità turchine, abbracciata dal nero della notte.
La bella strega conosceva bene il suo nascondiglio: era stata lei a mostrarglielo, tanti anni prima.
- Stanno venendo a cercarti, Severus, – sussurrò appena, gli occhi azzurri fissi sulla lacrima che ancora brillava sulla gota pallida del mago. – ero venuta ad avvertirti…
Severus annuì appena, la mano che veloce cancellava ogni traccia d’umanità e poi cercava la maschera d’argento nella tasca interna del mantello.
- Mi dispiace… - sussurrò ancora Narcissa, la voce incrinata dal pianto.
Severus rimase immobile, la maschera stretta tra le dita sottili.
- Grazie per ciò che hai fatto per Draco.
Le lacrime bagnarono le belle guancie della strega che non riusciva a sorridergli, nonostante si sforzasse di farlo..
- Ho solo fatto il mio dovere. – rispose il mago, senza alcuna intonazione nella voce, mentre portava al volto la maschera e si allontanava volgendole rapido le spalle.
Sì, aveva compiuto ancora una volta il suo dovere, obbedendo all’ordine del suo unico, vero padrone.
E aveva perduto l’amicizia e l’amore.
Quell’amore divino che nessuno, intorno a lui, aveva mai conosciuto: il mago era sicuro che nessuno aveva saputo amare come lui aveva amato né che, mai, alcun mortale era stato amato come lei lo aveva amato, conoscendo, accettando e perdonando ogni sua colpa.
Le urla erano sempre più vicine e le risate sempre più volgari. Si premette forte la maschera sul volto pallido, ancora bagnato da quella lacrima d’amore, e continuò con passo deciso.
La sua era una ben magra consolazione perché di quell’amore incantato gli erano rimasti solo ricordi e rimpianti.
 
 

Note finali:

[1] Qui ho alterato in parte il significato legandolo al fatto che, dopo aver ucciso Silente, Severus si trova come bandito dal mondo magico per il quale, invece, ancora combatte e rischia la vita.

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