Lost memories




Mio figlio era nato di giugno - il cinque del mese, per essere precisi - ed io non lo avevo ancora visto.
Mia moglie passava un sacco di tempo insieme al piccolo, era perennemente assistita da due bambinaie, che le davano modo di riposarsi.
Narcissa non aveva avuto un parto facile, il travaglio era durato quasi tutta la notte, lei ne era uscita spossata.

Avevo sentito il primo urlo disperato fendere quell’alba rigida, immobile. Me ne stavo affondato nella grande poltrona di fronte al fuoco, in salotto, momentaneamente da solo. Al piano di sopra, i medimaghi erano al lavoro.

Quando quell’urlo aveva squarciato l’alba, il bicchiere aveva avuto un tremito, rischiando di rovesciarsi. Lo avevo appoggiato in fretta sul tavolo… per poi rimanermene lì, seduto a fissarlo.
Il caminetto era spento, la notte era torrida ed afosa almeno quanto il giorno quell’estate.

Non mi ero alzato, non ero corso al piano di sopra, avevo lasciato che il silenzio indugiasse, si allungasse per lunghissimi istanti. La casa mi pareva ancora satura di quel grido. Tutto taceva, sospeso immobile sul mio capo.
Me ne restai seduto finché dal piano superiore non giunsero finalmente animati parlottii, ed un certo trambusto di passi rimbombò lungo le scale. D’un tratto mi riscossi, mi alzai lentamente, come in sogno… salii lentamente le scale, quasi contando i gradini che conoscevo da una vita intera a memoria.

Lei era distesa tra le coltri, ma non con mio figlio tra le braccia. Era lì pallida e sorridente, circondata da Medimaghi e Guaritori che fecero ala intorno al grande letto, quando mi videro entrare.
Tutti sorridevano, sentii le mie labbra tendersi in risposta, fissavo Narcissa negli occhi, quella sua stanchezza soda ma felice, il sorriso esausto di chi poteva finalmente riposare. Mi sforzai di risponderle, di sorriderle, sentendomi la testa pesante. La gente intorno a quel letto si allontanava con circospezione, quasi imbarazzata, per lasciarci un po’ di intimità, Narcissa mi spiegava che mio figlio era con sua madre - lo avevano portato nella sua nuova cameretta, stava bene… quelle parole mi rotolarono lentamente dentro, avrebbero dovuto produrre una qualche eco, un qualche suono, la cui essenza mi pareva allarmante.

Un maschio, mi aveva detto il guaritore più anziano, quello con un sorriso che andava da parte a parte.
Il mio erede… deglutii.
“Vai a vederlo.”

La mano pallida ed affusolata di Narcissa batté delicatamente sulla mia, io continuai a sorridere - e distogliendo lo sguardo da lei mi rivolsi ai Medimaghi rimasti nella stanza. Qualcosa si dibatteva in fondo al mio ventre, una sensazione ovattata, sorda, straniante. Una parte di me voleva correre immediatamente nella stanza di fianco, dalla quale proveniva un parlottare sommesso, perfino un piccolo grido… invece conversai a lungo con i tre Medimaghi, incamminandomi con loro in salotto, accettando le loro congratulazioni, i loro sorrisi, offrendo loro qualcosa da bere.
Non andai a vederlo, ne’ quella sera ne’ il giorno dopo.

Un paio di volte, durante la settimana successiva passai di fronte a quella porta socchiusa, incrociando anche la governante. Teneva tra le braccia un involto di coperte, mi sorrise ossequiosamente. Quel minuscolo involto di coperte fu tutto ciò che vidi… che volli vedere per molte altre settimane ancora.

Narcissa trascorse quasi un mese a letto, ma quando si rimise in sesto, capii che era certa che fossi entrato nella stanza di mio figlio almeno una volta, in tutto quel tempo.
Io non sollevai mai l’argomento, limitandomi ad annuire con un sorriso alle notizie su di lui… i dettagli però mi scavavano il ventre, me lo riempivano di quella orribile sensazione ovattata.

La donna che avevo sposato sostanzialmente perché ‘ candidata ideale’ secondo le nostre due famiglie mi riferiva che l’erede aveva occhi chiari, di un verde molto pallido, e che - come sapevo di certo, avendolo sentito urlare - la teneva sveglia per buona parte della notte.
Aveva occhiaie sul pallido volto, ma il suo sorriso era una costante, in quei giorni.

Verso la fine di giugno, mi sentivo male ed avevo smesso di raccontarmi scuse.

Passavo frettolosamente di fronte alla porta della cameretta, come se nascondesse qualcosa di pericoloso, qualcosa negli occhi chiari di mia moglie iniziò ad incresparsi, mentre mi guardava.
Penso di non essermi mai vergognato tanto in vita mia.
In quei giorni lavoravo moltissimo: lei passava la maggior parte della giornata con mio figlio, io ero sempre molto impegnato, d’altra parte la situazione politica era delicata - ripetevo spesso - e con la caduta dell’Oscuro Signore era quanto mai importante, anche per mio figlio garantirmi l’assoluzione da eventuali accuse.
Questo ripetevo ad una concentrata Narcissa, a quegli occhi pallidi e sereni. Assolutamente importante garantire al mondo che non avevo mai avuto brutte intenzioni, che certamente l’Oscuro Signore aveva fatto uso della maledizione Imperio perché io non avrei mai avallato atti di quella crudeltà… intanto giravo alla larga dalla stanza di mio figlio.

Narcissa aveva scelto il suo nome, glielo avevo lasciato fare. Si chiamava Draco.
Draco Lucius Malfoy.

* *


Il pomeriggio del 15 luglio 1980 il clima era mite, il cielo sgombro di nubi.
Avevamo appena pranzato, mia moglie si era assopita nella sua stanza, dopo aver nutrito il bambino.

Non c’era nessuno in giro, neppure gli Elfi domestici, erano tutti in cucina a riordinare.

I miei passi echeggiarono stranamente amplificati nell’enorme corridoio. I ritratti alle pareti mi osservavano con sguardi appannati, che mi parvero remoti.

Lo stomaco mi pesava, il cuore mi pareva battere in modo strano, a rallentatore.

Avevo passato così gli ultimi mesi, a cercare di rendermi conto della realtà.
Il mio delizioso, formale matrimonio purosangue aveva prodotto un erede. Io e mia moglie eravamo legati da quello che si dice un affetto sincero… nessuno ci aveva obbligati a sposarci, nessuno ci aveva imposto di sceglierci, avevamo deciso di comune accordo di sposarci. Generare un erede, d’accordo. Unire due famiglie, d’accordo. E adesso?
Adesso, nonostante la mia connaturata spavalderia, morivo di paura.
Non avevo mai conosciuto mia madre e di colpo mi ritrovavo catapultato in una situazione nuova… che mi atterriva.
Non avevo mai veramente fatto i conti con l’idea di un altro essere vivente, che erede significasse proprio questo: mentre percorrevo in silenzio il corridoio come se la stanza di mio figlio distasse centinaia di chilometri me ne rendevo conto come mai prima d’ora, e la sensazione non mi piaceva.


Di fronte all’innocua porta della stanza di mio figlio qualcosa si torse all’improvviso dentro di me - qualcosa che cercò di spingere i miei piedi a proseguire la strada, come sempre.

Lo scacciai con rabbia, riuscendo a tenere a bada quell’impulso insensato… era quasi dominabile, quasi accettabile. Afferrai la maniglia e spinsi.


La stanza era illuminata dalla luce tiepida di quell'estate. La finestra in fondo era socchiusa… al centro, tra pareti di un verde tenue, c’era il lettino. Le coltri erano state accostate.

Mossi il primo passo, che mi parve rimbombare come una vera cannonata.
Deglutii.
Fissavo il piccolo orso di pezza e il minuscolo boccino che vorticavano sopra il lettino, per divertirne l’occupante… per altro del tutto silenzioso.

Poi, arrivai al bordo del piccolo letto.


Ho sentito dire che la nascita di un figlio ti rincitrullisce.
Non ricordo chi lo disse, ma mi é rimasta in mente questa particolare scelta di lessico.
Ti rincitrullisce, ti rammollisce… se ne stava disteso sulla schiena, nella sua tutina ancora piuttosto pesante, contro eventuali spifferi notturni.
Aveva radi capelli di un biondo quasi bianco e certi occhi assorti, di un verde pallido.
La forma del suo volto ricordava incredibilmente quella del mio, era già chiaro. Poi, lentamente, volse quegli occhi chiari sul nuovo arrivato.
Il mondo si bloccò... del tutto silenziosamente, finì, o almeno così mi parve.

Draco mi scrutò per qualche istante con una solennità assoluta, voltando appena la testolina sul guanciale, poi decise che non rappresentavo una minaccia e tornò ad occuparsi con estrema tranquillità dell’orsacchiotto e del boccino che continuavano a ruotare pigramente nel vuoto sopra di lui.

Ricordo di aver allungato lentamente la mano destra, ricordo con estrema precisione anche cosa avevo addosso. Una camicia di seta, dai gemelli argentati.
Le mie dita incontrarono una piccola guancia tonda e soda. Feci aderire piano i polpastrelli del pollice e dell’indice, poi mi ritrassi. Lui rise, deliziato, esponendo gengive rosee ed ancora prive di denti, mi guardava.
Quando allungai ancora la mano, per ripetere cautamente il primo ed unico gesto che mi fosse venuto in mente lanciò un urletto ed agitò appena le braccia.

Lo guardavo, sospeso, assorto, ogni ansia un ricordo, assorto come quando si cerca di ricordare un sogno lungo ma intenso, quando d’un tratto il suo volto cambiò… le sue guanciotte si aprirono in una smorfia, gli occhi si strizzarono. Tossì debolmente.
Non ci pensai due volte: allungai le braccia e lo tirai su.

Il cuore fece un buffo capitombolo: non avevo mai tenuto in braccio un bambino prima di allora. Pesava più di quanto mi aspettassi, mi pareva di non avere presa, impiegai qualche istante ed una serie di goffe contorsioni per capire come cavarmela. Sentii un braccino urtarmi piano il collo mentre lo avvicinavo a me, ricordando come avevo visto fare una volta, ad una sconosciuta, ed in quel momento Draco emise un altro piccolo colpo di tosse. Poi, mi vomitò sulla spalla.

“Oh…”

Dissi stupidamente mentre lui, perfettamente a suo agio, si dimenava contro il mio braccio, mettendosi comodo, il profilo premuto contro la mia camicia.

Camminare così era incredibilmente scomodo: pesava una tonnellata, mio figlio.
Arrancai cautamente verso l’unica poltrona della stanza, sedendomi con altrettanta cautela.
Adesso lui guardava verso il mio volto, continuando a scrutarlo fissamente con quella strana, solenne intensità.
La mia camicia iniziava ad emanare un odore vagamente aspro, ma io non vi badai. Seguivo il movimento di quello sguardo, la piccola schiena si dimenò un secondo contro l’incavo del mio braccio. Ero concentrato sul non farlo cadere, atterrito dalla possibilità che cadesse, mi muovevo con estrema cautela, poi un dolore acutissimo mi trafisse, spalancandomi di fronte una fugace visione di galassie, pianeti lontani e remoti universi. Draco aveva afferrato saldamente una ciocca dei miei capelli che penzolava alla sua portata, il piccolo pugno caparbiamente serrato, e gli sarebbe tanto piaciuto tenersela: fissandomi assorto si portò la mano alla bocca, iniziando a mordicchiare.
“No…”

Allungai le dita della mano che non era impegnata a sorreggerlo, il suo volto ebbe un piccolo fremito quando iniziai a lambire quelle dita terribilmente piccole, cercando di fargli lasciare la presa… alla fine - con le lacrime agli occhi - ci riuscii. Mentre la ciocca tornava indietro, lui si impadronì del mio indice con tutte e due le manine e se lo ficcò in bocca.

“Dovrebbe avere il suo ciuccio lì da qualche parte…”


Sobbalzai.

Mi voltai lentamente… Narcissa era lì, di fronte alla porta. Guardò tranquillamente prima me, poi mio figlio - il quale diede in un piccolo grido alla vista di sua madre, ed iniziò ad agitarsi.

Qualcosa di enorme, senza nome mi si gonfiò dove doveva esserci la mia facoltà di respirare, deglutii. Draco agitava senza posa le piccole ginocchia, lei mi venne in soccorso, liberandomi di quella piccola anguilla inquieta. La sua schiena sottile disegnò un arco elegante di fronte ai miei occhi, la osservai issarsi il suo peso addosso con estrema familiarità.

“Devi dargli dei colpetti sulla schiena, quando fa quello… e tirarlo su, meno male che l’hai fatto.”
Mi ricordai improvvisamente della mia camicia. Mi issai in piedi, lei mi dava le spalle, mio figlio continuava a fissarmi con quegli occhi vividi, assorti, da sopra la spalla di sua madre, la forma di quegli occhi era identica alla mia. Narcissa mi dava le spalle… dissimulai un colpo di tosse, lieto che non potesse vedermi.

“Si… beh vado a cambiarmi.”

Poi, battei frettolosamente in ritirata.

Ti rincitrullisce, confermo.

Senza rimedio, senza riguardo e senza pietà.

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