Note al capitolo

Questa storia deve la sua nascita a Lu, alla quale è dedicata. Avete presente il canon? ( nel particolare riguardo a Tonks e Remus, nel modo in cui si sono messi insieme?) bene cercate di dimenticarlo. Naturalmente ho cercato di essere quando più aderente possibile ai caratteri, ma non ho tenuto conto della loro storia, questa ff quindi non ha una precisa collocazione temporale, potrebbe essere all'incirca durante il 6 libro, ma non tiene conto di quello che vi accade. Spero che vi piaccia, se così fosse ho in mente anche qualche altra storia sul genere, commentate e ditemi che cosa vi sembra!
Semplicemente irresistibile

A Lu, perché, alla fine, siamo entrambe un po’ Tonks.

Ninfadora Tonks era depressa.
Questa sua disposizione d’animo era dimostrata da tutta una serie di piccoli particolari del suo aspetto: tanto per cominciare il colore dei suoi capelli, in genere piuttosto acceso e appariscente, in quel momento di un cupo blu scuro, in netto contrasto con il suo abbigliamento, trasandato, ma estremamente eccentrico. E in secondo luogo l’abbigliamento stesso; la ragazza normalmente non era una persona estremamente elegante, ma in genere il suo aspetto era sufficientemente curato, soprattutto nei giorni lavorativi; in quel momento invece indossava una tuta color lilla di circa due taglie più grande di quanto fosse necessario (che una volta la figlia undicenne della sua vicina di casa aveva definito violetto-milka, urlando, dopo averla vista sul balcone di casa con indosso la comoda tutona, di aver incontrato la famosa la mucca viola), con morbidi pom pom gialli, che ornavano i bottoni della casacca e dei pantaloni e le svolazzavano, pendendo da cordini verde acido, tutte le volte che scendeva uno scalino. A completare il quadro indossava un paio di calzettoni perfettamente intonati ai pom pom, spessi ma in qualche punto consunti dall’uso.
A ben vedere se si fosse limitata ad indossare quel bizzarro accostamento di colori all’interno del suo appartamento, in una fredda sera invernale, godendosi un buon libro, accoccolata di fronte al camino acceso, nessuno avrebbe avuto da dire nulla, ma la giovane strega stava scendendo pensierosa le scale del condominio babbano in cui viveva, diretta in strada per buttare la spazzatura. Scendendo gli scalini a due a due, cosa piuttosto pericolosa per qualunque persona, ma per una ragazza sbadata come lei una vera e propria sfida alla buona sorte, ripensava al contenuto della lettera che le era appena stata recapitata da un vecchio gufo spennacchiato, che al momento si godeva gli avanzi del suo pranzo.
Sua madre le aveva scritto una breve lettera, per farle gli auguri per il suo 25 compleanno, non mancando di farle notare come lei, alla sua età, fosse già sposata da 5 anni, con una bambina a cui badare. Il che aveva portato Tonks a fare un bilancio della sua vita, ed era stato proprio questo a renderla depressa.
Si era resa conto che alla veneranda età di un quarto di secolo si ritrovava innamorata di un uomo che la notava solo quando faceva cadere qualcosa, il che era abbastanza sovente, ad essere sinceri, con un lavoro pericoloso, sull’orlo di una guerra che, come Auror e membro volontario dell’Ordine della Fenice, avrebbe dovuto combattere in prima linea.
Ora, arrivata a metà della sua discesa verso la strada, era arrivata al punto da dover decidere se valesse la pena di continuare a deprimersi per questo, o se non fosse più utile per lei cominciare a pensare a cosa cucinare per cena.
Fu interrotta nelle sue elucubrazioni mentali da una massa compatta e piuttosto dura, sulla quale andò a sbattere con una notevole forza d’inerzia, mentre saltava gli ultimi due scalini della rampa del 2 piano. Rimbalzò su di essa, sbilanciandosi all’indietro e cadendo rovinosamente sulle scale, ritrovandosi seduta sul freddo scalino di marmo, con il fondoschiena dolorante per il colpo e lo sguardo ancora abbassato.
Lentamente alzò gli occhi, pronta ad un’accesa lotta per ottenere, dal proprietario del torace su cui era andata a sbattere, delle scuse per quello che era appena successo.
Partì dalle scarpe, nere, non nuove ma in buone condizioni, passò ai pantaloni, grigio scuri, lievemente consunti, ma che una volta dovevano essere stati estremamente eleganti, per arrivare al maglione a collo alto, anch’esso nero, con l’orlo inferiore leggermente scucito in qualche punto e qualche filo tirato qua e là. Infine giunse al volto del proprietario di quel corpo, i capelli leggermente troppo lunghi che gli ricadevano parzialmente sugli occhi castani e un sorriso perplesso disegnato sulle labbra sottili.
Vide una mano spuntare davanti e lei, aperta e pronta ad afferrare la sua, per aiutarla ad abbandonare la scomoda posizione in cui si trovava. Tonks l’afferrò, tirandosi in piedi.
- Ciao, Ninfadora.
- Non chiamarmi così, - sbottò lei, addolcendo poi il tono della voce quando vide un’ombra passare sul volto del suo interlocutore. – Comunque, ciao anche a te, Remus, - rispose cominciando a massaggiarsi il fondo schiena, ancora dolorante per la botta presa.
Lo vide partire dal suo volto, con sguardo indagatore, e passare in rassegna tutto il suo corpo, o per meglio dire, lei avrebbe voluto che lo sguardo fosse interessato al suo aspetto, ma dovette riconoscere che era più interessato allo strambo abbinamento di colori che costituiva il suo abbigliamento, piuttosto che al suo fisico asciutto.
Sentì un senso di calore diffondersi in tutto il volto, capì che le guance le si stavano arrossando e che i capelli le stavano virando verso tinte più accese, rosso acceso, per la precisione. Ripensò alla sua vita: era logico che la prima volta che l’uomo dei suoi sogni, letteralmente parlando, dato che faceva sogni su di lui con regolarità più o meno da 5 mesi a quella parte, decideva di presentarsi a casa sua, per quale motivo solo Merlino lo sapeva, la trovasse per le scale, con addosso la sua sformata tuta da casa e i calzettoni di lana fluorescenti.
Mentre lui, lui, lui… lui era semplicemente irresistibile abbandonata la veste da mago e vestito in quel modo.
- Posso…, - si decise infine a dire, ritrovando la voce. – Posso sapere cosa ci fai qui?
- Posso, - cominciò lui, ritornando a sorridere, facendole battere furiosamente il cuore nel petto, e facendole desiderare ardentemente di potergli saltare addosso direttamente lì, sulle scale. – Posso sapere cosa ci fai vestita in quel modo, saltellante e pensierosa, per le scale di casa tua?
- Oh, ehm… Dovevo… dovevo buttare la spazzatura, - fece un timido sorriso alzando il braccio sinistro, che reggeva in mano un sacchettino blu.
- E perché non la fai evanescere, come fanno tutti i maghi e le streghe? – chiese Lupin, con espressione sinceramente interessata alla questione.
- Oh, evanescere, sì…certo. Perché non la faccio evanescere? – cominciò lei, spostandosi da un piede all’altro, cercando disperatamente qualcosa di estremamente intelligente, o anche irresistibilmente divertente, da dire. – Perché… io non… insomma è che… Ma a te cosa importa di come butto la spazzatura? – sbottò infine, scocciata dalla domanda, o forse più semplicemente dalla risposta.
Lupin parve dispiaciuto dall’averla messa in difficoltà con quella richiesta, e si affrettò a riparare. – Mi dispiace. Posso? – chiese indicando il sacchetto che la ragazza teneva ancora sollevato, davanti ai suoi occhi.
- Cosa?
- Evanesco, - disse puntando la bacchetta, misteriosamente apparsa con un gesto fluido nella sua mano, e facendo scomparire il sacchetto, lasciando Tonks con la mano vuota, sollevata a mezz’aria.
- Oh… sì. Grazie.
Tonks rimase ferma, fissando l’uomo che aveva davanti, il cervello stranamente vuoto, incapace di fare alcunché non fosse respirare, ma anche quello, in quel momento, le richiedeva una certa concentrazione e forza di volontà. Vide Remus muoversi leggermente, fissando un punto sopra la sua spalla e questo sembrò scuoterla leggermente.
- Ti va, - disse girandosi verso la porta chiusa del suo appartamento, due rampe di scale più in alto, indicandolo. – Ti va di salire per… un thè? – chiese quasi sottovoce, domandandosi se, per caso, non avesse dovuto offrire un caffè, o magari un whisky incendiario, o forse una cena…o, perché no? Un matrimonio.
- Certo, - lo sentì rispondere tranquillo e sicuro, come se quella fosse una situazione normalissima e non un inizio di una possibile catastrofe, fatta di chiavi e bacchette dimenticate, bollitori esplosi, tazzine rotte e zuccheriere rovesciate.
- Ehm, sì, bene, - rispose presa un po’ alla sprovvista. – Vieni su allora, - disse mentre si girava per risalire gli scalini, concentrandosi nella difficile opera di mettere un piede avanti all’altro, cercando di ricordarsi di alzare la gamba per affrontare ogni nuovo scalino, pregando Merlino e tutti i maghi e le streghe che conosceva, di non inciampare di nuovo davanti a lui.
Remus la seguì docilmente, senza smettere di sorridere. Raggiunsero entrambi incolumi la porta dell’appartamento; Tonks cominciò a frugare disperatamente in tutte le tasche della tuta sformata che indossava, cercando le chiavi di casa che, era abbastanza sicura, aveva preso prima di chiudersi dietro la porta. Per cercare di non fare sembrare l’attesa troppo lunga e noiosa, sempre muovendo disperatamente le dita in ogni anfratto e pieghetta di stoffa, disse con tono indifferente. – Io abito qui, - indicando con un cenno del capo la porta di legno. Solo dopo aver notato l’espressione divertita di Remus si ricordò che, proprio sulla suddetta porta, svettava fiera, orgogliosa e luccicante una targhetta di ottone, su cui era inciso il suo cognome. Con la coda dell’occhio vide un ciuffo di capelli, che le era ricaduto sulla guancia, farsi ancora più rosso, facendo quasi concorrenza al led luminoso dell’antifurto del suo vicino babbano.
Le sue dita sfiorarono alla fine il freddo metallo delle chiavi, le fece scivolare fuori rapidamente, sfortunatamente seguite da tutto il resto del contenuto della tasca della casacca, che consisteva in due figurine delle cioccorane (raffiguranti un Merlino piuttosto scocciato di essere stato costretto in quello spazio buio per così tanto tempo, e un Silente che aveva abbandonato la cornice, lasciando al suo posto un messaggio laconico con scritto: torno subito), una piuma di zucchero mezza mangiucchiata e un pezzo di pergamena spiegazzato.
Tonks sbuffò infilando le chiavi nella toppa, mentre Remus, da perfetto gentiluomo qual era, si chinava per raccogliere le cianfrusaglie cadute poco prima. Fissò con sguardo leggermente disgustato la piuma appiccicaticcia, porgendole poi la pergamena e le figurine con un sorriso.
- Grazie, - mormorò Tonks, cercando anche di riappropriarsi della piuma, che però fu fatta evanescere prima che lei ci potesse rimettere le mani sopra.
- Dovere, - rispose lui, entrando nell’appartamento buio.
- Aspetta, ti faccio luce, - disse Tonks, preoccupata che Remus, nell’oscurità, potesse inciampare in qualche oggetto accidentalmente dimenticato in giro per la casa. Ricominciò a frugare nelle tasche, pregando che questa volta la ricerca fosse più celere e, per una volta, ebbe fortuna. Prese la bacchetta cercando di imitare il gesto fluido di Remus, ma quella a tradimento si impigliò dei cordini dei pom pom, sfuggendole di mano e cadendo per terra. Tonks sbuffò chinandosi a riprenderla, non rendendosi conto che anche Lupin stava facendo la stessa cosa a pochi centimetri da lei. Le loro teste si scontrarono a metà strada con un rumore sordo, Remus si ritirò su, massaggiandosi la fronte, Tonks tenne duro, raggiunse la bacchetta e alla fine riuscì a pronunciare l’agognato incantesimo. – Lumos, - disse chiaramente.
L’appartamento fu illuminato a giorno da una decina di globi luminosi, sparpagliati per tutta la casa, che si illuminarono contemporaneamente, strappando un mormorio di ammirazione a Remus.
- Molto bello, - disse sinceramente colpito.
Tonks si guardò intono, la porta d’ingresso dava su una sala spaziosa, arredata semplicemente e con gusto, ma immersa nel caos. Ovunque l’occhio guardasse si vedevano vestiti, libri, carte, penne, avanzi di cibo e bevande, sparsi un po’ ovunque.
- Sì, beh, è un po’ incasinato, in effetti. Dovevo mettere in ordine più tardi…, - dicendo questo si ricordò che la visita dell’uomo era del tutto inaspettata, e quindi, impulsivamente, chiese. – Ma tu come mai sei qui? – solo quando le sue orecchie registrarono quelle parole il suo cervello si rese conto che potevano suonare, ad una persona che non la conoscesse bene, leggermente maleducate.
Lupin però non sembrò particolarmente infastidito da quella esplicita domanda, ma arrossì lievemente, evitando di guardarla negli occhi per la prima volta da quando lei gli era andata a sbattere contro. – Beh, a dire la verità sono qui per… per darti questo, - disse sfoderando magicamente da dietro la schiena un mazzo di rose rosse. – Buon compleanno, Tonks!
Tonks rimase senza parole, il cervello di nuovo vuoto, gli arti paralizzati; solo con un grande sforzo di volontà convinse i suoi neuroni a riaccendere le loro sinapsi e a ricominciare, seppur pigramente, ad inviare impulsi elettrici in giro per il resto dell’organismo. – Grazie, - riuscì a biascicare, allungando la mano per prendere il mazzo di fiori che le veniva porto. Nell’afferrarlo sfiorò con le dita quelle di Remus, i loro sguardi si incontrarono e di nuovo lei sentì di dover usare tutto il suo autocontrollo per non avvinghiarglisi addosso. In quel modo però non ne rimase più per il controllo di altre funzioni che, seppur secondarie, potevano risultare ben visibili: i suoi capelli cominciarono a cambiare colore in maniera vorticosa, passando dal rosso fuoco, all’arancione, al giallo canarino e, infine, assestandosi in un rosa acceso.
Remus rise, compiaciuto dell’effetto del regalo.
- Merlino, ti sembrerò pazza, - mormorò lei, toccandosi i capelli, desiderando in quel momento, più che in qualunque altro della sua vita, poter sprofondare nel pavimento e scomparire dalla stanza.
Lupin scosse la testa, continuando a ridere. – Per niente. Sei semplicemente irresistibile.

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