[ For the greater good ]


Tutto ciò che mi è concesso tenere in questa cella è una scacchiera.
I pezzi sono difficili da riconoscere nella feroce penombra dell'ambiente, poiché l'unica cosa che li distingue gli uni dagli altri è la diversa altezza. Le forme, il bianco ed il nero sono stati inghiottiti dall'oscurità ormai da lungo tempo.
Mi diverto a giocare contro me stesso, immaginando di sfidare ogni volta un avversario diverso. Decido sempre in anticipo chi uscirà vincitore e chi perdente da questa dura battaglia, ma non ho fretta di essere incoronato o di maledire una mossa palesemente errata: le partite, qui in questa cella, possono durare settimane o addirittura mesi.
E non è detto che, un giorno, non arrivi qualcuno che si dimostri alla mia altezza e mi tenga impegnato per anni, decenni persino.
Fino al giorno della mia morte.



[ I ]


Lo porta della cella si aprì con estenuante lentezza, senza che alcuna luce provenisse dal suo interno. L’uomo creò un piccolo globo luminoso che galleggiasse a mezz'aria per guidare i propri passi, sperando che non colpisse troppo duramente gli occhi dell’atro, ormai abituati soltanto all'oscurità.
Entrò senza esitazioni, poiché l'unica cosa che temeva quel giorno era se stesso.
«Sei venuto».
«Buongiorno».
La porta si richiuse alle spalle dell’uomo, questa volta con uno scatto deciso e repentino.
«È giorno?» gli chiese la voce di lui, irriconoscibile, arrochita dal tempo e dalla solitudine.
«Sì. Le undici del mattino per la precisione».
Il visitatore fece comparire una sedia e prese posto accanto al letto del prigioniero. Il volto di quest’ultimo non era diverso da come lo ricordava, forse soltanto leggermente più magro. Non era diverso nemmeno da quello del ragazzino che aveva conosciuto così tanti anni fa e che gli aveva portato speranza e doveva ammettere che anche questo, forse, lo spaventava.
«Ti piace la mia prigione, Albus?»
Nurmengard.
Nurmengard che gli ricordava così tanto Azkaban e la cella occupata per anni dal padre.
«È un edificio molto imponente e ambizioso, Gellert. Direi che rispecchia al meglio la personalità del suo creatore».
«Sapevo che l’avresti apprezzata, amico mio» replicò Grindelwald, la sua voce incerta spenta da un accesso di tosse apparentemente incontrollabile.
Un silenzio interrotto solo dal respiro affannoso del mago oscuro cadde poi sull’ambiente angusto della cella. Silente si sentiva in dovere di parlare, poiché era stato lui a richiedere quella visita all’insaputa dell’altro, eppure, forse per la prima volta in vita sua, non sapeva cosa dire.
«Perché sei venuto, Albus?»
«Credevo di saperlo».
Si passò distrattamente una mano sulla barba che gli arrivava a metà del busto.
«Pensavo che saresti venuto prima».
«Non ne ho avuto il coraggio».
«È comprensibile».
Grindelwald fece per mettersi a sedere sulla sua brandina, ma Albus dovette alzarsi di scatto ed aiutarlo afferrandolo strettamente per le braccia per evitare che cadesse.
«Grazie. Ho io qualcosa da fare già che sei qui. Se non ti dispiace».
L’uomo si sistemò come meglio poteva contro il muro di pietra della parete e indicò un angolo della piccola cella.
Silente sollevò la bacchetta per dirigere il globo di luce verso lo spazio indicato da Grindelwald e, posata malamente sul pavimento, i pezzi sparsi intorno al legno scuro della tavola da gioco, vide una scacchiera.
«Non dobbiamo necessariamente concludere la partita oggi, se hai fretta».
Albus scosse lievemente la testa e fece comparire un piccolo tavolino tra la sua sedia e la brandina. Con un altro movimento rapido della bacchetta, la scacchiera si posizionò sul ripiano di legno lucido, i pezzi perfettamente distribuiti sulla sua superficie quadrettata.
«Credo che sarebbe più opportuno, amico mio, se fossi io a prendere in custodia i bianchi e tu i neri».
«Sono perfettamente d’accordo» annuì Gellert.
Nella penombra della cella situata nella parte più alta della torre, la partita ebbe inizio.


*


1) e2-e4
d7-d5

2) e4-e5
d5-d4

3) c2-c3
f7-f6

4) e5xf6
d4xc3

5) f6xe7
c3xd2+

6) Ac1xd2
Af8xe7

7) Cg1-f3
Cb8-c6

8) Cb1-c3
Cg8-f6

9) Cc3-e2
Cf6-d7

10) Cf3-d4
Cc6-e5

11) Cd4-e6
Ce5-d3

Scacco matto, Albus.



[ II ]


Albus Silente si ritrovò a varcare per la seconda volta nella sua vita la porta della cella situata nella parte più alta della torre di Nurmengard.
L’oscurità non era cambiata; così come non erano cambiati la scacchiera e il tavolino e la sedia che il Preside aveva fatto apparire quasi trent’anni prima.
Ciò che invece era cambiato, e tanto, era il volto dell’uomo steso sulla brandina, avvolto in spesse coperte di lana contro il gelo dell’inverno amplificato dall’umidità della prigione.
«Sei invecchiato» disse Gellert, provando con fatica a sorridere e mostrando un ampio spazio vuoto tra i denti.
«Non quanto te» replicò Albus, che non riuscì a raccogliere l’ironia del commento del mago oscuro, troppo impegnato ad osservare rabbrividendo i suoi capelli radi e bianchi, i solchi profondi delle rughe e il suo volto completamente scavato, la pelle tirata di un colorito inumano.
«Sei venuto per giocare ancora? È passato così tanto tempo ormai…»
«Sì» confermò Silente, sedendosi sulla sua sedia. Attese qualche istante prima di proseguire: «Ma prima ho una confessione da fare».
«Mi è difficile credere che il grande Albus Silente possa aver in qualche modo deviato dalla retta via, amico mio».
«Non ancora. Ma temo che vi sarò costretto fin troppo presto».
«Il tempo per noi ha un altro significato, Albus» sussurrò Grindelwald, tossendo piano. «Ed è sempre stato un bene e uno svantaggio al contempo».
Silente rifletté su quelle ultime parole, indeciso se iniziare o meno il mea culpa per un delitto che non aveva ancora commesso.
«Suppongo ti sia giunta voce della caduta di Lord Voldemort, Gellert, per mano di un infante. L’unico mago della storia ad essere scampato alla maledizione più abietta».
«Molti dei suoi Mangiamorte sono stati portati qui. Troppe celle occupate ad Azkaban» il prigioniero sorrise ancora, mostrando nuovamente la sua dentatura rovinata.
«Ci vorrà ancora molto tempo per stabilire chi ha agito sotto l’influenza della maledizione Imperius e chi effettivamente ha seguito Tom volontariamente, temo» replicò Albus, scuotendo lievemente la testa.
«È questo che sei venuto a confessare? Il tuo senso di colpa?»
«La parte peggiore deve ancora arrivare. Tom Riddle tornerà più forte di prima».
«E allora lo sconfiggerai come hai sconfitto me così tanti anni fa».
«No, non credo che sarò io questa volta».
Silente si alzò dalla sedia e si mise a camminare per la cella, per quanto i movimenti fossero complicati dalla ristrettezza degli spazi. Avrebbe voluto confessare ogni cosa: la profezia, il bambino prescelto, il duello finale che ne avrebbe sancito la morte… Il suo dovere di proteggerlo ad ogni costo, finché non fosse giunto il momento di sacrificarlo come una bestia. Il suo compito di mentirgli, spudoratamente, ogni giorno della sua giovane vita.
Ma Tom Riddle sarebbe risorto e non poteva permettersi di divulgare informazioni così cruciali a nessuno. Nemmeno all’unico uomo che avesse mai realmente amato.
Ancora una volta la sua visita si era rivelata inutile, se non addirittura deleteria.
«Giochiamo?» gli giunse alle spalle la voce arrochita di Grindelwald.
Il Preside prese nuovamente posto di fronte alla scacchiera dove, in quanto precedentemente sconfitto, lo attendevano ancora i bianchi.
Sospirando, fece la sua prima mossa.


*


1) e2-e4
d7-d5

2) d2-d3
e7-e6

3) Cg1-f3
Cb8-c6

4) Ac1-g5
Af8-b4+

5) Re1-e2
Rgd8-d7

6) Cb1-c3
Cg8-f6

7) a2-a3
h7-h6

8) Ag5-h4
Ab4-a5

9) e4-e5
d5-d4

10) Cc3-a4
Cf6-h5

11) Ca4-c5
Ch5-f4+


Ancora scacco matto, Albus.



[ III ]


L’uomo si fermò un istante davanti alla porta della cella, alzando una mano per chiedere silenziosamente alla guardia di non aprirla ancora, di concedergli qualche altro momento.
La sua mano sospesa a mezz’aria era nera come l’oscurità notturna che avvolgeva la torre. Solo qualche raggio di luce lunare proveniente da una feritoia illuminava fiocamente quelle dita lunghe e malate, pericolosamente fragili.
Silente abbassò la mano con una piccola smorfia di dolore e consentì alla guardia di farlo entrare.
La scena era esattamente come la ricordava, l’unica cosa ad essere mutata, ancora una volta, era la piccola figura scheletrica raggomitolata sulla brandina; ma da qualche settimana, ormai, anche il Preside di Hogwarts aveva iniziato a conoscere la spiacevole sensazione di scoprirsi vecchio e logoro, costantemente affaticato.
Entrò nella cella, creando un globo di luce con un movimento della bacchetta stretta nella mano sana.
Gellert dormiva, respirando affannosamente e agitandosi nel sonno. Albus si sedette sulla solita sedia cercando di non fare alcun rumore per non svegliarlo. Lo osservò a lungo, carezzando con delicatezza, distrattamente, la mano annerita.
«Non credevo che saresti tornato ancora» disse Grindelwald, gli occhi sempre chiusi.
«È l’ultima volta».
«Perché?»
«Sto morendo».
Gellert aprì gli occhi e senza fretta, senza apparente emozione, esaminò attentamente la figura che sedeva composta di fronte a lui: i lunghi capelli e la barba bianchi, gli occhi azzurri dietro le lenti dei suoi occhiali a mezzaluna e quella mano. Quella maledizione che il più grande mago oscuro di tutti i tempi, o il secondo forse, non ebbe alcuna difficoltà a riconoscere.
«So che è risorto».
«Più forte di prima».
«Come avevi predetto».
Grindelwald si mise faticosamente a sedere, ignorando la mano tesa di Silente, pronto ad aiutarlo.
«Hai paura?» gli chiese invece.
«Sono solo stanco».
«Conosco la sensazione. Eppure per più di cinquant’anni non ho fatto altro che starmene sdraiato qui» rise Gellert, alzando un dito ad indicare la scacchiera. «Che ne dici, per liberarti un po’ la mente dagli altri pensieri».
Albus spostò lo sguardo dalla scacchiera alla sua mano nera come la magia che per anni aveva combattuto e scosse la testa, come imbarazzato.
«Non credo di esserne in grado oggi, amico mio».
«Sei soltanto venuto a dirmi addio, allora?»
«Sì».
«Non preoccuparti» replicò Grindelwald. «Non credo che vivrò molto più a lungo di te».
I due si guardarono a lungo negli occhi nella penombra della piccola cella, ognuno concentrato silenziosamente sui propri rimorsi.


*


Sento una presenza alle mie spalle, ma questa volta so che non è lui.
Mi volto con difficoltà, sollevando lo sguardo ad incontrare il viso inumano di Lord Voldemort.
Finalmente è giunto il momento che ho tanto atteso.

Finalmente.
È arrivato il giorno della mia morte.

Note di fine capitolo

Piccola cronologia della storia: il primo incontro avviene nel 1955, dieci anni dopo il duello tra Albus e Gellert, nonché anno in cui Tom Riddle si reca a Hogwarts per chiedere un posto da insegnante a Silente; il secondo incontro, invece, ha luogo tra gennaio e febbraio 1982, pochi mesi dopo la caduta di Voldemort e la morte dei Potter. Il terzo incontro credo non abbia bisogno di chiarimenti XD

Per quanto riguarda invece le partite a scacchi, le ho riprese pari pari da uno dei miei libri preferiti in assoluto, che ha in parte contribuito ad ispirare questa fanfiction: ‘La Colubrina, ovvero l’assedio della fortuna’ di Michel Tournier, edito da Salani. Ho ripreso le partire descritte in questo libro perché credo rappresentino egregiamente la storia di questi due personaggi e il loro rapporto: sono infatti, come noterete se avrete voglia di riprodurre le mosse su una scacchiera, partite ‘specchio’, in cui un giocatore (in questo caso Gellert) esegue di volta in volta le mosse dell’altro.

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