Note al capitolo

Disclaimer: I personaggi ed i luoghi presenti in questa storia non appartengono a me bensì, prevalentemente, a J.K. Rowling e a chi ne detiene i diritti. I luoghi non inventati da J.K. Rowling e la trama di questa storia sono invece di mia proprietà ed occorre il mio esplicito e preventivo consenso per pubblicare/tradurre altrove questa storia o una citazione da essa.

Questa storia non è stata scritta a scopo di lucro, ma per puro divertimento, nessuna violazione del copyright è pertanto intesa.



 

Sentinella, quanto resta della notte?


 

"Oracolo su Edom. Mi gridano da Seir:
«Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?»"

(Isaia, 21,11)

 

 

 

 
Il piccolo cartiglio di pergamena si accartocciò senza proteste tra le dita della mano destra.
Il silenzio avvolgeva l’intero ufficio circolare, abbracciandone ogni anfratto. Facevano eccezione gli strumenti d’argento alle pareti – tenevano il tempo con il loro leggero ticchettio armonico e sempre uguale – ed il caminetto acceso, nel quale danzavano languide le ultime fiamme superstiti di un vivace fuoco scoppiettante. La grande scrivania era ingombra di pergamene sparse qua e là senza alcun ordine. Sopra alcune di esse, in un angolo, accanto ad un calamaio nuovo, giaceva abbandonata una pregiata piuma d’aquila reale.
Tutto dava l’impressione che un lavoro fosse stato interrotto improvvisamente e poi lasciato lì, completamente trascurato, come se qualcuno avesse cristallizzato il tempo in quell’istante dimenticandosi poi di esso.
Su quella superficie in legno scuro era poggiata la mano sinistra.
Tremava visibilmente, così come il resto del corpo.
«Severus…» esordì pacato il ritratto di Albus Silente. Non aveva fatto trovare al suo ragazzo quel minuscolo foglio per vederlo abbattersi ancora di più, non era questa l’intenzione del potente mago che prima di morire aveva istruito la tela magica perché agisse a tempo debito.
Piton non rispose.
Rimase tra scrivania e caminetto, come se non avesse sentito. Il fuoco non ancora sopito gettava sulla sua figura intensi bagliori rossastri che giocavano a regalare cangianti sfumature ramate ai lunghi capelli corvini.
Curvo, quasi raggomitolato su se stesso, sembrò un bambino spaurito in cerca di protezione. Il capo era piegato in avanti, impossibile vederne l’espressione, i capelli che ricadevano sul volto ne celavano una gran parte.
Non c’erano singhiozzi, né sospiri.
Niente.
Eppure tutti i presidi nei quadri compresero che stava piangendo.
«Severus, guardami.» insistette il ritratto. La voce tradiva sincera preoccupazione e lui non si premurò di nasconderla.
Lentamente, senza fretta, la mano che il mago teneva poggiata sulla scrivania andò a posarsi sul viso e lì rimase. Senza il solido appiglio il corpo di Severus si curvò ancora di più in uno sgraziato inchino al silenzio.
Un muto grido di dolore e solitudine.
Non c’era tela che non fosse commossa a quella vista straziante.
Avrebbe voluto urlare qualcosa, Severus Piton.
Avrebbe voluto sbraitare fino a perdere fiato e voce, e in fin dei conti chi glielo impediva? Sarebbe stato sufficiente un incantesimo, nessuno avrebbe potuto sentire nulla dal di fuori, soprattutto i Carrow.
Stramaledetto Albus Silente!
Paterno, sempre benevolo, amico pronto a dare fiducia incondizionata. Impossibile per Severus non affezionarsi negli anni a quell’uomo, soprattutto nei momenti bui, nei quali il cuore sanguinava per rimorsi mai sazi di nutrirsi d’incubi e d’ombre. Era in quegli istanti che il vecchio mago compariva all’improvviso con l’aria innocente di chi ti passa accanto per puro caso e, sempre per puro caso, decide di rivolgerti la parola o di offrirti con insistenza qualche nuova creazione di Mielandia.
Stramaledetto vecchio pazzo, che lo aveva vincolato al più atroce dei doveri.
Stramaledetto, sì, anche da morto, specie quando gli faceva ritrovare – nascosti nei luoghi più improbabili dei suoi alloggi – cartigli come quello che il mago stringeva convulsamente nella mano destra dalle nocche ormai bianche ed ancora scosse da un tremito violento.
Oh, non c’era mai stato alcun reale pericolo che venissero trovati prima del tempo o da altri all’infuori del destinatario, Silente era un mago incredibilmente abile. Nessuno si sarebbe potuto imbattere in essi. Non Minerva, che nei giorni successivi alla morte di Albus aveva trascorso ore intere tra quelle mura alla ricerca di risposte, non trovando pace per un’assenza improvvisa ed un tradimento senza spiegazioni. E nemmeno gli elfi domestici, che riordinavano le stanze con quotidiana solerzia.
Solo il ritratto sapeva il dove ed il come di quelle piccole pergamene. Gli avanzati incantesimi di disillusione li avrebbero nascosti a chiunque, tranne che a Severus al momento opportuno.
E se anche alcuno li avesse incredibilmente rinvenuti, non ne avrebbe mai compreso la reale portata.
Volevano essere una consolazione, una prova tangibile che quella sofferenza non veniva sopportata invano. Una voce amica, scritta quando ancora c’era la vita in quel corpo di vecchio che lentamente si stava consumando per una maledizione che non avrebbe dato scampo.
Non aveva potuto fare altro, Albus Silente, per il proprio ragazzo.
E Severus, il suo ragazzo, lo sapeva, ma proprio per questo il dolore non diventava meno crudele, anche se il suo mordente diminuiva e gli lasciava qualche attimo di tregua.
Nei momenti di rabbia, quando lo sconforto prendeva il sopravvento anche sulla ragione obbligata a rimanere lucida e sotto controllo perenne, in quei momenti il mago si sentiva come un naufrago alla deriva, in balia di onde mostruose e nere come la pece, solo e sperduto in un oceano di preoccupazioni, senza più la sua stella polare a guidare la sua rotta.
Era allora che il ritratto interveniva.
Piccole pergamene, piccole gocce se confrontate ad un mare senza confini, ma efficaci, seppur in minima parte.
Il senso d’impotenza, che come viscido serpente giungeva silenzioso e lo avviluppava fino a quasi farlo soffocare, scivolava via a favore di un flebile senso di gratitudine, luce fioca quanto quella di lucciola solitaria in una notte profonda senza luna né stelle.
La rabbia si mutava in rassegnazione.
E la rassegnazione si quietava, mitigandosi in un rinnovato impulso a combattere, in bilico come un equilibrista sul filo sottile del doppiogioco. Il baratro che s’apriva sotto i suoi piedi lo invitava costantemente a lasciarsi precipitare perché impossibile era la traversata, l’aiuto di un amico, invece, la cui presenza aleggiava ancora intorno a lui e tra quelle millenarie pareti, lo spronava a tenere gli occhi fissi sul traguardo che prima o poi sarebbe stato raggiunto con successo.
Trasse un profondo respiro e non fu solo aria quella che cercò a pieni polmoni, ma una forza – una qualsiasi forza – che gli consentisse di rialzarsi, di lottare ancora per proteggere sempre e comunque coloro che gli erano stati affidati e a cui voleva bene.
Si rimise dritto non senza fatica, asciugandosi le ultime lacrime silenziose.
I ritratti ammirarono la compostezza di quel dolore.
Nessuno di essi fingeva di dormire.
Fu un istinto innato di pudicizia quello che lo spinse a rassettarsi la casacca nera e a raccomodarsi i capelli. Odiava essere impresentabile, sempre e comunque.
La tela di Silente parve rilassarsi.
Severus andò a sedersi. A passi lenti, senza fretta, maestoso nella propria sofferenza raccolta e custodita gelosamente negli occhi bassi ancora rossi di lacrime appena versate.
Il vecchio mago nel quadro non disse nulla, si limitò a fissarlo con un luccichio di commozione negli occhi azzurri dietro le lenti a mezzaluna.
Il disordine fu fatto sparire dalla scrivania in pochi attimi, le pergamene si divisero obbedienti, fluttuando in due pile distinte. Scartoffie inutili peggio di carta straccia, da destinare invece ad un Ministro fantoccio alla mercé dell’Oscuro. Le avrebbe volentieri gettate nel caminetto, quella destinazione sarebbe stata per loro più appropriata ed utile.
Aprì l’arto che ancora teneva convulsamente stretto a pugno. Gli fece male, ma mai quanto la fitta al cuore che gli premeva all’altezza del petto.
Il cartiglio di pergamena era stropicciato fino all’inverosimile. Per un attimo temette di aver esagerato, temette di averlo strappato e con esso il ricordo di un amico che vi aveva posto la mano. Ricorse ai gesti più delicati e premurosi possibili, con lentezza distese le pieghe, quasi carezzandole con premura e devozione.
Inchiostro verde.
Era il colore delle brevi righe, vergate con una grafia nota ed indimenticabile.
Albus aveva pensato anche a quello.
Al suo colore preferito.
Gli angoli delle labbra di Severus si incurvarono leggermente all’insù, mentre gli occhi gli pizzicarono nuovamente minacciando altre lacrime.
Sollevò la testa guardandosi intorno, istinto irrazionale che non riusciva mai a domare del tutto. Immaginò il suo vecchio amico mentre cercava gli aforismi ed i proverbi Babbani più improbabili ed adatti – dove Merlino li andasse a trovare, Severus non lo avrebbe mai saputo – e poi mentre s’ingegnava con arguzia per celarli a tutti mediante potenti incantesimi. Se si fosse sforzato ancora un po’ con la fantasia, ne avrebbe visto per davvero l’evanescente figura aggirarsi in quella stanza con la sua andatura inimitabile e la barba argentea così lunga da dover essere infilata nella cintura.
Si accigliò al pensiero dell’errore in cui era caduto mesi addietro, quando aveva ritrovato i primi cartigli seguendo riluttante le indicazioni del quadro. Aveva inizialmente creduto che tutto fosse uno scherzo di pessimo gusto, che Albus si fosse divertito un mondo, ridacchiando compiaciuto, mentre architettava un metodo per tormentarlo con i suoi motteggi anche da morto.
L’infrangersi delle certezze s’era verificato al terzo rinvenimento, a dicembre, ed aveva avuto il suono di limpido e fragile cristallo gettato a terra e calpestato. I frammenti sparsi di quelle convinzioni errate lo avevano ferito con violenza inaudita ed inattesa.
 La nuova consapevolezza ebbe la forma di macchie irregolari d’inchiostro sbiadito in alcuni punti del piccolo foglio.
Lacrime.
Niente risatine, niente battutine sarcastiche, niente scintillio divertito nei profondi occhi azzurri.
Bensì lacrime di commozione, cadute su parole scritte al solo scopo di essere d’aiuto.
Lacrime di una consapevolezza lucida e spietata, che non aveva lasciato spazio ad altro che al rammarico per non poter fare di più.
Albus aveva voluto stargli vicino anche quando non gli sarebbe più stato possibile.
A modo suo, ovviamente.
Originale in tutto e per tutto.
Lisciò un’ultima volta il cartiglio.
Lui, così poco incline al contatto fisico con chiunque, in quel momento avrebbe dato qualsiasi cosa pur di poterlo abbracciare come fa un figlio con il proprio padre perduto e ritrovato.
Dovette accontentarsi di posare la mano su quel piccolo pezzo di carta color avorio.
Rilesse di nuovo la frase che vi era scritta.
Così breve da essere velocemente imparata a memoria senza sforzo alcuno.
Ancora una volta, Albus aveva saputo prevedere alla perfezione il suo stato d’animo, trovando parole esatte per descriverlo e consolarlo al momento opportuno.
Quant’altro aveva previsto il grande mago?
Quant’altre cose egli avrebbe avuto ancora da scoprire?
Con un profondo sospiro, l’ennesimo di quella notte ormai fonda, Severus si voltò verso quel quadro che troppo spesso ragionava come il Silente in carne ed ossa che gli era stato spesso amico e talvolta tiranno. La differenza tra la tela di Albus e le altre, in momenti come quelli, si rivelava a dir poco impressionante.
«Come?» chiese in un sussurro, ed in quell’unica parola v’erano dentro tante domande che non avevano bisogno di essere esplicate.
Il quadro parve annuire, come se quello fosse stato l’interrogativo esatto da porre.
Parlò con voce pacata e profonda, con le parole che gli erano state insegnate.
Rispose con un racconto e mai venne interrotto finché non giunse alla fine e già quella fredda notte di fine aprile stava per volgere al termine, lo si capiva dall’azzurro chiaro che tenue s’intravedeva verso est e s’apprestava ad avanzare inesorabile per contrastare il blu profondo della volta celeste.
Narrò di una sentinella che viveva in un paese lontano, nel mezzo del deserto grondante silenzio e contemplazione. Sue erano le interminabili notti di guardia sotto il cielo trapunto di stelle, a protezione perenne di chi a lei s’affidava per riposare tranquillo. Suo era il mestiere di scrutare l’oscurità per coglierne i segni.
Nella notte senza sera, che precedeva l’arrivo del giorno, la sentinella mai s’avvide che quel suo stare di guardia con coraggio era già promessa certa per un’alba di luce.

Posta una recensione

Devi fare il login (registrati) per recensire.