Note alla storia

Disclaimer: i personaggi e di luoghi descritti non appartengono a me, ma a J. K. Rowling. Non scrivo a scopo di lucro.

“Tiny touch of jealousy,
These bonds are shackle-free.”
[Placebo – Ask For Answers]



Erano le sei di una serena e placida mattinata di settembre, quando Astoria fu svegliata di soprassalto da un rumore insistente e fastidioso.
La donna si guardò intorno spaesata, alla ricerca della fonte di quel fracasso ed in breve lo individuò in un gufo grigio dagli occhi di un azzurro quasi innaturale, appena visibile tra le tende accostate, che beccava ostinatamente alla finestra della sua stanza.
Assonnata, Astoria si alzò lentamente, raggiunse la finestra e la spalancò, meditando tra sé di scrivere a La Gazzetta del Profeta che spedisse i propri gufi postini a orari quantomeno decenti. Il gufo grigio, trovando finalmente la via libera, planò all'interno della stanza e si appoggiò con noncuranza sulla scrivania della giovane, sopra ad alcuni fogli di pergamena.
“Via!” strillò la ragazza, piombando sul gufo per farlo spostare, ma a metà strada verso la scrivania si fermò di scatto: il gufo non aveva un giornale legato alla zampa, ma una lettera. Una lettera in una busta azzurro cielo.
Il ricordo di un avvenimento apparentemente poco importante, accaduto parecchi anni prima, le affiorò alla mente, improvviso e nitido come se fosse accaduto solo il giorno prima.

Una ragazza minuta, dai folti capelli neri, legava una busta azzurra alla zampa di un gufo grigio, mentre chiacchierava allegramente con una sua amica. Astoria si avvicinava, salutava la sorella Daphne e veniva presentata alla ragazza con i capelli neri.
“Piacere, Astoria.”
“Pansy Parkinson.”


“Pansy,” ripeté tra sé Astoria. Non si vedevano da secoli – non si erano viste molto nemmeno a scuola, a dire la verità, nonostante Pansy e Daphne, la sorella maggiore di Astoria, fossero amiche – quindi era stranissimo che Pansy decidesse di farsi viva proprio in quel momento. A meno che... Astoria si colpì la fronte con una mano e gemette, sconfortata.
Sapeva perché Pansy le scriveva. Era lo stesso motivo per cui la sua camera era zeppa di valigie strapiene. Lo stesso per cui portava all'anulare sinistro un bell'anello di fidanzamento.
Di lì a due giorni Astoria avrebbe sposato Draco Malfoy.
Pansy era stata la fidanzata di Draco per moltissimo tempo, poi, soprattutto a causa di Astoria, la loro storia era finita piuttosto malamente e i due non si erano più sentiti. Draco, però, preso da un eccesso di galanteria – o di pura follia, come l'aveva definito Astoria – aveva insistito per invitarla al matrimonio. Ed ecco il risultato.
Astoria rimase per qualche minuto a fissare la busta azzurra come se fosse un ordigno esplosivo molto pericoloso, pronto a scoppiare e a mandare in mille pezzi tutto ciò che si trovava davanti. Poi, vedendo che non accadeva nulla, si decise a slegarla dalla zampa del gufo, ma non la aprì.
Il gufo grigio, pur essendo libero del proprio carico, non ripartì: evidentemente – si disse Astoria con una smorfia – Pansy richiedeva una risposta.
La giovane donna, pur controvoglia, si vide costretta ad aprire la busta su cui era scritto a bella grafia il suo indirizzo. Dentro c'era un foglietto di pergamena ripiegato con cura in quattro parti, azzurro anch'esso; Astoria aprì anche quest'ultimo e si ritrovò a fissare poche righe stilate con grande precisione subito sopra ad una firma vezzosa.

Cara Astoria,
Avendo ricevuto l'invito al tuo matrimonio, ti ringrazio per il pensiero e ti invito ad incontrarmi ai Tre Manici di Scopa a Hogsmeade per fare due chiacchiere. Se accetti, rispedisci Royal con la tua risposta e fai in modo di trovarti davanti all'ingresso del pub alle cinque del pomeriggio di domani.
Saluti,
Pansy Parkinson


Astoria finì di leggere contrariata e fissò con disappunto il gufo grigio. Dato che quello continuava a non volersi muovere, la donna giudicava assai improbabile di poter decidere di non rispondere a Pansy - anche se le “due chiacchiere” che lei desiderava tanto scambiare inquietavano Astoria come poche altre cose.
La donna scribacchiò una risposta accettabile sul retro del foglio azzurro, lo reinserì nella busta e la fissò alla zampa del gufo. Non era una lettera affettata come quella di Pansy, ma, del resto, contrariamente a lei, Astoria non era mai stata brava a celare i suoi veri sentimenti.
La donna osservò il gufo volare attraverso la sua stanza e uscire con grazia dalla finestra, dicendosi che le sarebbe piaciuto assomigliare a Pansy in quello. Poi abbassò lo sguardo sulla propria mano sinistra e osservò l'anello di fidanzamento scintillare ai primi raggi del sole. Sorrise: di Pansy non invidiava altro.

Pioveva a dirotto. Erano quasi le cinque di pomeriggio, ma sembrava notte, tanto il cielo era cupo e tempestoso. Astoria, riparandosi meglio sotto un piccolo ombrellino nero, si confondeva tra i banchi di nebbia che sembravano essere calati ovunque.
La donna continuava a guardarsi in giro, alla ricerca di una figura conosciuta, ma le era impossibile distinguere alcunché al di là del proprio naso; alle sue spalle, il pub caldo e confortevole era un richiamo quasi irresistibile per lei, ma Pansy le aveva detto di aspettare fuori. Per un attimo, Astoria pensò che il piano di Pansy fosse quello di farla inzuppare fino all'osso, poi ricordò di chi stava parlando e scosse la testa con vigore: le vendette di Pansy erano molto più sottili. E per questo molto più temibili.
Alle cinque in punto, mentre il campanile della chiesa di Hogsmeade suonava l'ultimo rintocco, pochi metri più avanti rispetto all'entrata del pub si Materializzò una figura minuta e Astoria la riconobbe all'istante, nonostante la nebbia. Era bardata da capo a piedi e brandiva un ombrello azzurro cielo.
La figura si avvicinò ad Astoria con passo deciso e, una volta giunta davanti a lei, calò il cappuccio e mostrò il proprio viso. Sebbene parte della bocca e il mento fossero celati da una pesante sciarpa di lana, era impossibile non riconoscere quei capelli corvini, quel naso un po' schiacciato e, soprattutto, quegli occhi azzurri penetranti.
“Pansy.” disse Astoria, distendendo le labbra in un sorriso, che faticò parecchio – e forse nemmeno riuscì – a sembrare sincero.
“Astoria.” le rispose lei, guardandola con attenzione e inclinando appena la testa di lato, come a volerla osservare da un'angolazione diversa. La donna studiò ogni particolare del volto e della figura di Astoria con una tranquillità estrema, come se non si rendesse conto – o non si curasse - di essere indiscreta.
Gli occhi critici di Pansy analizzarono quelli castani di Astoria, i suoi capelli biondo scuro, in quel momento incollati al volto pallido a causa della pioggia, e i suoi tratti eleganti, quasi alteri. Pansy passò poi a squadrare i suoi abiti zuppi e il suo ombrellino, le uniche parti di lei che erano visibili, oltre al viso.
“Allora,” esordì Astoria ad alta voce, al solo scopo di far cessare l'esame. “Entriamo?”
“Sì, ho prenotato un tavolo,” ribatté Pansy, muovendo qualche passo verso l'ingresso dei Tre Manici di Scopa. “Seguimi.”
Le due donne entrarono nel locale affollato e faticarono parecchio a farsi spazio verso il bancone.
“Ho prenotato un tavolo per due persone,” disse Pansy a Madama Rosmerta, proprietaria del pub.
“Nome?” rispose lei, mentre riempiva un calice di idromele.
“Parkinson.”
“Laggiù,” Rosmerta indicò con una mano la zona meno illuminata del locale. “Il vostro tavolo è l'ultimo in fondo.”
Astoria seguì con lo sguardo la direzione indicata da Rosmerta e quello che vide non le piacque nemmeno un po': Pansy sembrava aver fatto di tutto perché nessuno vedesse né sentisse la loro conversazione, dato che il loro tavolo era seminascosto dietro un'enorme pianta ornamentale. E questo non poteva significare nulla di buono.
Pansy ordinò due Burrobirre, ne prese una e lasciò l'altra sul bancone perché Astoria potesse prenderla da sé. Poi le due donne si immersero nuovamente tra la folla per raggiungere il loro tavolo, in fondo al locale.
Pansy si sedette con grazia sulla sedia che guardava il bancone, al che Astoria, riluttante, fu costretta ad occupare quella che dava le spalle alla pianta ornamentale. L'idea di trovarsi così vicino ad un alberello sconosciuto, che sembrava in grado di muovere i propri rami a suo piacimento, non piaceva affatto ad Astoria e Pansy parve capirlo, perché disse, divertita: “Non è un Tranello del Diavolo, puoi stare tranquilla.”
Astoria bevve un sorso di Burrobirra bollente prima di ribattere, inacidita: “Non sapevo che ti interessassi di piante, Pansy.”
“Io mi interesso di tutto.” rispose lei, calma.
“Questo è evidente.” ribatté Astoria, tagliente. “Ti interessi anche di quello che non dovrebbe interessarti affatto.”
“D'accordo, Greengrass.” Pansy calcò con insolenza sul cognome di Astoria. “Non volevo che la nostra conversazione si svolgesse su questo tono, ma non mi lasci altra scelta.”
Io non ti lascio altra scelta?” la donna rise istericamente. “Chi è che mi ha spedito un gufo che non voleva saperne di ripartire senza una risposta, eh?”
“Ero certa che non saresti venuta, se io non avessi insistito almeno un po',” rispose Pansy, sorseggiando la sua Burrobirra. “E comunque non sono stata io ad invitarmi al tuo matrimonio.”
“È stato un altro di quegli slanci di idiozia di Draco – non credere che io fossi d'accordo.”
“Non l'ho mai creduto, infatti.”
Astoria fissò Pansy con aperta ostilità: a quel punto, fingere non aveva più senso. E in ogni caso, lei non ne era mai stata capace.
“Che cosa vuoi, Parkinson?” sibilò Astoria.
“Solo parlare un po', te l'ho scritto.”
“Bene, abbiamo parlato, anche se non posso dire che sia stato molto piacevole,” Astoria si alzò in piedi, con fare deciso. “Ora, se vuoi scusarmi, torno a cas-”
“Siediti,” ordinò Pansy a bassa voce. “Voglio parlare con te di Draco.”
“Vuoi che interceda per te presso di lui?” ribatté Astoria, sprezzante, risedendosi bruscamente. “Ti ha lasciato da cinque anni, Parkinson: fattene una ragione.”
“Ho detto che voglio parlare di Draco, non che voglio tornare con lui. Ascoltami quando parlo, Greengrass, non mi piace ripetermi.”
“Giusto, perché tu non vuoi affatto tornare insieme a lui.” replicò Astoria, sarcastica.
“Questo,” disse Pansy, arrossendo lievemente. “Non ha alcuna importanza. Non è quello che voglio io che conta.” aggiunse poi, molto piano.
Astoria, che stava per replicare qualcosa di tagliente, rimase interdetta e tacque.
“Cosa vuol dire?” chiese poi, osservando Pansy come se non l'avesse mai davvero vista.
“Io voglio bene a Draco.” ribatté Pansy con semplicità. “Non voglio che soffra e ritornando da me soffrirebbe. Lui... non è me che vuole.”
Astoria continuava a fissare Pansy, incredula: non le era mai parsa tanto piccola e fragile. Per un attimo, la donna sentì l'istinto di abbracciarla, poi, ricordando di chi si trattava, si disse che non sarebbe sopravvissuta al tentativo, quindi si limitò a bere qualche sorso della sua Burrobirra.
“Se ti ho chiesto di venire qui,” continuò Pansy, più decisa. “È per dirti che tengo molto a Draco e che non sopporterò che soffra. Se lo farai soffrire, io... non so cosa potrei fare.”
Astoria inspiegabilmente sorrise. Improvvisamente le era tornato in mente un discorso molto simile, che aveva dovuto ascoltare qualche mese prima, pochi giorni dopo l'annuncio del suo fidanzamento ufficiale con Draco.
“Sono le stesse parole che mi ha detto Narcissa Malfoy,” disse Astoria e, prima di riuscire a fermarsi, aggiunse: “Vi preoccupate per Draco come se fosse un bambino.”
Per una frazione di secondo, Astoria fu certa che Pansy le avrebbe scagliato una maledizione, poi, con suo sommo sollievo, vide che il volto di lei si distendeva in un sorrisetto di superiorità.
“Forse perché lui fa di tutto per sembrarlo.” rispose, tranquilla, e in un sorso terminò la sua Burrobirra. “Ti ha parlato della sua collezione di Gobbiglie?”
“Peggio.” rispose Astoria, divertita. “Me l'ha mostrata e mi ha illustrato le qualità di ogni singola biglia. Pensavo che non sarei sopravvissuta.”
Pansy sorrise.
“C'è un altro motivo per cui ti ho invitato qui.” disse poi, osservando con attenzione la reazione di Astoria, che parve allarmata: non voleva litigare con Pansy subito dopo aver scoperto che possibile condurre una conversazione quasi normale con lei.
“Mi devo preoccupare?” chiese Astoria.
“Se vuoi,” rispose Pansy, con un'alzata di spalle. “Di solito ti preoccupi per i regali di nozze?”
“Solo quando contengono maledizioni.” ribatté Astoria senza pensare e maledicendosi poi da sé per la sua lingua lunga.
Ma ancora una volta la reazione di Pansy la sorprese.
“Allora puoi stare tranquilla,” rispose con calma e, con un colpo di bacchetta, fece comparire un regalo avvolto in una carta da pacchi azzurro cielo.
“Un colore a caso,” commentò Astoria, divertita.
“E non l'hai ancora aperto.” confermò Pansy, con un sorrisetto.
“Pensavo di aprirlo domani, dopo la cerimonia.”
“Allora non vedrò la tua espressione disgustata.”
Astoria distolse lo sguardo dal pacco regalo e tornò a fissare Pansy, sorpresa.
“Non... non verrai al matrimonio?” domandò.
Pansy accennò una smorfia e annuì.
“Conosco i miei limiti.” rispose.
Astoria non sapeva cosa dire, quindi tacque e fissò il regalo. Tanto valeva aprirlo subito.
Pansy la osservò mentre litigava con il nastro celeste tentando di strapparlo a mani nude e ridacchiò quando Astoria, dichiarandosi sconfitta, estrasse la bacchetta e lo tagliò con un incantesimo. La carta da pacco scivolò via come l'acqua e rivelò un dipinto, anch'esso sui toni dell'azzurro, che rappresentava il mare in tempesta.
“Non intendo insinuare niente,” si affrettò a spiegare Pansy. “Con la tempesta, voglio dire. È solo uno dei soggetti che mi viene meglio.”
Astoria era sconcertata.
“Vuoi dire che l'hai disegnato tu?” domandò, incredula.
Pansy annuì ed indicò la propria firma sul margine destro del dipinto.
“Non sapevo che sapessi dipingere,” commentò Astoria, colpita. “Sei molto brava.”
“Te l'ho detto,” rispose Pansy, con un sorrisetto ironico. “Io mi interesso di tutto.”

Note di fine capitolo

Una storia piuttosto vecchia che, rileggendola, non mi pare così male come mi sembrava quando l'ho scritta. XD “Sky blue” vuol dire “celeste, azzurro cielo”, colore che compare un po' ovunque, nella fanfiction, quando si parla di Pansy. So che il fatto che Pansy dipinga può sembrare un po' campato per aria: in realtà ne ho parlato più diffusamente in una mia vecchia storia “In The Rain”, che non c'entra molto con questa, ma almeno spiega l'interesse di Pansy per la pittura. Ultima cosa: non so se esistono gufi con gli occhi azzurri... se non ci sono, consideratela pure una licenza poetica. X'D Gin :)

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