Note alla storia

Come ho accennato, quello che ci è rimasto dall'Epilogo dell'ultimo libro, è lo squarcio di un nuovo inizio, di vite che continuano... ho adorato l'Epilogo, e l'idea di riprenderlo e svilupparlo è stata quasi immediata. E così eccomi qui, a presentarvi una longfic sulla Next Gen. Mi sono permessa di "inventare", almeno in parte, la nuova Hogwarts; se potrà farvi piacere, potrò scrivere alcune schede riassuntive sul forum... non dovrete fare altro che chiedere ^^
Per alcune cose (professori soprattutto, nuovi rampolli Weasley) mi sono tenuta fedele a ciò che ci è detto da JKR; per altre no; ho inserito infatti, alcuni personaggi originali (come presente negli Avvertimenti). Non mancherò di segnalarle quando le incontreremo ^^
Come protagonista, ho scelto il piccolo Al; ma intendo trattare anche dei nostri "vecchi" eroi: il Trio, gli Weasley, l'ormai adulto Teddy.
Spero questa long fic vi piaccia, e soprattutto, che non vi annoi troppo ^^

A VERYHERMY, amica speciale come pochi, per provare a rallegrarla quando si sentirà giù perchè la saga è terminata... con tutto il mio affetto.

Traduco: PUREBLOOD = Purosangue
HALFBLOOD = Mezzosangue
MUDBLOOD = Sanguesporco
MUGGLE - BORN = Nato Babbano

Note al capitolo

Ho voluto iniziare non esattamente da dove si conclude l'Epilogo, bensì poco dopo; la sera dell'arrivo ad Hogwarts, a Smistamento avvenuto.
E allora, cerchiamo di immedesimarci in Al ed entriamo con lui (ed il suo pesante baule!) nella Sala Comune...
Prologo – Casa, dolce Casa...?

Hogwarts, 1 settembre 2017

Il baule era veramente pesante. Un ragazzino esile e di media statura lo trascinava con fatica per le scale che dalla Sala Comune portavano ai dormitori, sbuffando sottovoce, e chiedendosi cosa ci fosse dentro di così pesante.
Avrebbe voluto essere in grado di usare la magia per aiutarsi, ma purtroppo non conosceva ancora l’incantesimo che avrebbe potuto facilitargli il compito. In realtà, erano ben pochi gli incantesimi che conosceva, e solo perché li aveva sentiti dalle labbra dei suoi genitori.
Ma aveva molta voglia di imparare, e sapeva che la sua curiosità lo avrebbe aiutato; non vedeva l’ora che fosse il giorno dopo, per iniziare le lezioni e imparare qualcosa di nuovo. Suo fratello gli aveva parlato molto di Hogwarts, e aveva alimentato la sua impazienza di conoscere la scuola.
Suo fratello... al pensiero il ragazzino desiderò di averlo accanto, lì in Sala Comune, anche se di certo lo avrebbe deriso come sempre, e punzecchiato. E invece suo fratello era dall’altra parte del castello, in quel momento, probabilmente già sotto le coperte, al caldo, mentre lui era lì che cercava di trascinare il suo baule.
Dietro di sé sentiva le voci dei suoi compagni di Casa; si volse a guardarli, ancora riuniti in Sala Comune, e sorrise di un sorriso lieve ma sincero; sapeva di avere fatto una scelta importante, forse una delle più importanti della sua vita. E si sentiva pienamente soddisfatto, sebbene quel po’ di paura di aver sbagliato ancora lo attanagliava.
Ma ormai era troppo tardi per tornare indietro; il ragazzo si scostò dalla fronte un ciuffo di capelli neri e, sbuffando, tirò con più forza il suo baule, desideroso di andare a dormire.
La mattina dopo, a colazione, avrebbe rivisto suo fratello e tutti i suoi cugini che già frequentavano Hogwarts; un po’ l’idea di essere in una Casa diversa da quelli di tutti quanti loro lo spaventava, lo faceva sentire fuori posto, isolato, diverso; ma in fondo era orgoglioso della propria scelta, anche se la solitudine sembrava già tendergli la mano, almeno per i primi tempi.
“Mi farò degli amici qui nella mia Casa”, si disse “Ne sono certo. E saranno bravi ragazzi! E mio fratello me li invidierà, e si complimenterà! E dovrà chiudere la bocca, per una volta nella vita!”
Ecco, era arrivato al dormitorio. Sorridendo soddisfatto, spalancò la porta con un colpo del piede, mentre ancora rileggeva la scritta sopra la porta, “I anno”, per accertarsi di essere nel posto giusto.
C’era: appena entrò, riconobbe due ragazzi che sapeva essere stati smistati assieme a lui solo un paio di ore prima; mentre avanzava trascinando il suo baule con evidente sforzo, sorrise loro.
“Ce la fai?” chiese uno dei due osservandolo. “Posso aiutarti?”
“Dovrei farcela, ma...” il ragazzino osservò il compagno avvicinarsi per dargli una mano. “Ma grazie mille! Non so proprio cosa ci abbia cacciato dentro mia madre.”
“Io ho proibito alla mia di prepararmi il baule!” ribatté l’altro con decisione mentre spingeva il bagaglio verso l’unico letto rimasto libero. “Altrimenti ci avrebbe messo dentro chissà cosa... a proposito, mi sa che tu devi stare qui, non c’è altro posto... ti va bene?”
Il ragazzino si strinse nelle spalle con un timido sorriso che gli aleggiava sulle labbra: “Ma certo.”
Detto questo, osservò meglio il letto che gli era stato assegnato dalla Sorte: era nell’angolo accanto alla finestra, e faceva angolo con la parete. La posizione gli piacque subito: da lì, stando sdraiato comodamente, avrebbe potuto guardare fuori prima di addormentarsi, ed inoltre godeva di una ottima visuale del resto della stanza; senza spostarsi avrebbe potuto vedere bene in faccia tutti i suoi compagni di dormitorio.
Accidenti se gli andava bene! Se anche non fosse arrivato per ultimo a causa del baule, avrebbe scelto quel letto ad occhi chiusi!
Il suo sguardo passò poi alla calda trapunta del letto, quindi alle tende del baldacchino: sì, quel letto gli piaceva decisamente, ed era di certo un perfetto sostituto di quello in cui aveva dormito per undici anni a casa propria; sentì che si sarebbe abituato in fretta a quella comodità, e si lasciò cadere sul letto fino a sprofondare, abbandonando il baule ai propri piedi.
Era stanco. Aveva sonno, avrebbe potuto dormire per un giorno intero, eppure sapeva che aveva ancora parecchie cose da fare prima di addormentarsi... come aprire il baule e tirarne fuori almeno lo stretto indispensabile per quella sera e la mattina dopo.
Si sollevò a sedere puntellandosi con le mani all’indietro, ed osservò i suoi quattro compagni di dormitorio: stavano chiacchierando tra loro, ma di tanto in tanto gli lanciavano delle occhiate curiose, come se fossero desiderosi di sapere qualcosa di lui.
Non aveva fatto alcuna nuova conoscenza durante il viaggio, poiché aveva condiviso lo scompartimento con suo fratello ed i suoi cugini, parlando quasi esclusivamente delle quattro Case di Hogwarts, argomento che gli stava a cuore da sempre; ed ora che, per sua stessa scelta, si ritrovava smistato in una Casa dove nessuno dei suoi familiari era mai stato, si accorgeva davvero di quanto fosse solo... e di quanto avrebbe desiderato avere accanto i suoi cugini.
Chissà come avrebbero reagito i suoi genitori alla notizia; aveva già mandato loro il proprio gufo, e sperava trepidante che la risposta sarebbe arrivata il prima possibile. Da una parte voleva dare l’idea di essere fiero di quel che aveva fatto, ed orgoglioso di associare il proprio cognome alla sua Casa; dall’altra, moriva di terrore all’idea che i suoi potessero non essere soddisfatti.
Cercando di scacciare i pensieri tetri, il ragazzino inclinò la testa su una spalla, come faceva fin da piccolo, e restò in silenzio a guardare i suoi compagni, altrettanto incuriosito, un lieve sorriso sulle labbra, il solito ciuffo scomposto di capelli neri sulla fronte, e giù fin quasi sugli occhi.
“E tu come ti chiami?” chiese uno dei suoi compagni, voltandosi verso di lui. “Non me lo ricordo più. Hai un nome un po’ strano, non è vero?”
“Io sono Al,” rispose però semplicemente lui, glissando sull’osservazione; non aveva nessuna intenzione di sbandierare al mondo lo strano nome impostogli dai suoi genitori. “E voi?”
Colui il quale gli aveva parlato sorrise; ripeté pensieroso “Al,” sussurrando. “Io mi chiamo Michael Sheridan, ma mi hanno sempre chiamato tutti Mike,” continuò poco dopo.
“Io sono Will Carrell,” aggiunse il ragazzino biondo che l’aveva aiutato con il baule.
“Sam Freeman, molto piacere!” squittì un terzo. “Ma ti piace davvero così poco il tuo nome?”
Al scosse la testa quasi infastidito: “A casa mi chiamano tutti Al; sono abituato a sentirmi chiamare con il diminutivo, per fortuna. Ho un nome troppo... importante,” ed abbassò la voce nel dirlo.
“Il nome del più grande preside di Hogwarts... o almeno, di colui che tale viene considerato.”
A parlare era stato il ragazzino nel letto accanto a quello di Al; aveva una voce bassa, sottile, e stava disfando un baule gigantesco.
Al lo osservò, trovando la forza di dire soltanto: “Sì, è vero,” poi tacque e rimase con gli occhi ben puntati sull’altro ragazzino. Era pallido e biondo, e sotto l’alta fronte candida brillavano due occhi chiari un po’ troppo grandi, che gli davano un’aria buffa.
“Un momento!” esclamò Al alzando una mano. “Aspetta... io so chi sei. Ti ho visto al binario 9 e ¾!” aggrottò la fronte cercando di ricordare.“Mio padre ha salutato il tuo...”
“Sì lo so,” rispose lentamente l’altro. “Mio padre e il tuo si conoscono. Sono stati a scuola insieme.”
Al annuì a sua volta, ma non rispose nulla; fu l’altro a continuare: “D’altronde, tutti sappiamo chi sei... sei famoso, anche solo per essere figlio di chi sei. Ma credevo.... cioè... non mi aspettavo, ecco... ” il ragazzino prese fiato profondamente. “Non avrei mai immaginato di averti compagno di Casa. Credevo che tuo padre lo avrebbe considerato un...” cercò la parola. “Un disonore.”
“Anche io,” rispose solamente Al in un soffio. Il suo compagno aveva parlato senza cattiveria, né sarcasmo; solo, con sincera sorpresa, senza alcun doppio fine nel tono. Eppure Al sentì lo stesso di essere diventato rosso, e per questo cercò di nascondere il viso. Da una parte andava orgoglioso della sua scelta, dall’altra, invece, continuava a sentirsi in colpa ed a temere quel che avrebbero detto i suoi cugini... e le derisioni di suo fratello, ovviamente. E la sua delusione.
Già, subito dopo lo Smistamento, suo fratello aveva fatto una faccia che non lasciava alcun dubbio: tutta una serie di emozioni gli si erano dipinte sul viso, che partivano con il divertimento, passando per la confusione, l’incredulità, il senso di trionfo ed il sarcasmo, fino a giungere alla delusione e quasi all’amarezza. Era ovvio che lo avrebbe voluto con sé a Grifonodoro, nonostante tutte le sue canzonature. E Al si era sentito un verme per la scelta che aveva fatto.
Per tutta la durata della cena, poi, suo fratello aveva finto di non vederlo, con la scusa che i tavoli delle loro rispettive Case erano lontani uno dall’altro; aveva chiacchierato tutto il tempo con i due loro cugini suoi compagni di casa, Freddy e Bessie, senza degnarlo di uno sguardo. E questa ad Al aveva fatto male... per fortuna che Rosie, dal tavolo di Corvonero, aveva cercato spesso di incrociare il suo sguardo, ed ogni volta aveva alzato le braccia stringendo le mani in segno di vittoria. Per lei, come per Al, lo Smistamento era stato una vittoria. Nessuno dei due era stato assegnato alla Casa di tutti e quattro i loro genitori, Grifondoro, ed entrambi ne erano contenti.
Ora, però, sentendo l’osservazione del suo compagno, Al si sentì in imbarazzo e quasi in colpa; se fosse stato assegnato a Grifondoro, la Casa di sua madre e suo padre, e di tutti i suoi zii materni, forse sarebbe stato in pace con sé stesso. Avrebbe rispettato le tradizioni di famiglia, e sarebbe stato sicuro di essere nel posto giusto; invece ora, consapevole di aver ascoltato la propria voglia di andare contro le regole, scritte o meno che fossero, e di distinguersi per quello che era, temeva di aver fatto la scelta sbagliata... lui, esile ragazzino di undici anni timido e schivo, come avrebbe mai potuto comprendere da solo che cosa fosse meglio per sé stesso? Forse aveva ragione suo fratello a dire che ad uscire dalla retta via si rischia sempre grosso...
“Avresti voluto andare a Grifondoro da tuo fratello?” chiese ancora il pallido ragazzo biondo.
“No!” rispose però prontamente Al, alzando gli occhi in un improvviso moto di orgoglio. “Sono stato io a scegliere dove essere smistato... sono stato io a voler venire qui.”
L’altro tacque; rimase ad osservare Al, mentre i loro occhi si incontravano, e nessuno parlava.
“Quindi quel ragazzo più grande di noi e coi capelli neri che ha fatto quella faccia orribile quando sei stato smistato è tuo fratello?” a spezzare il silenzio fu Mike.
Al annuì: “Mio fratello maggiore. Voleva che andassi a Grifondoro con lui, e con Freddy e Bessie, due dei nostri cugini.”
“A Grifondoro?! Puah!” esclamò Sam stringendosi nelle spalle. “E mi pare strano che tuo fratello sia a Grifondoro, e tu qui con noi...”
“Due mie cugine sono a Corvonero,” sorrise Al, ma pareva parlasse da solo. “E una a Tassorosso; e pensare che nonno Arthur avrebbe volutotutti quanti noi nipoti a Grifondoro,” Al scosse la testa nera e arruffata. “Mi dispiace che sia stato deluso... ma sono convinto che è stato meglio così... e cioè che siamo stati divisi in tutte e quattro le Case. Così la nostra famiglia non sarà un clan di puri Grifondoro.”
“Quindi vieni da una famiglia di soli Grifondoro?” domandò Will, ma senza astio.
“Esattamente. Con l’unica eccezione della mamma di Teddy... Teddy è il figlioccio di mio padre,” si affrettò a spiegare Al. “Che è stata alunna a Tassorosso. Ma tutto sommato lei non è mia parente di sangue,” si posò un dito sulle labbra, in gesto pensieroso. “Ed ora come ora non mi viene in mente nessun altro membro della famiglia che sia stato in un’altra Casa.”
Gli altri quattro ragazzi tacquero. Quello biondo e pallido, dal letto accanto, tornò a parlare: “Ma secondo me sei stato fortunato. Anzi, hai scelto bene. E sicuramente tuo padre sarà fiero della tua scelta. Credo che la nostra Casa abbia un mito da sfatare. Ah, comunque io mi chiamo...”
“Scorpius,” terminò Al. “Me lo ricordo. L’ho sentito dire a mio zio, sul binario.”
“Come vedi, non hai di che lamentarti del tuo nome. Il mio è peggio,” e Scorpius si strinse nelle spalle con un sorrisetto che voleva essere di autoderisione. “E poi, almeno il tuo si può abbreviare. Ed è pur sempre il nome di un grande mago.”
Al non poté fare altro che annuire, e ringraziare in silenzio sua madre, che si era sempre ostinata a chiamarlo solamente con il diminutivo. Il suo nome più che non piacergli, gli pareva troppo... troppo importante e austero per un ragazzino esile e timido quale lui era. Il diminutivo, invece, così corto, semplice, e perfino banale, era secondo lui assolutamente perfetto. Lo aiutava a confondersi tra la folla, cosa che spesso gli sarebbe piaciuto fare... anche se una parte nascosta di sé, invece, tendeva a spingerlo a distinguersi. Ed era la stessa parte che l’aveva convinto a chiedere al Cappello Parlante di non smistarlo a Grifondoro da suo fratello.
“Allora a casa ti chiamano con il nome intero?” chiese Sam appollaiandosi sul proprio letto; era buffo vederlo parlare con Scorpius, così pallido e così biondo, essendo lui un pasciuto ragazzino dai capelli bruni e il volto ancora abbronzato del sole dell’estate. Al suo confronto il giovane Malfoy sembrava malaticcio e fragile.
Sul volto diafano apparve un’ombra di sorriso, gli occhi grigi si illuminarono un poco, divertiti: “Il nome è stata un’idea di mio padre. È una tradizione di famiglia... dare nomi di stelle o costellazioni, è tipico della famiglia Black, anche se non sempre rispettato... ed ecco che mi ritrovo questo nome così poco comune... comunque, mio padre mi chiama col nome intero... mentre mia madre si diletta in tutta una serie di orrendi vezzeggiativi...”
“Allora dobbiamo chiamarti così con nome per intero?” chiese Will.
Scorpius annuì tristemente: “Finché un essere umano illuminato e geniale non mi troverà un decente diminutivo, temo proprio di sì,” e detto questo, anch’egli si sedette sul letto.
Dal proprio, Al ascoltava ed osservava ogni cosa in silenzio; ma in quel momento parve ricordarsi di colpo del baule da aprire e disfare in parte. Balzò sul tappeto in un attimo, ed armeggiò con il chiavistello. Di sicuro, ora aveva bisogno del sapone, del pettine, dell’asciugamano, del pigiama e delle pantofole; a tutto il resto avrebbe pensato il giorno dopo, con calma, a lezioni finite.
Cacciò la testolina nera e ormai spettinata all’interno, fino a farla scomparire alla vista dei suoi compagni, e iniziò a frugare freneticamente nella montagna di roba.
Fuori era buio da un pezzo; il tempo sembrava essersi volto al nuvolo, ed il termometro era sceso pericolosamente. Già a Londra l’autunno era arrivato in fretta; in Scozia li aveva accolti un clima non certo mite, e saggiamente, Al tirò fuori anche il mantello nero.
Non lo aveva comprato nuovo da Madame McClan; aveva insistito per avere quello di suo padre, che sapeva essere gelosamente e splendidamente conservato da Ginny in un grande armadio nel quale ai bambini era vietato mettere mano.
Per lui era importante portare con sé qualcosa che sapeva essere appartenuto a suo padre; se non poteva avere la scopa, che sarebbe andata sicuramente a James (il quale sembrava aver ereditato il talento dei genitori per il Quidditch), almeno il mantello.
Ora, però, ritrovandoselo tra le mani mentre lo posava sulla spalliera del letto, Al notò che aveva ancora cucito sopra lo stemma di Grifondoro; al pensiero che avrebbe dovuto farlo sostituire, il gusto amaro del senso di colpa gli salì alla bocca, quindi scese ad attorcigliargli lo stomaco.
“Quel mantello non è tuo,” gli giunse all’orecchio la voce sottile e pacata di Scorpius.
“No, era di mio padre. L’ho voluto a tutti i costi,” Al si alzò in piedi cercando di dare un calcio al baule, ma ovviamente questo non si mosse di un palmo; sospirando, il ragazzino agguantò tutto ciò che aveva preso e trotterellò verso il bagno.
Gli altri quattro ragazzi erano già sotto le coperte, pronti per la notte; Al si odiò per essersi un po’ attardato ad accompagnare i cugini nelle loro Sale Comuni prima di scendere nella propria. Non sapeva se a frenarlo da andare subito a letto fosse stato il desiderio di sentirsi il meno possibile solo, o il terrore di aver sbagliato a non chiedere di essere smistato con uno dei cugini.
Il risultato, comunque, non era stato molto meritevole; era stato l’ultimo del suo anno ad arrivare nei sotterranei, suscitando le ire di un Prefetto che aveva dovuto farlo entrare; era stato costretto a trascinare da solo il suo pesante baule; ed ora, che tutti i suoi compagni erano a letto al caldo, e già stavano scivolando nel sonno, ecco che lui ancora doveva prepararsi per la notte.
In realtà, dormire in un letto non suo con persone ancora sconosciute lo spaventava un po’; ma si disse che era la sorte che gli sarebbe capitata comunque... tra i suoi cugini del suo anno c’era solo Rose, e se anche fossero stati smistati nella stessa Casa, sarebbero stati divisi, in quanto maschio e femmina.
“Mi sto facendo troppi problemi,” si disse Al. “Se anche fossi a Grifondoro, non dormirei con Jamie perché lui è più grande di me. E poi cosa significa non essere nella stessa Casa dei miei genitori e di mio fratello?”
Aprì al massimo il rubinetto, come se cercasse di far tacere la voce che gli girava in testa, e si alzò sulle punte dei piedi per osservare il suo viso allo specchio. I suoi occhi verde smeraldo luccicarono di rimando nel vetro, e riconoscendovi gli stessi di suo padre, Al sorrise. Era l’unico ad aver preso da Harry gli occhi di Lily, e ne andava giustamente fiero; non erano gli occhi dei Potter, questo lo sapeva bene, e forse era proprio il particolare che gli piaceva di più...
In realtà, era anche contento di avere l’ottima vista di sua madre, e non dovere portare occhiali come Harry... sapeva che sgranando quei begli occhioni verdi poteva muovere a compassione anche un Gigante (o quasi), e stava cercando di convincersi che usare quel piccolo dono poteva essergli molto utile... e che sentirsi in colpa era davvero sciocco.
“Chissà se mamma e papà mi risponderanno presto,” pensò mentre stappava il tubetto del dentifricio con gesto automatico. Sentiva già la mancanza delle risate allegre della sua sorellina, che ogni sera quando lui si lavava i denti adorava andare a saltellargli intorno chiacchierando.
“E chissà se Jamie intende tenermi il broncio ancora per tanto,” questa volta lo mugugnò a bassa voce. “Come se non essere a Grifondoro fosse una colpa...”
Doveva smetterla di angosciarsi con quel pensiero... finché si fosse sentito in colpa, avrebbe dato l’impressione di essere una vittima, e James non lo avrebbe mai lasciato in pace. Doveva mostrarsi invece orgoglioso e ben sicuro della propria scelta... anche se purtroppo non lo era.
Quando tornò al suo letto, sentiva Sam, Will e Mike russare leggermente, o respirare pesantemente; li invidiò di tutto cuore, mentre si infilava in fretta sotto le coperte, al calduccio.
“Tuo padre sarà fiero di te ancora più che se fossi stato mandato a Grifondoro,” il silenzio fu rotto da un sussurro accanto al suo letto.
“Ne sei sicuro?” Al si girò su un fianco per poter intravedere la sagoma di Scorpius nel buio.
“Sì,” l’altro fece lo stesso, e Al quasi poteva vedere i suoi occhi grigi brillare nel buio. “Secondo me sei fatto per questa Casa. Conosci le caratteristiche che in origine erano richieste agli studenti?”
“No,” ammise sinceramente Al leggermente imbarazzato. “Credevo fosse solo una questione di... di purezza di sangue.”
“Non solo... questa è una questione a parte. Ogni Casa richiede certe caratteristiche ai suoi alunni; e per noi valgono determinazione, noncuranza delle regole, ingegnosità, astuzia... secondo me sono tutte qualità che tu possiedi. Oltre ad una buona dose di intelligenza, che non fa mai male.”
“L’intelligenza è di Corvonero...”
“Vero. Ma senza intelligenza non può esserci astuzia.”
“Quindi la questione della purezza del sangue...”
“Salazar Serpeverde era convinto che solo i maghi Purosangue meritassero di entrare a Hogwarts,” gli rispose prontamente Scorpius. “Ma si è visto che aveva torto. Abbiamo fin troppi esempi ben noti di maghi non Purosangue che hanno fatto grandi cose... e ti parlo da Purosangue.”
“Sì, so che la tua famiglia tiene alto lo stendardo dei Purosangue...” Al cercò di non apparire né sarcastico né offensivo, ma solo sincero.
“Ma anche tu sei Purosangue, no? Hai parenti Babbani?”
“Due bisnonni...” sussurrò Al. “Ma mi è stato detto che ormai non contano più... e che noi Potter ci possiamo considerare di nuovo Purosangue. È che ai miei non importa affatto...”
“In ogni caso... altro punto a tuo favore come Serpeverde.”
“Ma vengo da una famiglia di Grifondoro...”
“Questo non importa... non stai mica disonorando la famiglia!”
”Sirius non ha disonorato i Black quando è stato smistato a Grifondoro!”, sussurrò Al a fior di labbra; erano parole di suo padre... lo aveva detto a James l’anno prima, quando aveva affermato giubilante di essere contento di essere un Grifondoro e non aver disonorato il nome dei Potter.
“Oh, sì Sirius Black...” la voce di Scorpius cadde nel silenzio, ma solo per un attimo. “Un Black a Grifondoro... ho sentito molto parlare di lui. Un cugino di mia nonna.”
“Era il padrino di mio padre... un vero Grifondoro, mi hanno raccontato.”
“Mentre tutti i Black sono sempre stati a Serpeverde, che io sappia.”
“Sì, anche la nonna di Teddy,” Al parlava più con sé stesso che con Scorpius. “Che poi è la tua prozia, no? È la sorella di tua nonna...”
“Parli di zia Andromeda?” Scorpius sorrise appena, anche se Al non poteva vederlo.
“Sì, zia Andy, la nonna di Teddy... sai, Teddy è il figlioccio di mio padre, e per me è come un altro fratello maggiore... accidenti, io e te siamo quasi parenti!”
“Tutte le famiglie di Purosangue sono parenti,” Scorpius trattenne a stento un risolino. “Per un verso o per l’altro, io e te siamo imparentati.”
“Non mi dispiace l’idea, in realtà,” Al si girò supino, assaporando il tepore delle coperte, la morbidezza del cuscino, i leggeri rumori di sottofondo. Ora sì che sentiva di avere veramente molto sonno.
“Secondo me tuo fratello non ti terrà il broncio a lungo. Non ha nulla per cui farlo.”
“Oh sì che ce l’ha...” sussurrò Al, sentendo già le palpebre pesanti. “E si lamenterà con mamma e papà quando scriverà loro, dicendo che sono uno sciocco...”
Scorpius rise leggermente: “Sciocco? Coraggioso piuttosto, ad uscire dalla retta via...”
“No, no... non coraggioso,” Al aveva chiuso gli occhi, le mani sole oltre alla testa sbucavano dal copriletto. “Il coraggio è di Grifondoro... non lo sai? Grifondoro, dove dimorano i coraggiosi di cuore...”
“Gli scapestrati, vorrai dire,” ma l’altro lo disse allegramente. “Gli incoscienti e gli impulsivi...”
“I cavalieri... coraggiosi cavalieri con la spada in pugno! La loro audacia, il coraggio e la cavalleria distinguono i Grifondoro!” Their daring, nerve and chivalry set Gryffindors apart
“Perché hai voluto venire a Serpeverde se incensi così tanto Grifondoro?” anche stavolta il tono era divertito e non derisorio.
“E chi lo sa? Me lo sto chiedendo anche io...” la voce bassa di Al scivolò nel silenzio come l’ultima goccia di una fontana.
“Un Potter a Serpeverde!” sussurrò ancora il ragazzino, prima di sprofondare definitivamente nel sonno di cui aveva bisogno dopo una giornata così intensa e stancante.
“Hai ragione,” bisbigliò il giovane Malfoy dal letto accanto, ancora ignaro che il suo compagno si fosse addormentato di colpo. “Ma d’altronde, lo hai detto tu: se è potuto esistere un Black a Grifondoro, perché non un Potter a Serpeverde?”
Anche lui tacque, e lasciò che il silenzio avvolgesse la stanza; una cosa ormai era certa: qualcosa di nuovo stava soffiando sulla vecchia Hogwarts... che avesse il viso di Albus Potter, o questa fosse solo un’apparenza, poco importava.
Se Voldemort avesse vinto, non sarebbero esistite più le quattro Case, ma solamente Serpeverde; Voldemort era stato sconfitto, ed era giusto che le sue Case convivessero in armonia... senza più inimicizie, pregiudizi, ostilità: semplicemente, un modo come un altro per riconoscere e coltivare quel che di buono e speciale c’era negli alunni, in quattro modi differenti... una forma di rispetto per la bellezza della diversità.

Note di fine capitolo

- La loro audacia, il coraggio e la cavalleria distinguono i Grifondoro!” così ho tradotto ciò che si trova nei libri: "Their daring, nerve and chivalry set Gryffindors apart."
- Nel prossimo capitolo preciserò tutti i cugini di Al, specificando di chi sono figli e a quale Casa appartengono ^^
Trovo non ci siano particolari precisazioni, per ora; piuttosto, spero di avervi incuriosito ^^

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