Note alla storia

Grazie alle mie muse e sostenitrici, Alektos e Ladyhawke (quale migliore incoraggiamento di una buona minaccia di morte? XD) e a Midlight per il beta-reading!
Primo settembre 2017, ore 11:03.
Quattro adulti e due bambini di nove anni stavano sulla banchina del binario 9 e ¾, immobili, cercando di scorgere all’orizzonte l’ormai lontano Espresso per Hogwarts.
Il treno era partito in uno sbuffo di fumo bianco, portando con sé due dei ragazzi Potter e la maggiore dei figli di Ron Weasley ed Hermione Granger, entrambi ancora increduli che la loro Rosie fosse già così grande.
Rose ed Albus, infatti, si erano uniti a tutti i cugini più grandi che già frequentavano la scuola; Victoire, Dominique, le due intelligenti e belle eredi di Bill, e il piccolo Louis, che sembrava una copia in miniatura del padre, la figlia maggiore di Percy, chiamata Molly in onore della nonna, e i gemelli combinaguai di George e Angelina, Fred e Roxanne.
Faceva uno strano effetto agli adulti accompagnare i ragazzi a King’s Cross, assicurarsi che avessero preso tutto, guardarli salire sul treno e salutarli; era un evento che ogni anno segnava il tempo inesorabilmente, come a ricordare loro che stavano invecchiando.
Sembrava ieri che avevano accompagnato una Victoire undicenne, prima dei giovani Weasley a tenere alto il nome della famiglia con i suoi ottimi voti, e ora la ragazza stava per diplomarsi e finire la scuola… Chissà se anche Molly e Arthur si erano sentiti così, quando li salutavano dal binario.
«Partiti», commentò semplicemente con un sorriso Ginny Weasley, più serena di Ron; per lei, che viveva quell’emozione per la seconda volta, era stato più semplice salutare James e Albus, così come per Harry, che in quel momento stava cercando con la coda dell’occhio il quadrante del grande orologio che indicava le ore a King’s Cross.
«Dovremmo iniziare ad avviarci, forse: Molly ci ha chiesto di essere alla Tana per l’ora di pranzo», suggerì alla comitiva aggiustandosi gli occhiali tondi sul naso.
La piccola Lily, che fino a quel momento aveva tenuto il broncio, sembrò dimenticarsi della sua voglia incontenibile di seguire i fratelli a Hogwarts al sentire il nome della nonna. «Andiamo alla Tana dai nonni?», domandò subito, illuminatasi di gioia e speranza.
Streghetta, pensò il Prescelto, dedicando un sorriso tutto speciale alla piccola; non sapeva resistere alla sua bambina, che aveva il potere di ottenere tutto ciò che voleva con una smorfietta o mettendo su il broncio. Sua moglie ridacchiava spesso nel vedere la loro terzogenita mettere in scena le migliori interpretazioni del suo repertorio per intenerirlo; in realtà, Ginny era fiera di lei: da bambina aveva spesso agito allo stesso modo con il padre e lo zio Bilius per farsi regalare una bambola nuova o assicurarsi che Fred e George venissero puniti per i dispetti che aveva subito.
Lily aveva appena compiuto nove anni e, fortunatamente, si lasciava distrarre con facilità. Forse per un paio d’ore avrebbe dimenticato il capriccio che ormai durava da quando James e Albus avevano ricevuto le lettere da Hogwarts.
La madre rincarò la dose: «Sì, tesoro; la nonna vuole parlare a tutta la famiglia e ha invitato noi e gli zii per pranzo».
Riunire alla Tana tutti e sei i ragazzi Weasley con i rispettivi consorti e i figli era un problema non da poco, inizialmente; negli anni, però, le ristrettezze economiche che avevano sempre fatto tribolare nonno Arthur erano cadute, soprattutto grazie ai forti guadagni del negozio di George, e così la grande casa era stata ristrutturata e allargata in modo che potesse contenere venticinque persone senza difficoltà. Più che una Tana, ormai, sembrava una vera e propria reggia, addolcita dai lavori a maglia di Molly e dall’allegra baraonda scatenata dai nipoti e dagli esperimenti del capofamiglia.
La riunione del clan era stata voluta a tutti i costi dalla nonna, che si era detta molto preoccupata per una questione davvero importante.
L’enfasi che pervadeva la lettera che accompagnava l'invito a pranzo non faceva supporre nulla di buono, in realtà, ma nessun Weasley era riuscito a trattenere una risata leggendo un simile messaggio.
Era ancora presto, così i sei maghi decisero di attendere che il binario si svuotasse per cercare gli altri parenti: Bill e Fleur, Percy e Audrey con la piccola Lucy e, per ultimi, George e Angelina.
Tutti e cinque i fratelli Weasley presenti avevano almeno un figlio a Hogwarts, eppure avevano preferito separarsi per non bloccare tutte le altre famiglie che dovevano salutare i figli e sistemare sul treno bauli, manici di scopa e gabbie di animali.
Il binario era abbastanza caotico anche senza riunire il clan in quello spazio ristretto e, in fondo, i cugini avrebbero potuto ritrovarsi sull’Espresso una volta trovato posto negli scompartimenti.
Finalmente, tra la folla cominciarono ad apparire alcune teste rosse fin troppo conosciute.
«Eccovi: iniziavamo a pensare che l’appuntamento fosse direttamente alla Tana».
Percy fu il primo a raggiungere i due fratelli minori, Harry, Hermione e i bambini, seguito dalla moglie e dalla figlia più piccola. Audrey sorrise e salutò i cognati, tenendo per mano Lucy, che subito si divincolò per mettersi a chiacchierare con i cugini.
Erano i tre cuccioli della famiglia, i soli a non essere ancora abbastanza grandi per frequentare Hogwarts; la figlia del terzo Weasley aveva un anno in più di Lily e Hugo, e i due la invidiavano perché presto anche lei li avrebbe salutati per salire sull’Espresso con gli altri cugini.
«Allora, Albus era molto preoccupato?», domandò con un sorriso Percy. «So che James lo ha tormentato parecchio in quest’ultimo mese».
«Terrorizzato è il termine più appropriato, Perce», ghignò Ginny in risposta, «ma James farà meglio a comportarsi bene, o vedrà quanto so essere cattiva».
«Non vedo cosa ci sia da preoccuparsi: saranno sicuramente a Grifondoro, sia Al che Rose!», esclamò gioviale Ron, chiudendo così il discorso Smistamento.
La monotonia del blasone rosso e oro su tutti gli abiti e gli accessori di Hogwarts della famiglia Weasley, tuttavia, sembrava ormai al termine: le prime due figlie di Bill erano finite a Corvonero, e i gemelli di George erano eroi a Tassorosso per i loro scherzi e la capacità a cacciarsi nei guai ereditata dal padre. Fred in particolare, sembrava la copia dello zio che non aveva mai conosciuto.
Mancava Serpeverde, ma Harry era quasi sicuro che, dopo la loro ultima conversazione, il suo secondogenito avrebbe chiesto al Cappello Parlante di mandarlo proprio là. Da un certo punto di vista gliel’augurava, temendo che a Grifondoro la fama di James lo soffocasse, ma di certo non l’avrebbe confessato al resto del clan, nemmeno se le sue speranze si fossero realizzate.
Ben presto anche le altre due coppie si avvicinarono; l’ultima fu Fleur, che si era attardata a chiacchierare con un Ted Lupin dalla vivace chioma arcobaleno.
Harry e Hermione, memori della soffiata del giovane James, si guardarono con complicità per ghignare divertiti. Il mago in particolare concordò con se stesso che alla prossima cena avrebbe dovuto mettere Teddy in difficoltà, tanto per vedere quanto era cotto. Tanto il maggiore dei suoi figli era via e non l’avrebbe mai saputo, perciò i sani principi di riservatezza che cercava di insegnargli potevano andare a farsi benedire per lasciare spazio ad un’insana curiosità. Doveva anche passare a casa Tonks per vedere se Andromeda era più informata di lui, tanto per sapere.
«Ci siamo tutti?», domandò la mezza Veela, che nel corso di tutti quegli anni aveva acquisito un impeccabile accento da madrelingua inglese. Soltanto nei momenti di rabbia ritornava al misto di lingue per cui la francese era spesso presa in giro dai ragazzi Weasley, molti anni prima.
«Sì, direi che possiamo andare».
Bill contò i fratelli, i parenti acquisiti e i nipotini, come si era abituato a fare da tempo: poteva sembrare una sciocchezza, ma, una volta riunito, il clan contava venticinque persone e non era facile muoversi tutti insieme.
«A chi arriva prima?», chiese George strizzando un occhio e accompagnando la domanda con il tintinnio delle chiavi dell’auto. «Ehi, Ron: sai che con papà abbiamo collaudato l’ultima modifica alla mia macchina?»
L’interpellato sgranò gli occhi, entusiasta. «Davvero? E funziona?»
George annuì, diventando più serio che mai. I capelli rossi gli coprivano la cicatrice dove un tempo stava un orecchio, perduto nel periodo della guerra; il giovane Weasley non se ne dispiaceva, come ripeteva spesso sostenendo che era un prezzo sostenibile per la sconfitta di Voldemort.
Era stato ingiusto perdere Fred, piuttosto, che non sarebbe mai più tornato; se gli avessero proposto di perdere anche l’altro orecchio pur di riavere il gemello, George avrebbe accettato all’istante. Diciassette anni, e ancora non aveva accettato la sua scomparsa.
«Alla perfezione: il voletto dell’altra sera è stato perfetto, e anche l’Invisibilità non crea problemi. Devi provarla, la vecchia Anglia è lontana anni luce da quanto abbiamo combinato questa volta».
«Certo, quando pensi che sia possibile? Potrei fare anch’io le stesse modifiche?»
Ron cercò Harry alle sue spalle, sempre più eccitato. «Ci pensi, Harry? Proprio come ai vecchi tempi!»
«Tu con l’auto ed io con la moto, perché no? Tuo padre ha fatto un ottimo lavoro anche con i rottami della vecchia Harley di Sirius; non credevo che si potessero recuperare».
Ginny sbuffò all’idea della comitiva di veicoli volanti guidati da quegli spericolati, mentre Angelina e Hermione si scambiarono uno sguardo rassegnato; avevano sposato degli eterni bambini, quella era la verità. Ci mancavano le automobili volanti nella loro vita caotica!
«D’accordo, andiamo a recuperare le auto, senza voli di prova di nessun genere. Ci aspettano alla Tana», concluse Bill con un sorriso.
Dopo un paio di minuti, una processione di cinque automobili tutte dipinte in colori sgargianti si accodò al traffico del centro londinese, per poi prendere la statale e dirigersi verso Ottery St. Catchpole, dove due dei più affettuosi e adorati nonnini della storia del mondo magico aspettavano il loro arrivo.
«Bentornati!», li salutò Molly dal giardino della Tana, segnata soltanto nelle rughe e nelle ciocche bianche che fermava dietro le orecchie.
Dedicò un sorriso speciale a ciascuno dei figli e dei nipoti: carezzò i capelli rossi di Lily, diede un buffetto affettuoso a Hugo e raddrizzò gli occhiali a Lucy, affetta da miopia come il padre, quindi commentò che Ginny le sembrava troppo magra, come sempre, e che Bill pareva in ottima forma.
Era un’abitudine rimastale nel tempo dalla notte in cui il maggiore dei suoi figli era rimasto ferito e sfigurato per colpa di Fenrir Greyback; era ovvio che il mago stesse benissimo, ma la donna temeva sempre per la sua salute.
«Bambini, manca ancora una mezz’oretta al pranzo: perché non rimanete fuori a godervi questa bella giornata? I grandi devono fare un discorso serio e non vorrei che vi annoiaste».
I tre ragazzini non si fecero ripetere un simile invito e corsero a giocare, felici. Molly sorrise ancora e fece segno a figli, generi e nuore di entrare in casa: avevano questioni importanti di cui occuparsi.

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