Note alla storia

Di nuovo eccomi qua con una nuova storia. So che l'idea di vedere Percy tra i protagonisti spaventerà molti, ma datemi e dategli un po' di fiducia... in questa storia è solo un bambino, non è ancora un noioso impiegato ministeriale! Alcune precisazioni rapidissime, visto che anche questa oneshot partecipa a due iniziative: - La prima, aperta dalla sottoscritta, è Iniziativa mestieri e faccende di Accio
- La seconda è The one hundred prompt challenge che si trova sul forum di EFP.
The One Hundred Prompt Project
Per il resto... buona lettura a voi! Ci si vede in fondo alla storia!


Nessuno nella zona circostante conosceva i Weasley; vivevano appartati in aperta campagna, lontani dai centri abitati dai Babbani, solo un paio di famiglie come i Lovegood e i Fawcett, conoscevano il loro indirizzo, e non era un caso, poiché avevano tutti una cosa in comune: erano maghi. La famiglia Weasley era però la più numerosa di tutte, e lo si vedeva chiaramente durante l’estate, quando i due figli grandi tornavano da Hogwarts, e insieme agli altri bambini della casa colonizzavano il giardino e i campi circostanti.
Quando non aiutavano i genitori nella sempre divertente opera di disinfestazione da Gnomi, il passatempo preferito era naturalmente il Quidditch. Ginny e Ron, di tre e quattro anni, erano relegati al ruolo di pubblico non pagante o di Pluffa, nei casi peggiori; mentre gli altri cinque erano costretti a dividersi le sole tre scope volanti che avevano a disposizione a casa, costringendo i portieri a giocare dalla spiacevole posizione di terra.
- Chaaaaaaaarlieeeeeeeeeee! Mi sono stufato di stare in porta! Perché non ci vieni tu? – tuonò Fred, buttando a terra i guanti da giardinaggio di sua madre, che usava per spacciarsi per un Portiere professionista.
Charlie attraversò il campo e raggiunse il fratello con aria scocciata. – Non la sai guidare la scopa, sei piccolo.
- Piccolo un corno, ci ha insegnato papà! Non è che perché tu sei a scuola noi non facciamo niente! Dillo a Ron, lui è piccolo. – rispose George dall’altra parte del campo, anche lui relegato in porta.
- Io sono all’ombra, però. – commentò Ron, che a differenza dei fratelli era seduto con Ginny sotto una pianta, al fresco.
- Ehi, che succede? Stavamo giocando sul serio su. – Percy planò con difficoltà a terra, tanto che toccò l’erba prima col sedere che con i piedi.
- Io giocavo, tu mi stavi dietro semmai. – Bill era appena atterrato a sua volta, e aveva la Pluffa in mano. – Che c’è stavolta?
- Nanetto e nanetto sono stufi di stare in porta. – commentò Charlie, scocciato.
- Già! – sbottò George, avanzando verso i fratelli con i pugni stretti. – E’ una vita che siamo sotto il sole!
- Siamo al sole anche noi. – commentò Bill, calmo.
- Tu sei sulla scopa! E anche Percy! Percy è una schiappa, l’hai detto tu adesso! – urlò Fred, rosso in faccia.
- Anche io sulla scopa! – intervenne Ginny.
- E pure io! – seguì Ron.
Charlie guardò Bill con aria disperata; in quella casa c’erano troppi bambini per i suoi gusti. Bill, d’altro canto, sapeva fin troppo bene il significato di quello sguardo: tu sei il maggiore, tu risolvi il problema.
- Io non sono una schiappa, e sono grande abbastanza per una scopa, a differenza di tutti voi altri! – tuonò intanto Percy, livido.
Bill, che era alto il doppio di Percy, lo zittì con un gesto, e pensò al da farsi. – E se giocaste voi piccolini con la scopa? – propose. – Senza di noi, dico.
- E chi ci mettiamo in porta? Ginny e Ron? A mala pena stanno in piedi. – Percy buttò a terra la scopa, indignato, e si mise a braccia conserte. Fu un attimo: Fred e George si buttarono a pesce sulla scopa abbandonata, una vecchia Scopalinda 230, e se ne appropriarono.
Ci salirono in cima, George davanti e Fred dietro.
- Così si ragiona!
- Come la facciamo partire?
Nessuno ebbe il tempo di chiederselo ulteriormente, perché la scopa sfrecciò rapida verso il cielo mentre i due ridacchiavano.
Ginny, vedendo la tremenda ingiustizia della vita davanti ai suoi occhi, scoppiò a piangere, mentre Ron si mise a inveire contro Percy, che aveva permesso, come sempre, di fare ai gemelli quello che volevano. L’avrebbe detto alla mamma di sicuro, ecco.
- Ma io non li ho visti! – si giustificò il bambino, ferito per essere stato messo nel sacco.
- Charlie, vai a prenderli e tirali giù. – ordinò Bill.
- Se Percy è tonto non è colpa mia. – rispose Charlie a voce alta per sovrastare le urla di Ginny.
- Per le chiappe di Merlino, fallo prima che la mamma esca a vedere che succede! – urlò il fratello dandogli uno spintone, prima di raggiungere la sorella.
- E va bene… non ti scaldare. – Charlie sfrecciò in alto, seguendo Fred e George; la sua scopa era più nuova, quindi li raggiunse facilmente.
- Non ci prendi Charlie! Siamo due Boooooooolidiiiii! – Disse Fred tra una linguaccia e l’altra. Per Charles Weasley fu abbastanza: agguantò la coda della Scopalinda 230 e trascinò i due fuggitivi giù, non curandosi delle loro condizioni d’atterraggio.
- Ma proprio su Percy dovevi farci cadere? Mi ha piantato un gomito non so dove, qui! – si lamentò George, indicandosi il fianco.
- Per la miseria, Perce, non ce la facevi a spostarti? Li ho visti arrivare io! – fece Bill, avvicinandosi tentando di reggere in braccio sia Ron che Ginny.
- E io non li ho visti, invece, va bene? – sibilò Percy, schiacciato da Fred.
- E’ la tua scusa per tutto, sai? – gli disse Ron, scendendo dalle braccia di Bill e parandoglisi davanti.
- E in tutto questo Bill, non hai ancora fatto le nuove squadre per la partita. Io voglio giocare sulla scopa. – proseguì Fred, imperterrito. – Mettiti tu in porta.
- Ma neanche morto!
- Se ti alzi da me mi ci metto io. – uggiolò Percy. – Mi viene da vomitare con te sullo stomaco, non riesco a volare. Togliti.
- Toglimi tu. – lo sfidò il bambino.
La mossa risolutiva fu di Ginny; anche lei saldamente al suolo, aveva preso una ciocca di capelli di Fred e aveva iniziato a tirare forte.
- Va bene va bene va bene… mi sposto mi sposto mi sposto! Staccamela, staccamela Charlie! – implorò. E continuò a implorare per un minuto buono: Charlie non si sentiva molto clemente. Servirono altri tre strilli, cinque spinte, un calcio nel sedere e minacce varie, ma alla fine le squadre, più o meno furono pronte; e Charlie e Percy furono relegati in porta.
- Questa me la paghi, te lo giuro! – urlò il secondogenito a Bill.
- Buona morte, allora. – replicò l’altro, mentre si preparava a giocare. Fred e George erano di nuovo su un’unica scopa; l’altra Scopalinda era parcheggiata accanto a Ginny che le pettinava la coda come se fosse stata una bambola, mentre Ron la fissava dubbioso.
Incredibilmente, Fred e George insieme avevano un controllo del mezzo maggiore di quanto Bill non si sarebbe aspettato: erano abbastanza rapidi e in un paio di occasioni, riuscirono a fregargli la palla da sotto al naso.
- PUNTOOOO! – urlarono, quando riuscirono a fregare facilmente Percy. – Segna punto Ronnino! Gemelli uno, Bill ZERO!
In realtà non avevano fregato Percy, e non avevano nemmeno fatto punto: avevano mirato direttamente alla faccia del fratello, centrandola in pieno e facendolo cadere a terra. Anche un portiere scarso avrebbe potuto pararla.
- Tutto bene? – Bill si avvicinò per rimettere in piedi quello che rimaneva di Percy: una maglietta sporca d’erba e un paio di pantaloni di cotone giallini.
- Quasi. – mormorò l’interessato, la cui faccia pareva avere il tatuaggio delle cuciture della Pluffa.
- Che portiere scarso che hai, Bill! – urlò Charlie dall’altra parte, - Così impari a non volermi in squadra con te!
Bill pensò che fosse ora di dimostrare a Charlie quanto fosse scarso lui come portiere, portandosi velocemente in vantaggio sui gemelli.
- Ma Charlie! Sei una schiappa! – si lamentò George dopo un po’. – Non ne prendi una!
- Ne ho parate cinque, e non è questo il mio ruolo, io faccio il Cercatore! – si difese.
- Sì, il Cercatore di Gnomi. – Bill atterrò, lasciando cadere la Pluffa a terra. – Quindici a sette, direi che io e Percy vi abbiamo stracciato.
- Tu e Percy? Percy non ha fatto niente! – chiarì George, che preferì buttarsi giù dalla scopa invece di pensare a come atterrare, e lasciando così l’onore a Fred.
- Bravo Bill! – esultò Ginny.
- Ehi, io ho fatto delle parate! Charlie che ha fatto, a parte perdere? – si difese Percy.
- Tu hai parato di faccia, è stata fortuna. Pura fortuna.
- Però io ho vinto, Charlie, e tu no! – continuò, imperterrito. – Vuoi la rivincita, per caso? Ti brucia, eh?
- Rivincita sia! – esclamò Charlie. – Bill e i gemelli in porta, e io e te col sedere sulle scope, che ne dici?
- Io non ho molta voglia di stare in porta… - chiocciò Bill, - Vado a fare compagnia a Ginny e Ron, così non avrete un portiere in più. - Merlino, era stanco e sudato, col cavolo che sarebbe rimasto a prendere la Pluffa in faccia anche lui. Si diresse sotto la pianta e si buttò a sedere per terra.
- Posso toccare la sua scopa? – fu la prima cosa che gli chiese Ron, colmo di ammirazione.
- Bene, allora. – Percy lanciò i guanti per terra, imperioso. – Scegli il tuo portiere, per me è uguale. – andò a strappare la sua scopa dalle amorevoli mani di Ginny, e si posizionò a mezz’aria sul campo.
- Fred, raccogli i guanti. Sei nella mia squadra. – fece Charlie.
- E adesso cosa ho fatto per essere punito? – si lagnò George, trascinandosi dalla parte opposta del campo.

***

- Che fanno i ragazzi, Arthur? Ho sentito delle urla prima. – Molly comparve in cucina con in mano un enorme cesto del bucato, la mansione domestica che meno amava.
- Oh, niente, giocano a Quidditch, non ti preoccupare. – il mago era al tavolo, e stava trafficando con un cacciavite e Agrippa solo sapeva cos’altro.
- Non si staranno azzuffando, vero? – chiese, mentre si allontanava verso la lavanderia.
Arthur alzò lo sguardo, notando che Percy e Charlie si stavano spintonando a due metri da terra per il possesso della palla. – No, tesoro: tutto a meraviglia!
Questo bastò a tranquillizzare momentaneamente la signora Weasley, mentre il signor Weasley, incuriosito dal metodo di gioco dei suoi figli, aveva abbandonato il suo manufatto Babbano e si era messo a guardarli alla finestra in silenzio. Ridacchiò un paio di volte, prima di riprendersi a parlare.
- Molly, penso di aver capito come ha fatto Percy a finire dentro al Cactus Californiano del giardino di mia madre il weekend scorso!
- Ah sì? E come ha fatto? – Molly era tornata in cucina e si era avvicinata anche lei alla finestra per osservare i suoi bambini.
- Oh è semplice: non ci vede come il suo papà. Manca delle palle troppo semplici per essere normale imbranataggine. – come finì di parlare, entrambi videro Percy mancare di un soffiò la testa di Fred con il piede.
- Accidenti a te, Perce! Questo è attentato! – sentirono urlare il bambino.

***

Spiegare a Percy che avrebbe dovuto probabilmente mettere gli occhiali fu una tragedia. Percy pianse per un’ora buona maledicendo, o quantomeno tentando di farlo, tutto ciò che gli capitava a tiro, riuscendo, così, nell’incredibile impresa di spaventare a morte Ginny.
- Sembrerai un gufo, oh sì! – gli dissero Fred e George, mentre bevevano il loro latte mattutino.
- Non è vero! – piagnucolò Percy.
- Oh, sì che è vero, e non potrai più giocare a Quidditch, per evitare di romperti gli occhiali.
- Una vera perdita, Bill. – fece Charlie.
- Non è vero!
- Invece lo è!
- Mammaaaa! – strillò Percy.
Molly si avvicinò ai figli colpevoli e gli diede uno scappellotto ciascuno.
- Vergognatevi, agitare così il povero Perce! – sbottò, avvicinandosi al suo bambino. – Soprattutto voi Bill e Charlie che siete i maggiori e che…
- … dovremmo comportarci da adulti. Scusa mamma. – recitarono all’unisono i due maggiori. D’altronde erano anni che si sentivano rimbombare nelle orecchie quella frase.
- Tutto bene ragazzi? – Arthur scelse quell’infelice momento per entrare in cucina.
- Se pensi che sia un bene che i tuoi figli deridano Percy solo perché deve andare a mettersi gli occhiali! Bill e Charlie, poi! – fece Molly, irritatissima.
- Oh, ragazzi. Non c’è tanto da ridere, visto che anche vostro padre ha sempre portato gli occhiali da lettura. – Arthur sfilò un paio di occhiali di corno dalla tasca della giacca, e si sedette a capotavola. Allungò la mano per prendere il giornale e cominciò a sfogliarlo con aria annoiata. Tutti i piccoli Weasley lo fissavano curiosi, sapevano che papà avrebbe detto qualcos’altro. – Che avete da guardare? – disse con aria bonaria scostando il giornale? – Questi occhiali mi stanno a meraviglia, e anche quelli di Percy saranno meravigliosi. Finisci la tua colazione con calma, piccolo, quando sei pronto andiamo a Diagon Alley io e te. Lasciamo gli antipatici a casa.
- Ma io non ho riso di Percy! – si lagnò Ginny, delusa.
Ma nemmeno Ron e Ginny, i piccoli e innocenti bambini di casa, furono graziati: la parola di papà Arthur fu mantenuta, e lui e Percy si recarono a Diagon Alley da soli.
- Devo andarci per forza? – chiese il bambino, mentre passeggiava con il padre mano nella mano per la strada.
- Ho paura di sì Percy. Non è neanche giusto che tu continui a prendere pallonate in faccia o che finisci contro ai mobili perché ci vedi male, no? Suvvia, non sarà tanto male. – rispose Arthur, cercando di essere rassicurante. – Eccoci arrivati.
Percy alzò la testa e strinse gli occhi, cercando di decifrare la scritta sopra alla vetrina; quello che vide, nonostante lo vedesse male, non gli piacque affatto.
Il signor Weasley strattonò delicatamente il figlio e aprì la porta di “Wallaby and sons, occhialai dal 1527” con fare risoluto. Era un negozio apparentemente spoglio, e non servivano occhiali di sorta per notarlo. Solo un bancone con un ripiano verde mela, un registratore di cassa di almeno cent’anni prima e delle scaffalature chiuse; dal retrobottega si sentiva uno strano rumore di sottofondo.
- Non c’è nessuno. – commentò il bambino, sollevato.
- Vengo subito! – urlò una voce maschile. – Vi ho sentiti!
Il piccolo deglutì, preoccupato. Perché lui era sempre il fratello più sfortunato? Perché era l’unica talpa di casa, oltre naturalmente a papà? Papà era grande e grosso, non rischiava di essere preso in giro come lui. E mentre pensava a questo, sentì i passi di un mago avvicinarsi.
- Buongiorno! Scusate, una volta avevo la porta con un bel campanello, ma mi deconcentrava se ero in laboratorio, e con un Homenum Revelio è difficile sbagliare. Sono il signor Wallaby, che posso fare per voi?
Era un signore piuttosto anziano, coi capelli bianchi e circa cinque paia di occhiali distribuite sulla testa: sulla punta del naso, sul naso, ad altezza fronte eccetera. Percy si nascose dietro il padre.
- Salve, Wallaby, si ricorda di avermi fatto un paio di occhiali circa dieci anni fa? A quanto pare uno dei miei bambini ha ereditato questo problemino.
- Oh… - Wallaby si sistemò due delle paia di occhiali. – Lei era il signor…?
- Weasley.
- Oh, sicuro che mi ricordo. Dunque dobbiamo farne altri, eh? – il mago si sporse per vedere il suo nuovo, piccolo cliente.
- Percy non è molto dell’idea, i suoi fratelli l’hanno preso in giro. – commentò Arthur.
- Non voglio gli occhiali.
- Oh su su. Ci siamo passati tutti, quando è stata ora. Ma ti ci abituerai, io non so nemmeno quanti ne sto indossando ora!
- Sono cinque. – commentò Percy.
- Sempre che non ne abbia un paio nella nuca. – Wallaby si tastò la testa. – No, hai ragione. Be’, non ci vedi poi così male, mi pare. Andiamo di là a verificare un paio di cose.
- Non mi farà male, vero, papà?
- Mettere gli occhiali è la cosa che fa meno male al mondo. – rispose Arthur.
- E’ come mettersi un calzino, ti ci abituerai: per di qua.
Superarono il bancone ed entrarono nel retrobottega: era molto più luminoso del negozio vero e proprio, anche perché chiaramente il signor Wallaby ci passava molto più tempo. La prima impressione che ne ebbe il piccolo Weasley fu di un cimitero di occhiali.
- Siediti qui. – Wallaby indicò uno sgabello imbottito, e Percy obbedì, riservandosi di occhieggiare curioso le migliaia di lenti di tutte le forme messe dentro ad una scatola accanto a lui.
- Spalanca bene gli occhietti. – l’occhialaio si avvicinò a Percy. Si era tolto dalla faccia dagli occhiali di prima, e ora ne indossava uno con lenti così spesse da far sembrare i suoi occhi giganteschi. – Non muovere la testa. – Wallaby gli aveva afferrato con dolcezza il mento, e gli spostava la testa cambiando leggermente angolazione, come se cercasse qualcosa dentro le sue pupille. Percy non si era mai sentito così fissato: era a disagio.
- Bene, bene. Sbatti gli occhi due o tre volte… ottimo. – l’occhialaio si liberò delle mega-lenti, e so rivolse ad Arthur. – Suo figlio ha degli occhi buoni, ma da lontano è una talpa, le assicuro.
- Non voglio occhiali spessi come questi! – si lagnò il bambino.
- Come questi? – il mago gli mostrò gli occhiali che si era appena tolto. – Oh, certo che no! Questi cosi ridicoli servono a me per lavoro, non vorrei mai vedere un cliente con tanto vetro addosso. – posò il “ferro del mestiere” sul tavolo, e si mise a trafficare con un cassetto. – Verifico un’altra cosetta e poi vedrai, avrai delle lenti leggere e sottili.
Tirò fuori una sorta di cannocchiale, come quelli degli esploratori dei mari. – Speriamo non si siano spostati i prismi, l’ultima volta ho dovuto smontarlo per sistemarlo, e ha ottocentoquarantatre pezzi. Non è granchè divertente quando succede.
- Anche il mio papà smonta le cose.
- Allora capirà bene! – commentò Wallaby, guardando comprensivo il signor Weasley, mentre con uno straccio puliva bene la lente. – Perfetto, ora dovresti guardare qua dentro.
- Cos’è?
- Questo in gergo lo chiamiamo semplicemente l’Oculus, che è un nome per niente originale, ma tant’è. A seconda di quello che ci vedi dentro un buon occhialaio sa forgiare lenti adatte al cliente. Dovresti vedere il manuale per la decifrazione, peggio di quelli di Divinazione!
Porse l’Oculus al bambino, e gli spiegò come guardarci dentro. Era un po’ pesante, per Percy, perché era lungo quanto un suo braccio e largo il doppio.
- Dimmi cosa ci vedi dentro, prima con un occhio e poi con l’altro.
- Mmm… - Percy cominciò ad alternare gli occhi, guardando un po’ con uno ed un po’ con l’altro. – Vedo sempre la stessa cosa… sembra una palla, una palla grossa, in cielo. E sotto sembra che ci sia un cestino.
- Oh, è una di quelle strane cose Babbane. – Wallaby tirò fuori un librone e cominciò a sfogliarlo. – Ve l’avevo detto che il manuale era spaventoso. – commentò, notando lo sguardo sorpreso di padre e figlio.
- Quale cosa Babbana? – si interessò Arthur.
- Si chiama… eccola qua: mongolfiera. Non so a che gli serva, ma almeno so che occhiali fare. – Wallaby riprese l’Oculus e lo ripose nel cassetto assieme al suo manuale, e tirò fuori un metro da sarto. – Ti devo prendere un paio di misure per la montatura, poi te la faccio scegliere. Hai un colore preferito in particolare? – chiese, mentre gli misurava la testa.
- Come sono fatti?
Alla domanda del bambino, l’occhialaio gli fece cenno di tornare in negozio, e Percy partì a passo quasi di carica, eccitato.
Wallaby ne possedeva moltissime: a forma di rana, di metallo colorato, rivestiti di pelle di drago, invisibili eccetera. Percy fu molto tentato da quelli invisibili, ma Arthur gli spiegò che era troppo piccolo per permetterseli, li avrebbe persi dovunque.
- Allora… - pensò – Allora li voglio di corno, come quelli del mio papà! – indicò un paio di occhiali vicino a lui con piglio estremamente sicuro.
- Ottima scelta.
- Per quando saranno pronti?
- Oh, un’oretta, signor Weasley, il tempo di un gelato a Diagon Alley.
- A tra un’ora allora, signor Wallaby.
Tornarono puntuali, e Percy potè indossare subito i suoi occhiali nuovi: non ne era entusiasta, ma scoprire che con quelli poteva vederci molto, molto meglio, fu di enorme soddisfazione. Tornò a casa meno triste di quanto Arthur stesso non avesse previsto, e si fece rimirare da sua madre senza lagnarsi troppo.
- Oh, Perceval è diventato un gufo! Mi spedisci la posta tu, adesso? Altro che Errol!
Percy guardò suo fratello Fred con sufficienza, fissandolo bene.
- Sai Fred? Ora che ti vedo in faccia somigli tantissimo a un Lobalug*. E anche George, se è per questo. – rispose, lasciando il fratello letteralmente di sale. Oh, alla fine gli occhiali non erano stata una così brutta idea.

Note di fine capitolo

*Il Lobalug è una creatura magica vivente sul fondo del Mare del Nord. È lungo venticinque centimetri ed è formato da un tubo di gomma e da una sacca di veleno. Questa sacca serve per proteggerlo quando si sente minacciato, contraendosi su se stesso e spruzzandone il contenuto contro il nemico. I Maridi lo usano come arma. È risaputo che alcuni Maghi ne abbiano estratto il veleno per usarlo nelle loro pozioni, ma tale pratica viene severamente controlata. Classificato XXX.
Fonte Wikipedia, ma chiaramente derivata da Animali Fantastici di JKR!

Posta una recensione

Devi fare il login (registrati) per recensire.