Note alla storia

E così ha inizio la mia carriera di scrittore di fanfiction. Speriamo che sia lunga e gloriosa.

Freddo. Buio. Non una luce a illuminare la sua strada. Com’era finito lì?

Paura?

Conosceva quella voce, quel viso pelato da rettile, con le narici appiattite e i denti scoperti in un orrendo sorriso di scherno.

Perché piangi? Non sei contento che ti ho ritrovato?

Gli urlò di andare via, di lasciarlo in pace. Lui rise.

E perché dovrei? I bambini non vanno lasciati soli, se non sono capaci di badare a se stessi... 

Io non sono un bambino!

Allora non piangere! Alzati! Sii uomo!

Un uomo come te?

Sarebbe sempre meglio del marmocchio tremante che sei… un lattante che vorrebbe ancora attaccarsi al petto di mamma.

Non voglio essere come te!

Tu sei già come me! In cosa credi di essere migliore? Hai partecipato alle mie azioni, hai gioito dei miei trionfi... e sei caduto con me!

Vattene, demonio! Lasciami!

Lui si ritrasse, continuando a fissarlo derisorio. Alle sue spalle, ne apparvero altri: volti noti e un tempo amati, che ora gli ispiravano solo dolore e vergogna, rabbia e umiliazione. Lo fissavano ridacchiando, se lo indicavano a dito: il vigliacco... il coniglio... il fuggitivo. E per quanto si tappasse le orecchie, quelle risate gliele oltrepassavano crudeli, e lo torturavano lentamente.

Poi, d’un tratto, Lui estrasse la bacchetta e gliela puntò addosso. Rideva nel farlo, pregustando il suo dolore.

Con un urlo, Draco Malfoy si risvegliò, andando a sbattere la testa contro il soffitto. Il dolore lo riportò alla realtà. Borbottò stizzito sulla bassezza del tetto sopra il suo giaciglio, anche se dovette ammettere che era utile per calmare la paura che l’aveva invaso. Tanto, tra poche ore non sarebbe più stato un problema.

La campana risuonò nel silenzio, annunciando l’ora del pasto serale. Bene, sorrise lui. Si alzò e raggiunse il centro della cella, dove riusciva a stare in piedi. Si tolse il rozzo pigiama da carcerato, lanciandolo con fastidio sulle lenzuola sporche. Voleva avere indosso i suoi vestiti, nel momento in cui avrebbe dovuto agire.

Indossò la nera maglia a girocollo, poi i pantaloni e la giacca dello stesso colore. Il tessuto raffinato con cui erano stati fabbricati adesso era polveroso e insozzato dalla breve permanenza in quel porcile. Anche se i Dissennatori non c’erano più, Azkaban non era molto migliorata in quanto a pulizia e ordine. E anche la disciplina lasciava a desiderare, se ai condannati era permesso riavere indietro i vestiti con cui erano entrati nella prigione.

Si sedette sul letto, nella posa in cui il guardiano era solito trovarlo. Sistemò le gambe in modo che fossero perfettamente unite l’una contro l’altra, e si chinò in avanti: sarebbe stato seccante andare a sbattere contro il soffitto proprio allora.

Cominciò a sentirsi agitato per ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco. Male. Non doveva permettere al suo nervosismo di prendere il sopravvento. Chiuse gli occhi, e ricordò che cosa l’aveva portato qui.

Ricordò gli occhi duri, freddi, dei giudici del Wizengamot, le loro tuniche violacee, il loro atteggiamento inquisitorio. Maledetti politicanti, che si ergevano a difensori della legge e dietro ne combinavano di tutti i colori.

Ricordò l’accusa di duplice omicidio. Dean Thomas e Seamus Finnigan: ex compagni di scuola, ex Grifondoro, trovati morti nei loro appartamenti, dissanguati, con evidenti segni di colluttazione.

Ricordò le due testimonianze, perfettamente concordi: un uomo biondo, della sua corporatura, era entrato nelle loro case, vestito di nero, ed era uscito poco dopo, modificando la memoria a chi incontrava. Incantesimi che gli Auror avevano saputo rimuovere senza troppa difficoltà.

Ricordò il padrone del Paiolo Magico che raccontava la lite avvenuta nel suo locale pochi giorni prima tra le due vittime e l’accusato, in cui li aveva chiaramente minacciati, se avessero osato mai più ridere alle sue spalle.

Ricordò gli sguardi degli altri ex Grifondoro presenti, sguardi di odio e disprezzo. I Weasley al gran completo, Paciock con la Lovegood, Potter, la Granger... quei maledetti eroi, che aveva tormentato per anni, venuti a prendersi la loro vendetta.

Ricordò infine la sentenza: l’ergastolo. La fine della sua casata, il colpo finale alla sua stirpe. L’aveva sopportato in silenzio, ricacciando le lacrime di dolore e umiliazione, e mentre lo portavano via era rimasto a testa alta, ignorando l’odio attorno e dentro di sé.

Alla fine, ci sono finito davvero ad Azkaban, aveva pensato una volta che era stato rinchiuso dentro la sua cella. Omicidio, indagine, soluzione, punizione del colpevole... meglio di così.

C’era solo un piccolo particolare: era innocente.

E’ vero, aveva litigato con quei due al Paiolo Magico, ma loro l’avevano insultato. Avevano riso delle sue disgrazie, dello squallore in cui era caduto. Esasperato da quattro anni di dolorosa sopportazione, aveva semplicemente reagito: nulla di più. Nemmeno per un momento, aveva pensato di ucciderli.

Non meritava questo. Non meritava di essere disprezzato, rinchiuso, segnato a dito come fosse un appestato. Non aveva fatto niente per essere punito così... non era giusto...

No, maledizione! si disse. Non cominciare a frignare adesso, stupido! Concentrati!

Aveva pianto anche troppo negli ultimi anni, e il gusto salato delle lacrime gli era ormai divenuto fastidioso. Aveva pianto per sua madre morta da un anno per un improvviso malore; per suo padre, ultimo fra i maghi a ricevere il Bacio dei Dissennatori; per la sua casa che andava a pezzi senza che fosse possibile intervenire; per il suo denaro che il Ministero gli aveva sottratto come risarcimento della guerra. Non era rimasto più niente della gloriosa casata dei Malfoy, tranne il nome... e lui.

E a quanto pare, nessuno dei due aveva più molto valore.

Respirò a fondo, cercando di scacciare la rabbia, che non l’avrebbe certo aiutato più delle lacrime. Drizzò la testa, accorgendosi di averla chinata, e cercò di ridarsi un’aria composta. Aveva la barba lunga di tre giorni, i capelli sporchi, e puzzava. Era ridotto a un mendicante, un povero accattone tormentato dagli incubi.

Gli incubi... rabbrividì al pensarci. Erano anni, ormai, che li faceva, ma non avevano perduto nulla della paura che gli ispiravano. Anzi, dopo la morte della madre non avevano fatto che peggiorare.

Sognava Lui. E zia Bella, Greyback, Tiger, Dolochov... suo padre. Lo deridevano, invitandolo a venire con loro. Per quanto si rifiutasse, ogni volta tornavano a insistere. Lo facevano sentire piccolo, debole, vulnerabile, mentre gli rinfacciavano la sua vigliaccheria, la sua pusillanimità, la sua incapacità di accettare che continuava ad essere quello che era stato.

Scacciò questi pensieri quando la porta della cella si aprì. La guardia entrò, facendo scivolare il suo ampio mantello grigio con cappuccio, e depose sul tavolo la ciotola di cibo. Draco aspettò che si dirigesse verso l’uscita, con i suoi stivali tintinnanti per le fibbie d’oro.

Poi, scattò.

La guardia ebbe solo il tempo di sentirsi afferrare alla nuca e tirare indietro, prima che la sua testa andasse a sbattere contro il muro, facendogli perdere i sensi.

In fretta, Draco tolse alla guardia svenuta la bacchetta, il mantello e gli stivali. Nel farlo, si accertò che respirasse: non era bene lasciarsi dietro un morto. Si infilò la bacchetta nei pantaloni, rabbrividendo leggermente al contatto della pelle con il legno. Si tolse le scarpe da prigioniero e indossò gli stivali, facendo più in fretta che poteva; si allacciò il mantello intorno alle spalle e tirò su il cappuccio, nascondendo completamente la testa. Si concesse un attimo di sollievo: la prima parte del piano era andata alla perfezione.

Scese le scale, a malapena illuminate dalla luce tremula delle torce, cercando di non scivolare. Rallentò il respiro, lo rese impercettibile, e cercò di restare nell’ombra. Sapeva che presto avrebbe incontrato altre guardie, e meno si faceva notare, meglio era. Non ci avrebbero messo molto a scoprire che la cella era vuota, anche perché i prigionieri avrebbero cominciato a lamentarsi della cena che tardava ad arrivare.

Arrivato a un bivio, girò a destra senza esitazione. Aveva studiato bene la pianta dell’edificio: la scala che aveva imboccato conduceva dritta nei settori inferiori della prigione, e poi agli alloggi delle guardie. Lì c’era la sua destinazione.

Sbucò in uno dei corridoi: una lunga fila di celle chiuse, con una piccola finestrella per permettere al detenuto di vedere fuori. Lo attraversò sicuro, ignorando le offese scurrili e le minacce dei prigionieri. Feccia, non poté fare a meno di pensare. Le guardie che li sorvegliavano lo salutarono: rispose con impercettibili cenni del capo, evitando di fermarsi.

Uscito da lì, si trovò di fronte a un trivio: il punto centrale delle strade di Azkaban. Le tre scalinate conducevano ai settori principali della prigione, a loro volta divisi in settori più piccoli. Adesso, doveva solo scendere la rampa principale, fino all’ingresso.

Fu in quel momento che il cielo si illuminò di rosso. La sua fuga era stata scoperta.

Correndo come un pazzo, Draco scese per i gradini e arrivò nell’atrio. Alla sua destra, c’erano gli alloggi delle guardie e l’ufficio del direttore. Alla sua sinistra, invece, la cosiddetta “lavanderia”, in realtà una stanza dove i vestiti dei carcerati e delle guardie venivano raccolti una volta alla settimana, per essere poi mandati a una vera lavanderia Babbana sul continente, dove erano lavati e rispediti al mittente. Prima e dopo l’invio, i sacchi erano aperti e controllati.

Senza esitare, Draco entrò nella lavanderia. Si tolse il mantello, gli puntò contro la bacchetta e sussurrò: “Duro”.

Il mantello divenne di pietra, e Draco dovette posarlo a terra per il peso. Sventolando di nuovo la bacchetta, sussurrò di nuovo: “Wingardium Leviosa.” Il mantello subito si sollevò a mezz’aria. Allora Draco, agitando la bacchetta in unico, ampio gesto, lo scagliò attraverso la finestra. Il mantello cadde in acqua con un sonoro tonfo.

Non restò a guardare se il suo diversivo avesse avuto effetto. Aprì uno dei sacchi pieni di vestiti sporchi e, trattenendo il fiato per il fetore, vi entrò. Sapeva che i sacchi erano già stati controllati, ma nonostante questo si augurò che a nessuno venisse l’idea di aprirlo di nuovo.

***

Gli inservienti Babbani della lavanderia rimasero stupiti, quando lo videro uscire. Prima che potessero reagire in qualche modo, Draco ne schiantò due e ne pietrificò un terzo. Si guardò attorno e, vista una finestra a pochi passi, vi si arrampicò e uscì all’aria aperta, allontanandosi dall’ampio caseggiato.

Fu solo quando mise il piede su una strada Babbana, lontano dalla lavanderia, che finalmente sorrise: un sorriso di legittimo orgoglio per ciò che aveva appena fatto. Era libero. Quegli idioti del servizio di sicurezza ad Azkaban avevano pensato a ogni tipo di fuga, tranne a quella più facile in assoluto. Sono un genio, si disse, complimentandosi con se stesso.

Ma non era finita. Doveva trovare al più presto un albergo dove farsi una doccia, e vestiti nuovi. Babbani, ovviamente: non poteva rischiare andando in un albergo o un negozio magici. E avrebbe dovuto usare l’Incantesimo di Memoria e la Maledizione Imperius per evitare di pagare il conto, dato che non aveva un soldo. Poi, a Londra, a rimediare a un errore giudiziario.

Alzò la testa, e guardò il cielo stellato sopra di lui. E mentre le fredde luci delle stelle si riflettevano nei suoi occhi argentei, giurò sulla tomba di sua madre che avrebbe trovato chi aveva ucciso Thomas e Finnigan facendo ricadere la colpa su di lui, e gli avrebbe reso il favore: un biglietto di sola andata per Azkaban.

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