Note alla storia

Questa storia vuole essere il seguito diretto di Conversazioni Notturne, quindi consiglio a chi si imbatte in questa di andare a leggere anche il principio di tutto, per poter così comprendere con più facilità gli avvenimenti. Buona lettura.

Chiedimi se sono felice

 

Trappola

Vento intriso di neve, compatti cristalli di ghiaccio che volano ovunque, s’adagiano sul candido manto e si risollevano in aria turbinando veloci.

L’inverno avvolse il castello di Hogwarts nella sua morsa più gelida.

Il sibilo delle raffiche che sferzavano le imponenti mura di pietra si insinuò nel mondo dei sogni, costringendolo ad allontanarsi sempre più ovattato e distante, mentre cinque rintocchi di pendolo - uno dopo l'altro - completarono l'opera, obbligando Severus ad uscire dal torpore.

Alzarsi? Nemmeno per idea. Meglio affondare nuovamente il viso nel cuscino.

Poco dopo, il respiro tornò a farsi regolare, sentì il corpo disteso diventare sempre più leggero ed avvolto nuovamente dal sonno ristoratore. Fu in quel dolce momento che sopraggiunse una consapevolezza che rovinò ogni cosa. E fu dolore. Non solo mentale, ma fisico, che lo svegliò del tutto e irrigidì ogni arto.

Era il suo compleanno.

In altri tempi, in altre circostanze, un minuto di attenzione sarebbe stato anche troppo. Un numero in più, null’altro, niente da festeggiare. Questo era stato il pensiero nell’altra vita, quella vecchia, finita miseramente sul pavimento di una Stamberga. Ora invece c’era quella nuova, nata dalle lacrime di Fanny e quel numero in più che si posava sulle sue spalle altro non era che un regalo, accettato sì, ma lasciato ancora intatto.

Continuava a tenersi stretto il suo dolore.

E questo era male.

Supino, spalancò gli occhi e le iridi di nera ossidiana incontrarono la penombra che avviluppava l’ambiente, il tenue bagliore delle fiamme nel caminetto ormai prossimo a languire.

In alcuni momenti desiderava spegnersi come loro.

Rassegnarsi a morire gli era risultato più facile che rassegnarsi a vivere. I giorni che erano seguiti a quella strana estate fatta di incontri, silenzi e chiacchiere presso una lapide bianca, si erano protratti in un altalenare di alti e bassi, momenti di tranquilla serenità e attimi di puro senso di colpa che non ne voleva sapere di andarsene.

Preda delle emozioni più contrastanti, si sentiva una vittima inerme tirata da due funi, incapace di decidere da sé quale fosse il sentiero da intraprendere.

Ormai era del tutto sveglio. Perché non passare il tempo facendosi ancora del male? Provò a contare i momenti felici dei compleanni passati.

Bastarono le dita di una sola mano, per quel tuffo tra i ricordi.

La dolce consistenza di una rossa ciliegia candita gli sfiorò le labbra, mentre con gli occhi della mente rivedeva un sorriso unico nella sua rarità ed amato con tutto il cuore.

 Mamma.

Aveva cinque anni. Frugò ancora tra vecchie memorie, scampoli di una vita così lontana che la si poteva raggiungere semplicemente toccandosi una piccola cicatrice alla gola.

Lily, radiosa quanto uno sfolgorante sole estivo, gli porgeva una piccola torta di zucca, due candeline al centro formavano un dodici verde-argento.

Una lacrima solitaria scivolò sulla guancia. Morì sul cuscino, inascoltata.

Albus gongolava come un bambino davanti ad un giocattolo nuovo fiammante, compiaciuto per avergli messo in mano a tradimento un bicchiere di idromele per un brindisi. Un momento felice... solo per metà. Gli aveva poi fatto gli auguri con la stessa leggerezza con cui aveva appena rinnovato la richiesta di ucciderlo.

Una seconda lacrima seguì la scia della prima, una terza, poi altre ancora…

Il pendolo si esibì in altri rintocchi. A sette, il guanciale era ormai zuppo. Malinconia e rabbia ultimamente erano sempre più frequenti. Male, molto male. Gettò lontano coperte, lacrime e ricordi, pregò di avere così tanto lavoro da non riuscire a pensare a nient’altro per tutto il resto del giorno.

«Buongiorno, Severus!» Silente, dalla voce calda e pacata, lo salutò dalla cornice. «E buon compleanno!»

«Hmm!»

No, essere scortese con Albus non rientrava nelle sue intenzioni primarie, ma persino come ritratto quell’uomo deteneva una tempestività da record. In negativo.

L’ufficio era ancora immerso nel buio, al di là dei vetri il sole sorto da poco faticava a bucare la spessa coltre di nubi bianchissime. Accese le luci con un solo gesto e fu accolto dal pigolio piccato di Fanny: odiava essere svegliata all’improvviso. Bella la vita da Fenice, gli sembrò quasi degna di invidia, lisciarsi meticolosamente le piume, in santa pace, accompagnati dal ticchettio degli strumenti d’argento alle pareti.

Lavoro, lavoro e soltanto lavoro. Si isolò completamente, cambiando la parola d’ordine e rifiutando di scendere per la colazione; niente auguri, da parte di nessuno, solo pergamene da leggere, firmare e compilare.

Dopo una breve tregua, la neve riprese a scendere in placidi fiocchi leggeri.

 ***

Bianco a perdita d’occhio. Il parco, la Foresta Proibita, tutto era candido e immoto. Il rami scheletrici degli alberi si erano ornati di complicati merletti.

Lui invece era ancora nero come la notte, una volgare macchia d’inchiostro su foglio immacolato.

Ripulì la lapide marmorea dalla neve. Rileggervi il nome inciso gli procurò un nuovo nodo alla gola, intenso e insopportabile.

Il tempo non aveva lenito ancora nulla.

I minuti divennero ore; non batté ciglio per le mani intirizzite dal gelo, si limitò a nasconderle nelle tasche del mantello.

Il freddo che gli stringeva il cuore era molto più lancinante.

Rumore di passi che s’avvicinano, di stivali che affondano nel soffice manto.

Addio solitudine di pace e di dolore.

Non si voltò, non aveva bisogno di sapere chi fosse. Quello era il luogo dei loro appuntamenti, delle loro conversazioni, non più solo notturne. E mai una che fosse stata concordata, mai. Andava bene così, lo sapevano entrambi.

Si strinse un po’ di più nel mantello.

Aveva freddo, dentro e fuori. Non ne poteva più della sua roccaforte di ghiaccio, nonostante fosse l’unico baluardo che gli era rimasto.

E si rese conto, per la prima volta, che il mondo di dolore in cui si era rifugiato non era più soltanto una difesa. Impedirsi di provare emozioni per non soffrire ancora.

Era diventato una trappola da cui non era più capace di uscire.

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