Note alla storia

Autore/data: Ida59 – 1- 17 febbraio 2014
Beta-reader:nessuno
Tipologia:storia a capitoli (song-fic)
Rating:per tutti
Genere:drammatico, introspettivo, sentimentale
Personaggi: Severus, Albus Silente e Phineas Nigellus Black (ritratti), Minerva, (Neville Paciock e Personaggio originale: presenti in forma indiretta).
Pairing: Severus/Personaggio originale
Epoca: 7° anno
Avvertimenti: AU
Riassunto:- Sei solo una vecchia sciocca, Minerva! – rincarò con voce gelida, i cristalli infranti del suo cuore che stridevano disperati. – Sono i fumi irritanti della pozione che stavo distillando. Solo il banale fumo del calderone, Minerva, mi spiace deluderti.
Parole/pagine: 7300 senza la canzone / 21
Nota: Storia scritta per l’iniziativa “A ritmo di musica” nell’ambito della Severus House Cup del Forum “Il Calderone di Severus”.


Solo il fumo del calderone


INDICE
 
1 -  L’accadimento.
2 – Sconforto.
3 – Amore.
4 – La strategia del piano.
5 – Dubbi e incertezze.
6 – La recita delle menzogne.
7 – Comprensione e affetto.

 

1 - L’accadimento

 
Severus Piton camminava per i corridoi deserti a passo di carica, furioso con se stesso come spesso gli accadeva in quegli ultimi mesi, il lungo mantello nero che frustava l’aria alle sue spalle: le armature si scansavano con clangore metallico al suo passaggio, ritraendosi nel profondo delle loro nicchie e sembrava che neppure i fantasmi osassero aleggiare intorno.
Arrivato in fondo al corridoio del settimo piano, il gargoyle di guardia all’ingresso della presidenza prese vita all’improvviso balzando di scatto a lato, mentre il muro alle sue spalle si apriva rivelando la scala a chiocciola semovente. Il mago salì sul primo gradino e la scala, con inusitata rapidità, lo depositò davanti alla porta di quercia che si aprì docile ad un nervoso cenno delle sue lunghe dita sottili, mostrando la grande sala circolare che occupava tutto il piano della torre.
Severus entrò in presidenza, si sedette alla scrivania che era appartenuta ad Albus Silente e spazzò di lato con malagrazia tutte le carte e pergamene che la ingombravano, facendone cadere una buona parte: poco male, intanto erano tutte stupide scartoffie burocratiche di cui il Ministero lo ingolfava ogni giorno e lui non aveva certo la stessa pazienza e diplomazia del suo predecessore.
Soprattutto, non ne aveva il tempo, diviso com’era a recitare la parte dell’odioso Mangiamorte e, al tempo stesso, a preoccuparsi dell’incolumità dei suoi studenti, cercando altresì di indovinare dove diavolo poteva esserci cacciato il ragazzo per lui più importante di tutti: quello da cui dipendevano le sorti della guerra e il mantenimento della promessa fatta sul corpo inanimato della donna che aveva amato per quasi tutta la vita.
I presidi lo osservavano in preoccupato silenzio dai loro ritratti: quando Piton era così irritato, significava che non era riuscito nel suo intento di evitare guai e, quindi, qualche studente era di nuovo finito nelle grinfie avide e crudeli dei fratelli Carrow. Ancora un’altra volta.
Dopo alcuni minuti, solo Silente osò rompere quell’irato e teso silenzio:
- Di chi si tratta, questa volta? – chiese gentile, un comprensivo sorriso sulle vecchie labbra.
Severus sollevò lo sguardo, cupo e nero come non mai:
- Il solito Paciock, quell’idiota fondi-calderoni perennemente in cerca di guai, peggio perfino di Potter! – rispose secco senza neppure girarsi verso il quadro alle sue spalle.
Il ritratto di Silente sospirò, ma non proferì altra parola: negli occhi neri del suo pupillo aleggiava chiara una amara sconfitta – l’aveva notato subito quando era entrato a passo di carica -  e non era proprio il caso di peggiorare la situazione.
- Sfascia-calderoni!  – ripeté ancora il giovane preside, testardo, la voce sempre più irata e tetra, la schiena ostinatamente girata al quadro del suo mentore.
Già, meglio ricordare Paciock come il terrore dei calderoni, com’era stato fino a due anni prima, quando ancora cercava di insegnare la delicata arte delle pozioni a quel branco di teste di legno. Meglio ricordarlo come il più imbranato dei suoi allievi, invece di riconoscergli il folle coraggio Grifondoro con il quale si opponeva ogni giorno all’odiato preside dei Mangiamorte guidando spavaldo la rivolta sempre più aperta dell’intera scuola contro di lui.
Lui che, invece, solo cercava di limitare i danni e mantenere la promessa fatta un anno prima ad Albus, di prendersi cura dei suoi amati studenti. Ecco, neppure quella promessa riusciva più a mantenere…
Severus sospirò, circondato dal silenzio carico di attesa dei ritratti.
- È intervenuto a spada tratta per difendere un ragazzino del primo anno, un povero Tassorosso finito nei sadici artigli di quell’arpia di Alectus. – spiegò infine a capo chino, i lunghi capelli neri che gli coprivano in parte il volto pallido e tirato. - Stavo già provvedendo io a risolvere la questione, con cauta circospezione, quando si è catapultato a testa bassa nel corridoio come il solito stupido Grifondoro che è, sprezzante del pericolo, e ha rovinato tutto il mio lavoro!
Piton sbuffò di nuovo picchiando con forza un pugno sulla scrivania, facendo sobbalzare il calamaio d’argento con la lunga ed elegante piuma verde e le poche pergamene sopravvissute al suo iniziale gesto d’ira.
- La solita, maledetta mania dei Grifondoro di proteggere gli altri, fosse pure a costo della loro stessa vita! – sbottò ancora, incapace di accettare la nuova sconfitta per non aver saputo proteggere lui i ragazzi, com’era suo dovere.
Silente annuì soddisfatto dal suo ritratto:
- Mi sembra che anche tu abbia la stessa sciocca ed ostinata mania dei Grifondoro, caro il mio coraggioso Serpeverde! – mormorò quasi tra sé, il sorriso ad illuminargli gli occhi azzurri dietro le lenti a mezzaluna.
Severus si girò rapido verso il quadro e lo fulminò con un’occhiataccia che non impedì però al vecchio preside di mettere a segno il suo colpo fino in fondo:
- Giù, proprio così, ormai ne sono certo: lo Smistamento avviene troppo presto, – concluse strizzando l’occhio al quadro dove Phineas Nigellus seguiva con attenzione la scena, proprio sulla parete di fronte a lui, – e tu ne sei la dimostrazione vivente, mio caro ragazzo, che ti piaccia o meno. – rincarò, quasi con quelle parole la lunga diatriba con Phineas sulla giusta Casa di appartenenza del loro pupillo avesse infine trovato una risolutiva definizione.
Piton tornò a girarsi di scatto e lo fulminò con lo sguardo, nero più dell’abisso profondo e oscuro della notte, ma trattenne ogni pungente risposta; era del tutto inutile lasciarsi coinvolgere ancora in quella discussione così cara ad Albus quando era in vita, ed ora ripetuta come un ostinato ritornello dal suo ritratto, evidentemente istruito in modo opportuno. Quello non era certo il momento adatto, ma era sicuro che molto presto il ritratto di Phineas sarebbe tornato alla carica per tessere invece le lodi alle sue prevalenti caratteristiche di Serpeverde.
E tutto sarebbe ricominciato da capo, un’altra volta, come sempre…

 

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