Note al capitolo

Ciao! Questa è una nuova long che sto scrivendo. Ci troviamo nel mondo del mago più famoso: Harry Potter! Volevo ringraziare come sempre Lily_10 per avermi aiutato a scrivere e correggere quasta nuova storia. Fatemi sapere cosa ne pensate perchè tengo molto alla vostra opinione. Alla prossima!

   

L'uomo si smaterializzò con un sonoro crak sull'androne piccolo e buio barcollando leggermente.
'E' questo il posto?' si chiese fra sè e sè, fissando la porta in legno.
'Credo fosse questo il posto dove dovevi arrivare...' gli suggerì una voce nella sua testa.
L'uomo afferrò la maniglia, ma questa non cedette. Spinse contro il legno, tastandolo con la mano, ma la porta non si mosse di un centimetro.
'Dannazione. C'era una parola, ne sono sicuro...' si disse mentre la bacchetta gli scivolava in mano. '...qualcosa con la a...'
'Alohomora', suggerì la voce quando la punta toccò la serratura, e questa scattò con un rumore secco.
L'uomo spinse la porta, che si aprì con un scricchiolio sinistro, rivelando un corridoio immerso nell'oscurità.
Avanzò lentamente, con un espressione confusa, e in un gesto automatico alzò la mano a tastare il muro. Trovò l'interruttore, e lo premette.
La luce si accese illuminando un piccolo corridoio stretto, e l'uomo quasi trasalì davanti a quella vista.
'Dove sono?' si chiese avanzando con passi pesanti 'che posto è questo?'
Passò davanti ad una credenza, e attraverso la vetrina scorse numerose foto di persone che gli erano sconosciute.
'Qua ci abitavano dei babbani...' rispose la voce dentro la sua testa, mentre la mano gli scivolava lungo il vetro.
'E che fine hanno fatto?'
'Non lo so...ma ora siamo soli'.
L'uomo si addentrò nella piccola abitazione, e scorgendo una porta socchiusa, si avvicinò ad essa.
Entrò nella stanza, e notò che era deserta, come il resto della casa.
Si sedette sulla sedia davanti alla scrivania, e si lasciò andare sullo schienale, emettendo un lungo sospiro di stanchezza.
-Chi sei?-, chiese ad alta voce, rivolgendosi a sè stesso.
'Non lo so...non ne ho la più pallida idea...secondo te?' gli rispose la voce per l'ennesima volta.
-Non sei...reale. Non sei un fantasma, non sei un infero. Sei nella mia testa...-, l'uomo abbassò il capo per un attimo, come riflettendo, poi lo risollevò di nuovo. -Tu esisti nella mia testa-.
'Cosa ci è successo...cosa diavolo ci è successo?' Chiese la voce, in tono esausto.
-Non...-, l'uomo cominciò a balbettare, mettendosi le mani fra i capelli. -Non riesco a ricorda nulla, niente!-.
Si alzò all'improvviso, come in preda ad un'attacco di rabbia.
-Non so neppure come mi chiamo!-, esclamò alzando le mani.
'E' ovvio, no? La nostra memoria è stata modificata, danneggiata...'
-Danneggiata?!-, urlò l'uomo ad alta voce. -Non ho più una memoria! Non ho più un rimasuglio della mia vita, e come se fossi morto nella mia testa!-, gridò con quanto più fiato aveva in gola, e scagliando per terra i libri appoggiati alla scrivania.
'Ci deve essere un motivo se smaterializzandoci siamo arrivati qui. Qualcosa ci ha guidato, ci ha guidato in questo posto!'
Ma l'uomo non stava più ascoltando; qualcosa per terra aveva catturato la sua attenzione.
Si chinò a raccogliere uno dei libri che aveva fatto cadere, un volume spesso rilegato in una copertina ricca di strani ghirigori.
Come guidato da un qualche istinto, si sedette alla scrivania e aprì il libro.
Una nota scritta a mano in una calligrafia frettolosa riempiva tutta la prima pagina.
Se stai leggendo questa pagina, vuol dire che qualcuno ha cancellato la mia memoria. Sono consapevole delle informazioni che la mia mente contiene, e sono consapevole del fatto che qualcuno un giorno potrebbe volerle, per questo lascio la mia eredità in questo diario. Spero con tutto il cuore che io sia riuscito a trovare un modo per tornare in questo posto, e che tu sia me. 
Leggi con attenzione queste pagine, e riprenditi la tua vita, la nostra vita.
Ti chiami Mike Winter, sei nato il 4 luglio 1980, a Lamezia Terme, Italia e ti sei trasferito a Timworth, Cornovaglia, un anno dopo la tua nascita. Sei un mago.
L'uomo fissò per un'eternità quelle parole, scritte da quella calligrafia frettolosa e irregolare, e per minuti non riusci a pensare a niente.
Infine, girò la pagina, e cominciò a leggere.

Mi era sempre piaciuto prendere il treno. Non succedeva spesso, e quasi sempre significava una sola cosa: Londra.
Mentre osservavo le fredde colline della Cornovaglia scorrere fuori dal finestrino, non riuscivo a contenere la mia eccitazione.
Quel giorno avevo aperto gli occhi ritrovandomi undicenne, e soprattutto con la consapevolezza che da lì a poche ore sarei stato nei negozi di Diagon Alley. E questa volta, finalmente avrei potuto comprare tutte quelle cose che per anni avevo desiderato.
Ero già stato a Diagon Alley in passato. E tutti gli anni era la stessa storia, i miei genitori dovevano trascinarmi via di peso da davanti alle vetrine; avrei passato anche ore a osservare gli animali esotici, a rovistare tra i libri, o a studiare le bacchette. Soprattutto quest'ultime avevano sempre avuto un certo fascino su di me. Essendo cresciuto in una famiglia di maghi, avevo sempre invidiato l'abilità dei miei genitori nel praticare la magia. Mi affascinava ogni singola cosa che implicasse l'uso di una bacchetta, dall'accendere un fuoco al ripulire l'orto dalle erbacce, e non vedevo l'ora di averne una tutta per me.
Mentre il treno si avvicinava alla periferia di Londra, io continuavo ad agitarmi sul sedile e a fare domande su Diagon Alley e Hogwarts.
Mio padre mi fulminò con lo sguardo e mi intimò di fare silenzio: stavo attirando l'attenzione di troppi babbani.
Mia madre, seduta accanto a lui, sbuffò per l'ennesima volta. Odiava il fatto di essere stata costretta a prendere il treno, a discapito della Metropolvere, più comoda e veloce. Ma dopo il casino scoppiato due anni prima, quando il baule di Mark si era perso finendo nel camino di una famiglia di Ottery St Catchpole, avevamo deciso che fosse meglio spostarsi in questo modo per situazione del genere.
Mark sedeva di fianco a me, silenzioso come sempre, immerso nella lettura di un libro sui lupi mannari. La passione per la lettura era una delle poche cose che io e mio fratello avevamo in comune, per il resto non potevamo essere più diversi.
Già dai primi sobborghi, Londra appariva come una città magnifica ai miei occhi. Essendo cresciuto nel piccolo villaggio di Tinworth, nella Cornovaglia, la grande città esercitava sempre un certo fascino su di me.
Arrivati a King Cross, scendendo dal vagone del treno, il mio sguardo si posò in maniera indiretta sul muro di mattoni tra il binario 9 e 10. In quell'afosa mattina di luglio, la piattaforma era deserta. Non ebbi neanche il tempo di guardarla per più di qualche secondo che mia madre già mi trascinava verso l'uscita della stazione.
Il centro di Londra appariva caotico esattamente come lo ricordavo. I babbani si riversavano ovunque, in un frenetico via vai tra i marciapiedi e le scale. Sapevo che probabilmente era pieno di maghi e di streghe fra tutte quelle persone, ma era impossibile riconoscerli. Persino noi ci eravamo vestiti da babbani quel giorno, per non attirare troppo l'attenzione sul treno.
Il Paiolo Magico svettava in tutto il suo squallore tra una libreria e un negozio di strani dischi neri. Come al solito, i babbani passavano frettolosi davanti all'edificio ignorandone l'esistenza, ma molti maghi e streghe si riversavano dentro, spesso seguiti dai figli.
Il locale quel giorno era più pieno che mai. Numerose famiglie dovevano essere venute a Diagon Alley per le spese della scuola, e il Paiolo Magico risuonava del vociare dei ragazzi.
Non mancai di notare il solito manipolo di stregoni incappucciati che bisbigliavano tra di loro nell'oscurità, immersi nei loro loschi affari.
Mio padre si avvicinò al bancone e Tom il barista, notandolo, si lanciò in un'animata conversazione con lui, mentre mia madre mi guidava verso il retro del locale.
Non vedevo l'ora di assistere allo spettacolo dell'entrata che si allargava nel muro di mattoni, ma quel giorno rimasi deluso: c'era un tale via vai di maghi che avevano semplicemente deciso di lasciare il varco aperto, e ci toccò infilarci nella piccola coda che si era creata a partire dal corridoio.
Per mia sfortuna, davanti a noi avevano uno stregone particolarmente grosso, che con il lungo mantello violaceo copriva tutta la visuale impedendomi di vedere.
Dopo un paio di minuti che mi erano parsi un'eternità, finalmente superammo il varco, e Diagon Alley si presentò in tutto il suo splendore.
La lunga strada era completamente invasa da una folla rumoreggiante, chi negoziava con i venditori ambulanti, chi si spostava da una vetrina all'altra, chi trasportava borse e carrelli pieni di merce, chi urlava in cerca di amici o parenti. Ai lati si susseguivano vetrine di ogni tipo. Alcuni negozi vendevano abiti, altri telescopi e bizzarri strumenti d'argento che non avevo mai visto prima; c'erano vetrine stipate di barili, contenenti milze di pipistrello e pupille di anguilla, pile traballanti di libri di incantesimi, penne d'oca e rotoli di pergamena, boccette di pozioni e globi lunari.
Mentre io mi guardavo intorno meravigliato, Mark era già corso in avanti a incontrare alcuni suoi compagni di scuola. Io ovviamente feci per seguirlo, ma mia madre mi prese per il colletto, dicendomi che quel giorno non mi sarei staccato da lei, e che, anzi, dovevamo sbrigarci data la quantità di negozi da visitare. Sbuffai seccato mentre lei mi trascinava facendosi spazio tra la folla, ma appena misi piede nel Ghirigoro dimenticai ogni rancore.
Avevo sempre adorato i libri. Era il metodo migliore che conoscevo per vivere grandi avventure senza spostarmi di un centimetro, che nella vita monotona di un bambino erano una vera e propria benedizione.
Mi avvicinai a una libreria, e cominciai ad esaminare i libri di storia della magia, quelli sull'alchimia, gli incantesimi, e infine la sezione di narrativa. Ero immerso nella lettura delle Fiabe di Beda il Bardo, quando sentii qualcuno poggiarmi una mano sulla spalla. Mi voltai, e mi ritrovai davanti Ace.
-Signor Winter, i miei più sinceri auguri!-, disse lui con il suo solito tono sarcastico. Per scherzo, aveva preso da qualche mese l'abitudine di chiamarmi per cognome.
-Ace, anche tu qui?-, chiesi contento di vederlo.
Ace Simth era il mio migliore amico. Abitava a due case di distanza da me, a Timworth; i nostri genitori avevano frequentato Hogwarts negli stessi anni, e noi eravamo praticamente cresciuti insieme.
-Si, abbiamo incontrato Mark, che ci ha detto che eravate al Ghirigoro-, rispose lui indicando dietro di lui, e sporgendomi vidi la signora Smith che discuteva animatamente con mia madre.
-Che diavolo hai fatto ai capelli?-, chiesi mentre riponevo le fiabe di Beda nella libreria.
-Ah, questi?-, disse indicandosi i cortissimi capelli biondi. -Mio padre si era rotto di vedermi con i capelli lunghi, dice che non mi si addice, ma presto me li potrò far ricrescere da solo. Guarda qui!-, e tutto eccitato mi mostrò una scatola rettangolare che non avevo notato prima.
Rimosse con incredibile delicatezza il coperchio, rivelando una bacchetta. 
-Non ci posso credere, l'hai già presa?-, esclamai pieno di stupore ed invidia.
-Proprio 5 minuti fa, guardala, non è fantastica? Acero, Crine di Unicorno, 12 pollici, sorprendentemente rigida!-, elencò Ace, come se si trattasse di una filastrocca imparata a memoria. -Cosa curiosa, l'ho trovata subito, è stata letteralmente la prima bacchetta che ho provato. Olivander ha detto che è una cosa alquanto rara-, aggiunse con una punta di orgoglio.
-Beato te...-, sospirai io. -Non vedo l'ora di prendere anche io la mia, ma credo ci vorrà ancora un po'-.
-Hai aspettato 11, lunghissimi anni, qualche ora in più non farà la differenza-, rispose lui di nuovo sarcastico. -E a proposito, mancano poco più di 3 settimane!-
Ovviamente erano già mesi che entrambi contavamo i giorni che ci separavano dall'inizio della scuola. Restammo a fantasticare su Hogwarts e ad esaminare la sua bacchetta, fino a che mia madre non emerse dalla coda con un'alta pila di libri tra le braccia.
-Ciao Ace-, lo salutò lei poggiando con un tonfo i volumi su un tavolo. -Clarice mi ha detto che hai avuto particolare fortuna con la tua bacchetta-.
-Esatto, al primo tentativo! Il signor Olivander ha detto che è una cosa molto rara-, ripetè lui tutto orgoglioso, mentre mia madre infilava tutti i libri nella minuscola pochette che portava al braccio. La borsa sembrava inghiottirli come se fosse una gigantesca bocca.
-Salve signora Simth-, dissi io mentre la madre di Ace ci raggiungeva dal fondo del negozio.
-Mike caro, buon compleanno!-, disse lei tutta contenta baciandomi su entrambe le guance. Io boffonchiai un 'grazie' arossendo, mentre John rideva sotto i baffi.
-Emilia, dovrei andare a Notturn Alley a far esaminare un vecchio bracciale che temo possa essere stato maledetto, ti dispiacerebbe prenderti cura di Ace per un po', preferirei non portarmelo dietro-, chiese rivolta a mia madre.
Tra le opposizioni di Ace, il quale per nulla al mondo avrebbe rifiutato una gita a Notturn Alley, mia madre disse che non c'era alcun problema. Così tutti e quattro uscimmo dal negozio, e dopo pochi metri la signora Lane ci salutò, svoltando in una buia stradina, molto meno affollata rispetto al resto di Diagon Alley.
Ace mi disse che erano arrivati di prima mattina con la metropolvere, e che aveva già comprato quasi tutto l'occorrente, quindi mi fece da guida mostrandomi le vetrine e i negozi più interessanti mentre ci facevamo strada nella folla.
Entrammo da 'Madama McClan: abiti per tutte le occasioni', e mia madre mi lasciò nelle mani di una strega tarchiata, sorridente e tutta vestita di color malva mentre lei andava a comprare gli ingredienti per le pozioni, dicendoci di aspettarla lì.
Madama McClan riconobbe Ace, che era stato lì poche ore prima, e lui mi presentò come il suo migliore amico. Era tipico di Ace fare amicizia con tutti, entrava subito in confidenza, e quando cominciava a parlare, non finiva più.
La sarta mi fece salire su uno sgabello, mi infilò una lunga veste dalla testa e cominciò ad appuntarmi per farla della giusta lunghezza.
Dopo neanche una decina di minuti, la mia veste per Hogwarts era già confezionata e imballata, quindi io e Ace uscimmo di nuovo in strada con un grosso fagotto sotto il braccio.
Dato che mia madre non era ancora tornata, ne approfittammo per fare un giro. Ace mi guidò verso il Serraglio Stregato, uno stretto e soffocante negozio di animali con le pareti ricoperte di gabbie piene di ogni tipo di creatura: enormi rospi viola, fiammagranchi, lumache velenose, gatti di ogni colore, corvi e ratti. In un angolo, 4 paia di occhi rosso ardente osservavano il tutto dall'oscurità. Ace voleva avvicinarsi, ma la proprietaria, una strega di mezza età con pesanti occhiali neri, glielo sconsigliò fortemente.
Successivamente andammo a vedere il negozio di quidditch, dove la nuova Nimbus 2000 era esposta nella grande vetrina. 
Una folla composta per lo più di giovani ragazzi si era radunata di fronte ad essa e discutevano animatamente, ma notai anche un'altra figura familiare che svettava sopra le altre.
-Guarda chi si vede-, indicai con un sorriso ad Ace.
-Signor Winter, temo che neanche su una nimbus 2000 riuscirebbe a battere mio padre-, urlò Ace da sopra alla folla.
Mio padre si girò di scatto, cercandoci tra la folla, e quando finalmente ci notò scoppio a ridere.
-Ti posso giurare che l'ultima volta mi ha fatto un incantesimo Confundus, non avrei mai sbagliato un tiro così semplice-, gli rispose lui.
-Mio padre dice il contrario-, ribattè Ace.
-Tuo padre è una persona orribile, e dopo quasi 30 anni, credo di saperlo meglio di te-, disse lui sorridendo.
Alan, il padre di Ace, era stato un grande cacciatore durante i suoi anni a Hogwarts. Tutti si aspettavano che continuasse la sua carriera entrando in una squadra professionista, invece aveva stupito tutti diventando un medico al San Mungo.
Lui e mio padre erano sempre stati grandi amanti del quidditch, per quanto mio padre non sia mai stato un astro.
-A proposito, che fine ha fatto Alan?-, chiese guardandosi intorno, aspettandosi di vederlo comparire da un momento all'altro.
-E' rimasto in ospedale, ha un brutto caso per le mani-, gli spiegò Ace. Stavamo discutendo dell'ultima partita tenutasi tra i Cannoni di Chudley e i Pipistrelli di Ballycastle, quando una rondine argentata si posò sulla spalla di mio padre, sussurandogli qualcosa nell'orecchio. Riconobbi il patrono di mia madre, e infatti pochi attimi dopo mio padre fece roteare la sua bacchetta: un grande cinghiale d'argento eruppe dalla punta, e cominciò a correre attraversando la folla.
-Emilia si era preoccupata non trovandovi da Madama McClan, non vi aveva forse detto di aspettarla lì?-, chiese improvvisamente serio.
Io e Ace ci guardammo in silenzio con aria colpevole.
-Mike, lo sai come è fatta tua madre, sai che si preoccupa per ogni cosa-, disse con tono di rimprovero.
-Scusa-, bisbigliammo sia io che Ace allo stesso tempo. Tecnicamente nessuno lo stava sgridando, ma il 90% delle volte che io finivo nei guai era per colpa sua, e lo sapeva.
Per fortuna mio padre non era mai stato troppo duro con me, e quindi lasciò perdere il tutto con un semplice 'stai attento a non farlo un'altra volta'. Poi si avviò verso la Gringott, e noi lo seguimmo.
Camminando, superammo un venditore ambulante che vendeva miniature di draghi, unicorni e altre creature, una strega che mostrava al pubblico l'ultimo modello di mantello dell'invisibilità, un gruppo di folletti che offrivano i loro servigi per riparare gioielli e altri gingilli, e un giovane ragazzo che faceva esibire il suo serpente in una serie di acrobazie e salti. Ovunque io posassi lo sguardo, c'era qualcosa di nuovo e incredibile da vedere.
A furia di camminare, non mi ero nemmeno accorto che eravamo arrivati davanti alla facciata di un negozio dall'interno molto buio, e che mio padre si era voltato verso di noi.
-Bene, io devo fare un salto alla Gringott a controllare un paio di cose, tu Mike vai pure da Olivander, e non ti preoccupare, ti aiuterà lui-, disse posando 7 galeoni d'oro nella mia mano e dandomi una pacca sulla schiena, prima di girarsi e scomparire nella folla.
Ace mi guardò raggiante, e prima ancora che avessi modo anche solo di battere ciglio, mi stava già trascinando dentro il negozio.
L'interno era ancora più buio di quanto sembrasse da fuori. Dietro ad un bancone, si innalzavano numerose file di scaffali piene di piccole scatole rettangolari. 
-Ci saranno almeno un migliaio di bacchette qui-, dissi guardandomi stupito attorno.
-E una di quelle mille presto sarà tua-, rispose Ace dandomi una pacca sulla schiena.
Notai solo allora che il negozio era praticamente deserto. Ma Ace non perse tempo, e sporgendosi dal bancone urlò: -Signor Olivander!-
Da dietro ad uno scaffale emerse un uomo, e avvicinandosi notai che era assai anziano, con due grandi occhi luminosi che sembravano due fari nell'oscurità.
-Ancora tu? Eppure ero molto sicuro che quella bacchetta fosse perfetta per te!-, disse Olivander vedendo Ace.
-Oh no, no, la mia bacchetta è a posto, è il mio amico qui che ne avrebbe bisogno-, disse Ace indicandomi.
Olivander sembrò notarmi solo allora. Si avvicinò a me sporgendosi dal bancone, guardandomi a lungo. Notai che non sbatteva mai le palpebre, sembrava fissarti per un'eternità con quei occhi argentati, e la cosa cominciò a farmi sentire a disagio.
Dopo quella che parve un'eternità, finalmente disse: -Il tuo volto mi è familiare, hai fratelli o sorelle?-
Io sobbalzai colto alla sprovvista, come risvengliandomi da un sogno. -Ehm, si-, balbettai -mio fratello, Mark Winter, ha preso la sua bacchetta qui da lei-.
-Ahhh, si, certamente, ebano, corda di cuore di drago, 14 pollici, molto flessibile, un'ottima bacchetta. Tenda il braccio della bacchetta-, disse avvicinandosi a me e tirando fuori dalla tasca un lungo metro a nastro.
Io tesi il mio braccio destro, e lui cominciò a misurare i miei arti.
-E lei ha un nome, signor Winter?-, chiese dirigendosi verso gli scaffali, mentre il nastro si accasciava a terra.
-Mi chiamo Mike-, dissi io ad alta voce, quasi a dimostrare che non avessi paura di lui.
-Ansioso di andare a Hogwarts?-, chiese mentre rovistava tra le numerose scatole.
-Si, non vedo l'ora, io e Ace stiamo contando i giorni, ne mancano soltanto 19!-, risposi tutto contento.
-Bene, provi questa-, disse Olivander porgendomi una lunga bacchetta. -Noce, 15 pollici, crine di unicorno, rigida-.
Presi la bacchetta in mano, e guardai prima Olivander, poi Ace. Non avevo la più pallida idea di cosa dovessi fare.
Ace sembrò notarlo, perché mi urlò: -Non startene lì impalato, agitala un po'!-
Io sobbalzai e agitai la bacchetta mentre Olivander ridacchiava, ma non successe nulla. Con un rapido movimento, Olivander mi prese la bacchetta di mano, e dopo qualche decina di secondi tornò con un altra.
-Olmo, 12 pollici e mezzo, piuma di fenice, flessibile-, elencò di nuovo.
Io presi di nuovo in mano la bacchetta, ma non feci in tempo ad alzarla che Olivander me l'aveva già strappata di mano ed era corso a cercarne un'altra.
Ne provai una di cipresso, una di faggio, un'altra di olmo nero, ma niente, nessuna di quelle bacchette sembrava essere più di un banale pezzo di legno nelle mie mani.
Io stavo cominciando a preoccuparmi, ma Olivander era alquanto contento.
-Non si preoccupi signor Winter, ho avuto clienti ben più ostinati di lei-, mi consolò Olivander notando la mia preoccupazione.
All'improvviso, per una ragione che credo che non sarò mai in grado di spiegare, gli gridai una cosa.
-Signor Olivander, ha provato a guardare nell'ultimo scaffale?-
-Nell'ultimo scaffale?-, ripetè lui sporgendo da una scala. -No, a dire il vero no-.
E scendendo di fretta i pioli, sparì dietro l'angolo. Tornò indietro con una scatola tra le mani, e un'espressione curiosa dipinta sul volto.
-Provi questa, signor Winter. Legno di abete rosso, piuma di fenice, 13 pollici, sorprendentemente flessibile-, mi disse rimuovendo la bacchetta dalla sua custodia.
La impugnai saldamente, e un piacevole calore sembrò propagarsi attraverso le mie dita. Agitai la bacchetta, e con mio grande stupore, un getto d'acqua sprigionò dalla sua punta, finendo per inzuppare Ace. Questi imprecò, io gli chiesi scusa mortificato, ma Olivander scoppio a ridere pieno di entusiasmo.
-Fantastico, davvero fantastico! Non si preoccupi signor Smith, a tutto c'è un rimedio-, ed estraendo la sua bacchetta, la agitò per aria, riportando i vestiti di Ace ad essere asciutti.
-Credo che questa sia un ulteriore prova del fatto che è proprio vero che è la bacchetta a scegliere il mago, e non il contrario. Lei ha evidentemente sentito la chiamata della sua bacchetta, signor Winter!-
Sorridendo raggiante, diedi la mia bacchetta ad Olivander, che la rimise nella sua custodia consegnandomela.
Mentre uscivamo, confessai ad Ace che stavo cominciando a temere che non mi avrebbe mai trovato una bacchetta.
-Sei stato incredibile però!-, disse lui in tutta risposta. -La mia aveva solo fatto delle scintille, tu hai prodotto un incantesimo!-
Era vero, non ci avevo pensato. Fuori dal negozio incontrammo la madre di Ace, e le raccontammo dell'incontro con Olivander. Poco dopo anche i miei genitori e Mark ci raggiunsero, e tutti insieme tornammo al Paiolo Magico. Da li, Clarice e Ace tornarono a casa con la metropolvere, mentre io e i miei ci indirizzammo verso la stazione di King's Cross.
Sul treno di ritorno, trovammo un vagone tutto per noi, ed ebbi modo di mostrare i miei acquisti agli altri. Raccontai a tutti di come avevo avuto paura che Olivander non sarebbe riuscito a trovare la mia bacchetta, e di come avevo sentito come per istinto dove trovarla. I miei genitori la osservarono con interesse, e persino Mark fece qualche commento di ammirazione. Approfittando della mancanza di babbani, cominciai a riempire tutti di domande su Hogwarts, sulle case, sulle materie, sugli insegnanti, e tutti furono molto contenti nel rispondermi. Credo che la mia eccitazione fosse palpabile. In fondo, da li a pochi giorni, sarei finalmente andato nel posto che avevo sognato per tutta la mia vita.
Mentre il treno strideva sulle rotaie, mi fermai per un attimo ad osservare la mia famiglia, e soprattutto i miei genitori. Era strano pensare che da li a poco me ne sarei andato di casa e sarei stato lontano da loro per mesi. La consapevolezza di quel pensiero mi colpì all'improvviso, e sentii il forte bisogno di immortalare quel momento nella mia memoria.
Ma fu questione di un attimo, perché ormai sapevo che mancavano 19 giorni.
19 giorni, e sarei stato sull'espresso per Hogwarts, diretto alla scuola di magia e stregoneria.

                                                                   -
Il primo capitolo del diario si concludeva così, e io alzai lo sguardo, come ritornando alla realtà.
-Tutta una vita...-, dissi a bassa voce. -...tutta una vita de recuperare-.
'E adesso?' chiese la voce nella mia testa.'Cosa si fa?'.
-Adesso?-, ripetei io, con un sorriso. -Adesso si va ad Hogwarts!-

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