Note al capitolo

Disclaimer: I personaggi ed i luoghi presenti in questa storia non appartengono a me bensì, prevalentemente, a J.K. Rowling e a chi ne detiene i diritti. I luoghi non inventati da J.K. Rowling e la trama di questa storia sono invece di mia proprietà ed occorre il mio esplicito e preventivo consenso per pubblicare/tradurre altrove questa storia o una citazione da essa.
Questa storia non è stata scritta a scopo di lucro, ma per puro divertimento, nessuna violazione del copyright è pertanto intesa.

Una questione di (s)Vista

Per Severus Piton nemmeno le vacanze di Natale erano una motivazione valida per modificare le proprie abitudini, quel ventisei dicembre s’incamminò dunque verso la Sala Grande per la colazione alla solita ora. Anche il resto degli insegnanti fu del suo stesso avviso, mentre non c’era traccia di quei pochi studenti rimasti al castello: di sicuro se ne stavano ancora a poltrire a letto.
Alla sua entrata il chiacchiericcio dei colleghi già seduti ammutolì d’improvviso, come se qualcuno avesse lanciato un Silencio di nascosto.
Vide Filius protendersi dalla sedia, per poi cadere rovinosamente dai numerosi cuscini e finire con il naso nel porridge. Vide Minerva impietrita, con le mani sulla tavola e il cucchiaino d’uovo alla coque ancora in bocca, ogni briciola di dignitosa serietà evaporata come per magia. Per la prima volta in vita sua provò il profondo rammarico di non avere con sé una macchina fotografica: avrebbe immortalato molto volentieri la Capocasa Grifondoro con uno scatto impietoso, giusto per togliersi una piccola soddisfazione personale.
Albus dal canto suo stava facendo spallucce, addentando con gusto focaccine imburrate, ostinatamente sordo ai sussurri allarmati di Pomona che squittiva giungendo dietro Severus.
Pix sfrecciò a mezz’aria brandendo un mestolo ed un piatto d’oro, infine si avvicinò quatto quatto alla sua vittima completamente ignara; l’occasione era troppo ghiotta perché non intervenisse a modo suo. Tutti si immobilizzarono trattenendo il fiato, solo Severus si limitò a rallentare la camminata tra i tavoli vuoti, con un ghigno di puro divertimento che non cercò minimamente di nascondere. Il gong! eseguito dal Poltergeist si propagò per le volte incantate della Sala, così sonoro che il bell’addormentato Hagrid fece un gran salto dalla sedia e diede una poderosa manata al piatto che gli stava dinanzi. Uova fritte, bacon e salsicce presero il volo e atterrarono sul testone irsuto del guardiacaccia, che prese a guardarsi attorno completamente paonazzo per la vergogna.
L’eco ancora aleggiava nell’aria, Albus si limitò a chiedere con noncuranza:
«Marmellata di lamponi, miei cari ragazzi?»

Il resto della giornata passò in modo tranquillo, distribuendo con generosità numerose D sui penosi temi degli studenti del quarto e quinto anno. Quando la sera scivolò nella notte, la convinzione che insegnare a quelle teste di legno fosse solo un’inutile perdita di tempo gli sembrò un’ovvietà che non dava scampo.
D’un tratto un leggero crepitio lo distrasse, costringendolo ad alzare gli occhi da una pergamena: Albus via camino lo pregò di raggiungere immediatamente il suo ufficio, rassicurandolo che la questione non riguardava né Black, né Lupin. Si dileguò velocemente com’era arrivato, lasciandolo allarmato e senza il tempo di replicare alcunché. Diviso a metà tra la speranza che non fosse nulla di grave e l’aspettativa di un motivo più che legittimo per una convocazione alle tre di notte, Severus si alzò lesto. Erano già sufficienti un fuggitivo da Azkaban ed un Lupo Mannaro a rendere il clima nel castello parecchio movimentato, cos’altro poteva esserci?
Un’ora più tardi, parecchi piani più in alto un uomo marciava deciso verso le proprie stanze, il nero mantello che si gonfiava minacciosamente in ampie volute. Dal cipiglio severo trasparivano un enorme disgusto ed un’indignazione di proporzioni cosmiche.
Pregò che quei pochi studenti fossero nei loro dormitori – soprattutto Potter – perché se per una sfortunatissima coincidenza qualche malcapitato si fosse imbattuto in lui, si sarebbe ritrovato non uno, non due, ma almeno tre barili colmi di Rospi Cornuti da sventrare seduta stante.
Aveva appena constatato che al peggio non c’è mai fine.

*

Se non fosse stato per l’evidente tensione nell’aria, Severus avrebbe potuto giurare che nell’ufficio circolare fosse in corso un pigiama party e non una riunione degli insegnanti. L’occhiata che gli aveva scoccato Minerva era stata più che eloquente: “Ma tu, non dormi mai?”
Si era rifiutato di darle corda, concentrandosi piuttosto su Hagrid che in lacrime stava seduto di fronte ad Albus; dal sinistro scricchiolio della sedia poté facilmente intuire che questa stesse implorando pietà per il peso che era costretta a sopportare.
«È c-che non ci ri-riesco proprio, signor Preside.» stava dicendo il guardiacaccia tra un singulto e l’altro. «Ci ho provato di tutto, anche a contare gli Unicorni, ma da quando mi è arrivata la lettera non ci dormo più.»
Pomona aveva alzato gli occhi al cielo in segno di disperazione. Buon Merlino, allora non era il solo ad essere piuttosto seccato.
«E poi… se penso a quello che vogliono farci al mio Fierobecco, quando riesco ad addormentarmi mi sogno un sacco di cose orribili.»
Albus aveva continuato a rimanere in silenzio.
«Qualche ora fa gli ho somministrato una Pozione Soporifera.» aveva detto Poppy molto seriamente. «Ma è evidente che per lui i normali preparati non sortiscono gli effetti previsti.»
Ora sì che gli occhi azzurri del Preside scintillavano pericolosamente dietro le lenti a mezzaluna; Severus conosceva quello sguardo, era quello che faceva da preludio ad una richiesta che di fatto equivaleva ad un ordine.
Si era già preparato ad accettare giusto con qualche riserva – in fin dei conti il pozionista era lui – ma Sibilla era entrata a sorpresa nello studio con perverso e inopportuno tempismo. La conversazione che ne era seguita gli aveva fatto desiderare di essersi addormentato alla scrivania e che quello fosse solo un incubo di qualità pessima.

*

Scavalcato.
Subdolamente e con ignominia, per giunta.
Misurò il proprio studio per l’ennesima volta, percorrendolo in lungo e in largo con le mani incrociate dietro la schiena, stupendosi di non aver ancora lasciato un solco sul pavimento.
Cercò di calmarsi, dopotutto era un uomo adulto, non era necessario prendere quella decisione in modo personale, l’obiettivo andava raggiunto con ogni mezzo a disposizione…
… ma come diamine era saltato in mente al vecchio di assecondare Sibilla?
Se si fosse trattato di Poppy non avrebbe opposto resistenza – almeno non troppa, la medimaga era veramente capace ed esperta – ma qui c’era un’insegnante di Divinazione che pretendeva di avere voce in capitolo sulle sue pozioni e sui suoi ingredienti, tutto perché si diceva in grado di aiutare Hagrid!
Cos’era, uno scherzo di carnevale in anticipo?
Prese sadicamente ad insultarsi per non essersi opposto con più fermezza.
Già, come no: era più facile insegnare ad un Ippogrifo a fare le capriole, che negare qualcosa ad Albus.
Intanto il riposo aveva deciso di emigrare altrove, probabilmente con un biglietto di sola andata.
Si passò una mano sugli occhi stanchi. Era inutile lamentarsi, meglio mettersi al lavoro il prima possibile così da chiudere la questione in modo veloce, indolore e soprattutto autonomo. Preparò gli ingredienti necessari, voltando molto volentieri le spalle agli ultimi temi che lo attendevano sconsolati in una pila ben ordinata sulla scrivania. Visti i risultati dei precedenti, non c’era molto da sperare e forse un Incendio cumulativo lanciato alle pergamene sarebbe stato molto più gratificante.
Sospirò.
Per il momento, l’unico fuoco di cui si dovette accontentare fu quello sotto al calderone.

***

L’ultimo giorno dell’anno non era venuto ancora a capo di nulla. Né l’aumento della valeriana né quello della lavanda avevano sortito gli effetti desiderati. Hagrid ormai si aggirava nel parco con le energie di un Vermicolo prossimo al letargo.
Albus era appena stato estremamente convincente nell’intimare a Severus a compiere un’azione di cui avrebbe molto volentieri fatto a meno; tuttavia, con suo grande disappunto, il pozionista dovette considerare che non poteva più rimandare. Ma sul fatto del perché tra i due insegnanti toccasse proprio a lui cedere, questo gli rimase odiosamente incomprensibile.
Non gli restò che ringraziare almeno le vacanze di Natale ed i corridoi deserti: non c’era anima viva che avrebbe potuto essere testimone dell’avvenimento.
Il tragitto procedette tranquillamente, finché nei pressi di una stretta scala a chiocciola si sentì vagamente osservato. Aveva dimenticato che in mancanza di anime vive ad Hogwarts erano i quadri a spettegolare sfacciati: infatti eccolo lì, un gruppo di dame in crinolina che bisbigliava da una cornice, occhieggiando nella sua direzione. Riservò alle signore una delle espressioni più truci del suo repertorio, ma provocò solo risatine sommesse che lo spazientirono ancora di più.
Maleducate.
Proseguì oltre, lasciandosi alle spalle altri assurdi commenti femminili senza pudore ed entrò nell’aula di Divinazione, rivestito dell’abituale calma imperturbabile.
Boccheggiò.
Era salito alla Torre Nord o era disceso in un rosso inferno soffocante, pervaso da un odore intenso e dolciastro e da orribili poltroncine? Soffocò la voglia impellente di alzare i tacchi, cercando un immaginario refrigerio nei fiocchi di neve che scendevano lenti ed ipnotici fuori dalla finestra.
La quiete ed il silenzio inondavano la stanza, rendendo l’atmosfera ancora più surreale.
Severus si perse per qualche istante nel bianco fumo perlaceo in una delle sfere di cristallo alle pareti, infine posò i suoi occhi d’ebano sulla maga. Avvolta in svariati scialli colorati, teneva le mani cariche di gioielli intrecciate sul petto, sedendo accanto al grosso camino acceso.
Il pozionista la squadrò, come se aspettasse di vederla sciogliersi per il caldo da un momento all’altro.
Certo che non potevano esserci due mondi più diversi di così nello spazio di pochi metri quadrati. Intenti a scrutarsi come duellanti, erano tanto contrapposti quanto incredibilmente affini, poli estremi che, nonostante tutto, avevano parecchio in comune. Un paradosso allo stato puro.
Lei, solitaria e stravagante esistenza perennemente in cima ad una torre; lui, eremita volontariamente rinchiuso negli abissi di un sotterraneo freddo e tetro come la sua anima. Entrambi comunque separati dal mondo di mezzo.
Sibilla iniziò lentamente a consultare le carte, descrivendone i segni con voce bassa e velata.
Severus ridusse gli occhi a due fessure, profondamente scettico nei confronti di quel ramo della magia che gli rimaneva ostinatamente incomprensibile, avvolto nel suo alone di vaghezza e mistero. Molto meglio affidarsi alla precisione della scienza delle Pozioni, all’esattezza di pesi, misure e giri di mestolo, alla certezza di risultati quantificabili.
Non gli ci vollero doti da Legilimens per cogliere una certa irritazione nell’esclamazione piccata:
«Professor Piton, lei è tra le persone con l’Aura più limitata che io abbia mai incontrato.»
S’irrigidì. Quella frase gli sembrò quanto di più vicino ad un insulto.
«Ed è sempre lei quello che da più di tre giorni non riesce a venire a capo di nulla.»
Le sopracciglia saettarono fulminee verso l’alto.
Sibilla dieci, Severus zero. Pluffa al centro.
«Le carte non mentono mai e nemmeno l’Occhio, per quanto nebuloso ed incerto possa essere talvolta il futuro.» si sporse verso di lui per dare maggior enfasi a quanto stava per rivelare, gli occhi spalancati dietro gli spessi occhiali. «Avverrà tra poche ore… e, mi creda, più che la Vista le sarà utile una svista
Cosa?
La pazienza del mago si protese pericolosamente verso l’orlo del precipizio, l’autocontrollo riuscì ad acciuffarla appena in tempo.
Scavalcato in pubblico, beffato in privato. Salazar, com’era caduto in basso.
Aprì la bocca per replicare, se fosse rimasto troppo a lungo in silenzio le avrebbe dato l’errata impressione di essere dalla parte della ragione. Si sarebbe buttato nel lago ghiacciato, piuttosto.
Ed invece Sibilla – a suo dire perfidamente – non gli lasciò il tempo e lo congedò, non mancando di ricordagli la fiducia che Silente riponeva in lei, sempre educata e tranquilla, così diversa da un certo insolente personaggio che anni prima era stato sorpreso ad origliare, pur di carpire un posto da insegnante.
Quel Bolide lo colpì in pieno petto, lasciandolo praticamente senza respiro.
Quasi si precipitò lungo la scala d’argento, fuggendo da qualcosa che non poteva lasciare dietro di sé: il senso di colpa.
Sibilla non nascondeva di sentirsi superiore a chiunque non fosse dotato dell’Occhio Interiore, ma se fosse stata una vera Veggente – rifletté Severus con il fiato corto – avrebbe saputo vedere in lui un Mangiamorte pentito e torturato da un atroce rimorso, no? Invece, quelle rarissime volte che i loro percorsi si incrociavano, lei gli faceva capire che egli le stava simpatico quanto un’Acromantula che si intrufola nel letto e tutto per aver interrotto un colloquio di lavoro anni addietro. Della profezia, quella che li legava a doppio filo a Potter e che gravava sull’intero mondo magico, Sibilla non ricordava nulla di nulla.
Gli sarebbe piaciuto, davvero, considerarla e trattarla come una semplice ciarlatana, dal momento che l’antipatia era reciproca, ma non poteva permettersi questo lusso: si odiava troppo per quel madornale errore da non riuscire a guardarla senza maledirsi.

***

Niente di meglio che passare l’ultima sera dell’anno a distillare pozioni. Severus era riuscito a non farsi vedere all’ora di cena, per evitare inutili e patetici festeggiamenti da parte degli occupanti del castello, ma soprattutto per non dover fornire delucidazioni ad Albus circa il colloquio svoltosi quella mattina.
Calcolò con esattezza il minuto necessario per riscaldare quella pozione con un rinnovato dosaggio – quasi ultimata e pronta per la fase finale – scuotendo la testa come per scacciare via una considerazione troppo fastidiosa. Dopo quasi un’intera giornata, il ricordo della spiacevole scampagnata alla Torre Nord era ancora in grado di destabilizzarlo. Detestava non avere il pieno controllo di sé.
Fu così che avvenne l’impossibile.
Decisamente sovrappensiero, aggiunse del Muco di Vermicoli al posto delle radici di valeriana, rendendosene conto troppo tardi per correre ai ripari. Soffocò l’imprecazione poco Principesca, ma in compenso molto Babbana, che gli era salita alle labbra.
Pozione rovinata. Tempo ed ingredienti sprecati.
Si appoggiò al piano di lavoro con entrambe le mani, rilasciando un sospiro. Mai, in anni di esperienza, gli era capitata una svista del genere. Mai!
Un momento.
Una… che?
Oh no. No no no! NO!
Non poteva essere!
Tornò a guardare il calderone. La pozione aveva assunto una tonalità di viola acceso, ma nulla nel suo comportamento lasciava presupporre che fosse avvenuto un passaggio errato, tutt’altro. Deglutì a vuoto, e tentò l’azzardo, aggiungendo le radici e mescolando infine sette volte in senso orario.
Era praticamente perfetta.
Inconcepibile. Inverosimile. Assurdo!
Imbarazzante.
Restò parecchi minuti con lo sguardo perso nel vuoto, crogiolandosi in lunghi monologhi interiori di autoflagellazione. Quando fu abbastanza stanco di insultarsi mise il necessario in una fialetta ed uscì dal castello.
Hagrid lo accolse festante, con una bottiglia di Whisky Incendiario in mano pronta per essere scolata senza ritegno. Severus declinò l’invito per una bevuta in compagnia, reprimendo un fremito di puro orrore. Con occhio clinico osservò il guardacaccia che beveva speranzoso quel che gli venne dato.
Il tempo d’un battito d’ali di Boccino ed Hagrid crollò di peso sul letto, cominciando a russare così intensamente da poter senza problemi competere con le frequenze di una Banshee. Thor gli si accucciò accanto con un guaito di contentezza, scodinzolando vivacemente.
La mattina seguente salì a far colazione con un leggero senso d’inquietudine. Era certo dell’assoluta riuscita della pozione, ma preferiva controllare di persona lo stato di salute del guardiacaccia: si sarebbe sentito tranquillo solo dopo essersi accertato che avesse passato tranquillamente la notte e senza effetti collaterali.
Degli studenti neanche l’ombra, nemmeno quella mattina. Non gli dispiacque per nulla.
D’un tratto le porte della Sala Grande si spalancarono ed Hagrid giunse tutto pimpante, salutando tutti i presenti con la sua voce stentorea ed un gran sorriso sulle labbra.
«Professor Piton! Ci devo dire grazie, davvero! Ho dormito tutta la notte come un bambino e stamattina, guardate qua!» esclamò, girando su se stesso a braccia spalancate per essere contemplato nella sua interezza. «Mi sento come nuovo! Oh grazie, grazie! Buon anno, professore!»
Il tè quasi gli andò di traverso quando si accorse che l’uomo si stava avvicinando per abbracciarlo. Cercò di infondere nella sua espressione più impassibilità possibile per evitare il disastro e probabilmente ci riuscì, perché Hagrid si frenò all’ultimo, limitandosi a qualche cenno del capo e a farfugliare altre parole di ringraziamento. Il sentimentalismo Grifondoro di Minerva arrivò invece puntuale:
«Suvvia Severus, non essere sempre così scontroso. È il primo giorno dell’anno!»
E anche l’ultimo della mia vita, pensò lui, se per disgrazia incorro nell’abbraccio del guardiacaccia.
Rilasciò un sospiro di sollievo per il pericolo scampato e per l’ottima riuscita della pozione. Riuscì perfino a trovare un po’ d’appetito, cosa piuttosto rara soprattutto negli ultimi tempi. Forse non tutto il lavoro di quei giorni era da buttare, forse quel nuovo dosaggio si sarebbe rivelato utile anche per altri impieghi, forse poteva tracciare un minuscolo bilancio positivo da quell’avvenimento, forse…
«Ah, Severus?» Albus s’intromise nella sua riflessione privata. «Non credi che dovresti tornare da Sibilla e ringraziarla per l’aiuto?»
Silenzio improvviso.
Vecchio traditore! Era proprio necessario sbandierare l’avvenimento ai quattro venti?
Ora era il suo turno di essere fissato dai colleghi con aria attonita. Ma che avevano da guardare? Non gli era mica spuntata una seconda testa!
Minerva osò lanciargli un breve sorriso di compiacimento che gli provocò una stretta allo stomaco.
Chiuse gli occhi, inorridito.
Buon anno, Severus.

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