Il risveglio

 

Una camera d'ospedale bianca, una fila di letti protetti da tende verdi, dopotutto il San Mungo non è poi così diverso da un ospedale babbano.

Dopo gli eventi del due maggio la maggiorparte dei medici e degli infermieri era concentrata al quarto piano nel reparto lesioni da incantesimo, quindi quando in un letto del reparto ferite da creature magiche un uomo dal viso pallido e il naso aquilino aprì gli occhi, non trovò nessuno ad assisterlo.

Era stato portato lì insieme ai molti feriti reduci dalla battaglia di Hogwarts, aveva l'impronta pallidissima del marchio nero sull'avrambraccio sinistro quindi inizialmente gli infermieri non avevano badato a lui più di tanto. Aveva la gola squarciata dal morso di un grosso animale, forse un serpente, e probabilmente l'avrebbero lasciato morire se l'eroe del momento, Harry Potter in persona, il bambino sopravvissuto, non avesse insistito affinchè avesse tutte le cure necessarie.

Quindi era stato curato, gli avevano chiuso la ferita e gli erano state somministrtae mille pozioni ma il paziente non si era svegliato. In tutti quei giorni non aveva accennato ad aprire gli occhi o a muoversi fino a quel momento.

Severus Piton era, suo malgrado, vivo e, come sempre, solo.

Non aveva mai amato molto la vita, non era mai riuscito a vivere come avrebbe voluto, la sua esistenza era stata costellata di errori. Nonostante tutto ciò non era un tipo arrendevole, aveva sempre cercato di rimediare ai suoi sbagli e alla fine c'era riuscito anche se ancora non lo sapeva.

Per essere precisi, al momento sapeva a malapena il suo nome e l'unica cosa di cui era certo era il dolore pungente che sentiva in ogni parte del corpo a partire dal collo fino alle gambe. Aveva aperto gli occhi per un istante ma poi li aveva richiusi subito, quella stanza era troppo luminosa per degli occhi affaticati che non si aprivano da giorni. Si sentiva il collo umido, forse stava sanguinando, avrebbe dovuto chiamare un infermiera. Ma un infermiera l'avrebbe curato e lui non voleva essere curato, non voleva vivere. Voleva solo morire ed essere lasciato finalmente in pace.

Ma il destino non sorrise all'uomo nemmeno quella volta perchè una giovane infermiera fece un controllo in reparto qualche minuto dopo l'accaduto e si accorse subito che le bende del paziene del letto 22 erano inzuppate di sangue.

Dopo l'ennesima medicazione e somministrazione di pozioni l'uomo non riprese conoscenza se non dopo qualche giorno. Questa volta si accorse subito di non essere solo, non aveva ancora aperto gli occhi ma sentiva che qualcuno gli stava tenendo la mano. Non aveva mai amato il contatto fisico ma in quel momento quel piccolo appiglio era pittosto piacevole, lo confortava anche se non aveva idea da parte di chi fosse. Il dolore di qualche giorno prima era leggermente diminuito, dovevano avergli dato degli analgesici, la cosa lo infstidì, non amava prendere pozioni che non avesse preparato lui stesso, ma dopotutto era in un ospedale o almeno così credeva.

Aprì leggermente un occhio, giusto un filo, per non essere accecato dalla forte luce bianca, e si rese conto che la figura seduta al lato del suo letto era una donna. A quel punto un po' perchè era stordito dai molti farmaci che gli avevano somministrato, un po' perchè era terrorizzato e dolorante, disse, con una voce gracchiante che non gli apparteneva, la prima cosa che gli venne in mente: "Mamma?" .

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