Le luci si abbassarono, nell’enorme sala. Anche il chiacchiericcio curioso della folla si spense, e un silenzio pregno di attesa si posò su tutto. Gli orchestrali, al loro posto dentro la buca, provarono l’accordo dei propri strumenti: un’unica, lunga nota, luccichio di tesoro nella tenebra di una caverna, promessa di meraviglie nascoste. Era a lui che toccava rivelarle, quelle meraviglie, lui, piccola figura bionda armata di un’esile bacchetta, incantatore, stregone e signore di un mondo a tutti gli altri ignoto. Si aggiustò il colletto dello smoking, prese un grosso respiro ed entrò.
Gli applausi che lo seguirono, mentre camminava fra i musicisti, furono di pura cortesia, e quindi pieni di diffidenza, se non peggio. Lui rispose inchinandosi appena, senza un sorriso, e si voltò rapido. Non guardò la folla, non gli interessava sapere chi c’era o chi mancava, era già abbastanza nervoso così. Guardò invece i musicisti, che preparavano gli strumenti; li guardò con un lungo, penetrante, profondo sguardo, lo sguardo di un generale che passa in rassegna le sue truppe. Loro lo sapevano, come i cantanti che in quel momento erano dietro le quinte, e replicarono all’occhiata che li invitava a farsi avanti: erano pronti.
Levò in alto la bacchetta bianca e lunga. Il polsino sinistro scivolò un poco, rivelando in parte quel tatuaggio che era la sua vergogna. Lo fissò, e i suoi occhi si strinsero, il sangue gli ribollì nelle vene e il suo orgoglio, l’orgoglio della sua famiglia, si levò in volo. Gliel’avrebbe fatta vedere, a tutti quanti. Avrebbero visto di cosa era capace Draco Lucius Malfoy, il Mangiamorte tornato a casa, nelle vesti di un direttore d’orchestra.
Al suo gesto, gli archi presero subito a tessere le nuvole in tempesta, e i corni partirono a far risuonare tuoni, lampi e fulmini nell’aria vuota. Un misterioso vento sollevò onde di un mare invisibile, e richiamò forze della natura così possenti da annientare ogni vita umana nel loro vortice. Fu solo un minuto, prima che la tempesta si placasse, ma Draco vi aveva messo tutta la propria rabbia e la propria decisione, confondendoli col fragore degli elementi che la sinfonia dell’opera evocava. Quando quel momento finì, era calmo abbastanza da poter continuare, badando solo alla musica. Si prese due secondi di tregua, e poi ricominciò.
Oboi e clarinetti intonarono al suo comando il tema della redenzione e dell’amore, dolce, luminoso e pieno di promesse, visione di beatitudine e di pace oltre la miseria, pace dopo la tempesta del cuore e della natura. Pace, quella che andava cercando da anni, quella che aveva perso dopo quel maledetto settimo anno in cui il mondo gli era crollato addosso.
Per questo amava quell’opera, amava quel compositore, amava quella musica. Ricordava quando l’aveva sentita la prima volta, su quella che all’epoca gli sembrava una strana diavoleria Babbana il cui utilizzo gli era incomprensibile. Gli era entrata dentro con la stessa forza con cui adesso la dirigeva, rievocando la tempesta dopo l’oasi di pace di breve durata, mentre gli archi gli facevano fischiare attorno il vento minaccioso, e i corni come tanti martelli insistevano con le loro note.
E la marea dei ricordi lo travolse, seguendo le ondate di quella melodia così trascinante, così rapinosa. Il ricordo della paura, il ricordo della morte tutt’attorno a sé, delle crudeltà oscena dei Mangiamorte che profanava i luoghi della sua infanzia. Il ricordo della professoressa di Babbanologia torturata, di Piton con la gola dilaniata, della Granger torturata di fronte ai suoi occhi mentre lui, codardo, non riusciva a intervenire.
Era la sua storia, quella, la storia della sua vita. Anche lui, come l’Olandese Volante protagonista di quell’opera, era un condannato per l’eternità, o almeno per la vita. Sì, certo, l’Olandese era stato condannato per aver troppo osato, lui per aver osato troppo poco, ma il risultato era lo stesso: anche lui, durante una tempesta, aveva deciso di non cambiare rotta, di andare avanti a fare ciò che aveva fatto tutta la vita, cioè strisciare, come un verme, come un serpente, lasciando che sopra di lui decidessero altri. E gli altri avevano deciso, l’avevano marchiato come un animale, l’avevano mandato a morire, e lui zitto, non aveva levato mai una protesta, nonostante ogni fibra del suo corpo gli urlasse di farlo. In quei giorni, si guardava nello specchio e si vergognava di ciò che vedeva, pensava che per uno come lui potesse esserci solo la morte.
Non era cattivo, ecco cosa si ripeteva, anche adesso che dirigeva, che le trombe, con tre accordi ripetuti, richiamavano la condanna dell’Olandese. Non era cattivo, era solo un vile, un debole. Ed era mille volte peggio. Voleva che capissero che aveva solo bisogno di aiuto, che aveva solo bisogno di essere amato, protetto, difeso. E invece lo avevano condannato, lo avevano umiliato, lo avevano percosso. Nessuna fiducia gli era stata concessa, nessuna redenzione gli era stata offerta, da nessuno che non fosse nella sua stessa condizione. E anche lui, come l’Olandese, era stato condannato a vagare per l’eternità, potendo scendere a terra solo una volta ogni sette anni, in cerca di una donna che gli fosse fedele.
Non era cattivo, era stato un ragazzino viziato e arrogante che aveva giocato a fare il bastardo, ma messo di fronte all’autentica malvagità si era tirato indietro. Peccato che fosse caduto nella vergogna e nell’infamia, in un abisso ancora più profondo. Finita la guerra, attorno a lui e alla sua famiglia c’era solo disprezzo: il disprezzo degli ex Mangiamorte per non essere rimasti fedeli, il disprezzo dei vincitori per essere stati dalla parte sbagliata. Unici compagni, chi come lui era nella stessa situazione, Gregory e Theodore, anche loro gravati dalla stessa colpa, anche loro disprezzati, dannati legati alla stessa catena.
In quel momento, con uno scatto deciso, la musica della tempesta cessò e i flauti intonarono l’allegro tema dei marinai, dell’onesta gente lavoratrice, di chi nonostante la tempesta si ostinava ad andare avanti col commercio, senza arrendersi agli elementi che imperversavano. Quel tema, Draco lo associò, lo aveva sempre associato, a colei che era stata il suo angelo: Astoria Greengrass, adesso dietro le quinte, lei regista di quello spettacolo di cui lui stava dirigendo la musica, un metro e quaranta circa di fascino e di buon cuore. Non erano più fidanzati da anni, ma mai si sarebbe aspettato che lei sarebbe divenuta la sua migliore amica, la sua spalla, la fatina buona che gli avrebbe indicato l’uscita dal tunnel.
Astoria amava la musica e il teatro, e durante Hogwarts aveva frequentato una scuola, per diventare regista. Lì aveva conosciuto un gruppo di giovani cantanti d’opera, tutti maghi, che un famoso direttore d’orchestra e impresario stava riunendo attorno a sé, assieme a cantanti più esperti, in una vera e propria compagnia lirica. Obiettivo: aprire il primo teatro d’opera magico. Vedendo quanto era depresso, Astoria gli aveva proposto, durante il settimo anno, di venire con loro, provare a conoscerli, vedere se la cosa poteva interessargli. Aveva talento per la musica, Draco, e chissà cosa poteva venirne fuori.
Di nuovo la tempesta si scatenò sotto la sua bacchetta, ma non era più la tempesta della disperazione e della condanna eterna, era la tempesta dell’anima in lotta per la propria redenzione, la tempesta della battaglia per uscire da quella situazione, dell’impegno. Contro le onde che si alzavano ancora più forti e tremende, adesso i temi della redenzione e dei marinai continuavano a risuonare, schegge di speranza nell’orizzonte ancora cupo, tenaci, indistruttibili, ondeggianti come alghe e dure come scogli. Sorrideva, adesso, Draco, si beava delle scariche elettriche che lo percorrevano da capo a piedi, scariche che prendevano il volto dei suoi compagni e amici, e ad ognuno di essi corrispondeva un volto e uno strumento.
L’amore fra lui e quella musica, quella di Richard Wagner, era scattato immediato. Ogni singola nota di quegli spartiti era come se l’avesse scritta lui, era intrisa nel suo sangue puro, la tragedia come l’allegria, l’eroismo come la vigliaccheria, i momenti cupi come quelli allegri. Sentirla era stato come vedersi riflesso in uno specchio, uno specchio veritiero, crudele senza giudizi, pietoso ma senza ipocrisie. Era un amore più profondo di quanto avesse mai provato per una persona, era la pace tanto cercata e tanto minacciata, era morire e rinascere, libero dalla maledizione di quel maledetto Marchio.
E adesso, lui la stava suonando! Adesso, quella era la sua musica, la sua melodia! L’aveva sentita tante volte eseguita dal suo maestro, si era lasciato cullare da quel ritmo a volte confortante come una ninna-nanna, a volte duro come la pietra, a volte splendente come il sole; e adesso, la suonava! Adesso, poteva sentire le sue sensazioni, i suoi ideali, il suo passato, il suo futuro, uscire da lui e prendere forme più belle di quanto avesse mai immaginato, fantasmi luminosi che un altro uomo aveva creato perché lui potesse riempirli del suo cuore.
Il tema della tempesta pulsò forte in mezzo alle onde, si fece più forte, lottò con la forza di un gigante contro quel che voleva schiacciarlo, e Draco lo sentì crescere sotto le sue mani, magia più potente di qualsiasi incantesimo, finché all’apice della sua luminosa potenza non si calmò, non si acquetò nel tema della redenzione, ora libero, ampio, intoccato. Ce l’aveva fatta, era uscito dal tunnel, aveva ritrovato il suo paradiso. Certo, sotto di esso ancora le onde fremevano, ancora l’uragano brontolava, ma distante, lontano, attutito.
Ce l’aveva fatta. Si era preparato anni e anni per quel momento, in cui avrebbe potuto presentarsi a quel paese che ancora lo disprezzava con un volto nuovo, e quel momento adesso era arrivato. Il teatro che il loro maestro aveva cercato di realizzare adesso era una realtà, e quei cantanti ne erano la compagnia ufficiale. Quello era il loro primo spettacolo, e lui, lui, ne era alla guida, assieme ad Astoria. Mesi di prove, con quelli che ormai erano amici fidati e collaboratori competenti, insostituibili compagni, si concludevano qui, con questo Olandese Volante che apriva la prima stagione del loro teatro. Era un sogno che si realizzava, e Draco si beò di questo sogno, lasciò che la sua calma gli placasse agitazione, dubbi e paure, e con i gesti invitò i musicisti a seguirlo nella sua calma, a non avere fretta, a lasciare che anche il pubblico sentisse tutta la bellezza e la calma di questo momento di pace che aveva conquistato.
Perché lui voleva comunicarglielo, era qui per questo. Voleva fargli capire che non era il mostro che tutti pensavano, che era in realtà capace di fornire loro bellezze che non potevano immaginare, che c’era tanto di bene in lui, che ancora non era apparso. Voleva ricominciare a vivere, a guardare il mondo a testa alta, libero dal Marchio sul braccio, libero da Hogwarts e da ciò che era rimasto di quel ragazzino stupido che per poco non l’aveva rovinato; e chiedeva il loro aiuto, anche se solo per una sera. A parole, non l’avrebbe mai fatto, ma con la musica, non c’erano questi problemi.
Con un gesto secco, abbandonò l’oasi di pace e si lanciò nel crescendo finale. Gli archi nervosi lo seguirono, i timpani rombarono, i flauti accennarono il tema della redenzione, e un meraviglioso uccello sorse dalla buca dell’orchestra, un angelo dalle grandi ali variopinte, un angelo di pace, l’angelo della Grazia che tutti perdona, che tutti accoglie, potente e buono, potente perché buono. Annunciava la pace, annunciava la libertà. Si librò sul pubblico della sala, sfiorando il pubblico con le sue ali, purificandoli da ogni rancore, avvolgendolo in un solo cerchio di comprensione reciproca. Fatto questo, iniziò a levarsi verso l’alto, sempre più lontano… ecco che adesso non lo si vedeva neanche più, era flebile come la musica dell’arpa e dell’oboe che per l’ultima volta ripetevano il tema della redenzione. Ma la sua grazia, era ancora lì, mentre Draco richiamava i tamburi per l’ultimo colpo, il suono che avrebbe segnato la fine della sinfonia e l’inizio della storia vera e propria: la storia dell’Olandese Volante, il marinaio condannato a vagare per l’eternità, e della sua redenzione per opera di una fanciulla.
E gli applausi scrosciarono immediati, cascata di consensi a quella musica che adesso era anche sua. Aveva funzionato: l’avevano accolto. Commosso, sorridente, Draco levò lo sguardo a ringraziare gli orchestrali, che come lui sorridevano, e i colleghi cantanti, che tra poco avrebbero interpretato quei personaggi alla cui anima aveva appena dato voce; poi, finalmente, si voltò verso il pubblico. Solo adesso poté guardarli in faccia, perché adesso erano di nuovo suoi simili, non erano più i suoi giudici, almeno per una sera. L’indomani, si sarebbe visto.
Si godette gli applausi per cinque minuti buoni, poi si voltò e fece segno agli orchestrali di riprendere il loro posto. Vide Astoria occhieggiare da dietro il sipario, e fargli l’occhiolino. Le rispose con un altro occhiolino, e rialzò la bacchetta.
Lo spettacolo poteva cominciare.

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