Scricchiolava la radio non trovando le parole per colmare quel silenzio, per riempire quel vuoto. Ruvida continuava a gracchiare i sinistri sibili di un ansia che sembrava non conoscere confini; eppure non cambiasti frequenza, ti limitasti a fissarla, posta lì, davanti a te, sul tavolino. Ti limitasti ad attendere semplicemente che la voce tornasse a farsi udire, a tranquillizzarti, ad assicurarti sul fatto che nulla, in quella notte, valesse la pena d’essere annunciato.
Nella staticità prolungata i piedi ti si erano oramai intorpiditi, la schiena ti doleva ma non avevi la forza o la volontà di muoverti, di spostarti. Le gambe divaricate, il busto affossato tra i morbidi cuscini del divano, totalmente abbandonato a quell’attesa che oramai, negli ultimi tempi, ti aveva reso passivo.
Sospirasti, il primo e l’unico sintomo di insofferenza che ti concedesti. Ti sfregasti il volto con l’ampia mano, a scostare i capelli ramati sfuggiti dalla coda appena allentata. Sentisti il peso della stanchezza sulle tue palpebre ma l’adrenalina ti teneva sveglio nonostante quella notte di veglia.
Le cinque. Da lì a poco il sole sarebbe sorto e lei era in ritardo di ore. Ben quattro oramai. La tensione aveva preso il sopravvento, infieriva con crampi, con quel forte senso di nausea che aveva reso insopportabile perfino il profumo dei biscotti. Lei amava quella fragranza di cioccolato e pasta frolla, voleva che la casa ne fosse continuamente pervasa. Amavi il suo entusiasmo quando tornava in quel vostro piccolo attico ed inspirava a pieni polmoni; impazzivi quando la vedevi sorridere in modo così fanciullesco, ad occhi chiusi. Era come se ogni sua preoccupazione svanisse, come se ogni problema si fosse dissolto con quel semplice profumo, quello di un piccolo e dolce vizio con cui continuavi a tentarla, una frivolezza che con cerimoniosa cura concedevi solo a lei. Quei biscotti, la piccola tradizione della famiglia Prewett.
Il rumore della luce che si accendeva nel pianerottolo del palazzo, passi pesanti, stanchi che risalivano le scale. Lentamente scostasti il busto dallo schienale del divano, a scivolare sulla punta della seduta, pronto ad alzarti. Ti voltasti a guardare la porta di casa, in attesa. Il cuore pulsava frenetico. Restasti in ascolto, ansioso, ma i passi non erano i suoi e con quella consapevolezza la speranza sfumò nel nulla.
Oramai ti eri destato dal tuo torpore, tanto valeva alzarsi. Trascinando i piedi raggiungesti la cucina. La luce del lampadario a gas ti violentò, ti portò a chiude gli occhi, a vacillare, poi fu solo quel dannato ronzio che Lei detestava terribilmente. L’acqua iniziò a scorrere nel secchiaio, ti lavasti per un attimo il viso con una mano prima di riempirti un bicchiere. Quel sapore essenziale che scorreva nella tua gola risvegliò i tuoi sensi; ti rendesti conto solo in quel momento di quanto fossi assetato. L’ansia ti aveva oramai annebbiato non solo la mente e l’anima, ma anche il corpo. Voltandoti per appoggiarti con la schiena sul bordo del ripiano, vedesti sul tavolo l’ampio piatto su cui risaliva una piramide di biscotti a forma di quadrifogli, l’icona della Sua patria. Adorava quella forma, ti rinfacciava continuamente il fatto che fosse il simbolo della tua fortuna sfacciata: quella di averla trovata. Dal tuo canto adoravi quella sua infantile ed innocente presunzione.
Era imprevedibile, disorganizzata e totalmente spensierata. Non ci si poteva creare aspettative su di lei, non ci si poteva focalizzare su punti fermi. Lei viveva al momento, al minuto. Il tempo, la puntualità, non erano mai stati il suo forte. Eppure avrebbe dovuto essere già a casa, lo sapevi. Il suo turno di pattuglia per l’Ordine era scaduto prima della mezzanotte. Sapevi che sarebbe passata a casa dei suoi genitori prima di rincasare, era ovvio che si sarebbe trattenuta per un po’ con loro, ma il cielo oramai si stava tingendo di riverberi rosa e di lei nessuna notizia.
La radio era la tua unica compagnia: un suono sconnesso, irritante.
Bussarono alla porta. Non una ma tre volte. Una mano pesante, brusca e stanca. La testa cominciò a vorticarti, perdesti il controllo del tuo respiro, frenetico, irregolare, scandito dal battito del tuo cuore che più di una volta mancò una pulsazione. Sentisti il sudore colare lungo il tuo viso, il freddo ti pervase e arrancasti per arrivare sull’uscio. Accostasti l’orecchio, rimanendo in ascolto. Una voce rauca, sgarbata ti invitò ad aprire offrendoti la personale informazione di un momento passato, a rassicurarti della sua identità. Precisamente ti disse quando la udisti per la prima volta, di quando tu ed il suo proprietario vi conosceste.
Alastor Moody; la sua presenza poteva significare solo una cosa. Con violenza sbattesti la fronte contro la porta, una, due volte e soffocasti un grido, un pianto disperato. Fu solo dopo il suo invito, quel suo modo amareggiato ti chiamarti “ragazzo”, che gli apristi.
Non ebbe più parole per te, né un solo sguardo da offrirti. Si limitò ad allungare le mani, ad adagiare nel tuo palmo destro quel legno scuro, levigato.
Ebano, dodici pollici, flessibile, anima di corda di cuore di drago. La Sua bacchetta.
L’amore è un lusso in tempi di guerra. Vi aveva avvertito, Malocchio, ed ora era lì, davanti a te, a porgerti le sue mute condoglianze. Conoscevi il rischio a cui entrambe sareste potuti andare incontro, sapevi che se fosse accaduto Tutto sarebbe cambiato. Ma al cuor non si comanda, nemmeno con la coscienza, nemmeno con la paura. L’amore era un lusso che non potevate concedervi in quella tortuosa strada che avevate intrapreso, in cui vi siete incontrati, lungo cui avete combattuto assieme. Nella gioia di quei momenti radi che riuscivi a condividere con lei sapevi che stavi solcando un confine pericoloso, lo stavi facendo consapevolmente, con l’incoscienza di chi non vuole accettare la realtà. In guerra amare è un lusso che non ci si può permettere perché una volta che l’abbaglio si spegne ti perdi nel buio, senza più scorgere un motivo per andare avanti. Nulla avrebbe più avuto senso, nessun futuro avrebbe più avuto valore senza di lei. Ti eri adagiato sulle sete porpora dell’amore ed ora che la guerra te le aveva stracciate eri costretto in ginocchio sul freddo e spoglio pavimento, povero quanto prima ma con quel senso di amarezza che solo la perdita di una meraviglia sa lasciare. Ti eri concesso qualcosa che non potevi permetterti ed ne dovrai pagare il duro prezzo.
 
Rientrando in casa poggiasti sulla mensola quella bacchetta, perché giacesse lì, come un lontano ricordo tra le foto ed i vecchi cimeli di un passato distante che ha bisogno di essere messo in mostra per tenerne vive le emozioni. Proseguisti fino in cucina, nemmeno guardasti quel piatto traboccante di biscotti che a fatica sollevasti, portandolo appena sopra la pattumiera. Nel buio vuoto di quel sacco franò la pastafrolla, si sgretolò sotto il tuo rifiuto prima che con un tonfo il coperchio si chiudesse su un altro capitolo della tua vita.
Non avresti mai più cucinato biscotti al cioccolato, perché non avresti più cucinato per lei, per Marlene.

Note di fine capitolo

Il protagonista di questa storia è una delle figure che più amo, assieme al suo gemello, per quanto siano solo citati nei libri: c'è un richiamo alla coppia Fred e George, come se Fabian e Gideon fossero una sorta di loro precursori, eroi valorosi che sono caduti dando molto filo da torcere ai loro avversari.

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